holmes2Sherlock Holmes continua a dare lezioni di scienza e di medicina a distanza di oltre cento anni dal suo parto dalla mente del dottor Conan Doyle. Alla fine dello scorso anno è uscito il film “Sherlock Holmes e il mistero del caso irrisolto”, per la regia di Bill Condon e con un’ottima interpretazione   dell’attore teatrale Ian McKellen.

Il film ci parla del dramma dell’invecchiamento del corpo che, più o meno lentamente, ci abbandona con il passare degli anni, e soprattutto, di quello della mente che, di giorno in giorno, perde colpi. E questo è veramente duro da sopportare, soprattutto per un genio come Sherlock Holmes che ha fatto della sua acutezza intellettuale la sua stessa ragione di vita e di successo.

Quest’ultimo capitolo apocrifo della vita dell’investigatore non è, se non molto marginalmente, una sua classica indagine investigativa, ma un piacevole e raffinato trattato di geriatria, o meglio, di dinamica della mente dei grandi anziani, che si presta assai bene ad una riflessione di filosofia della medicina.

Il film ci ricorda che, se è vero che alcune caratteristiche della nostra mente sono perdute per sempre con la vecchiaia, vedi la memoria, altre possono rimanere intatte, come l’intuizione. E altre addirittura accrescersi, come la sensibilità e la fantasia.

E sarà grazie  questo rimaneggiamento della sua mente, che il novantatreenne Holmes vive lucidamente e drammaticamente, che riuscirà a ricordare il suo ultimo caso irrisolto. E a chiudere un cerchio.

Ma sarà soprattutto in grado di concludere in positivo un altro caso irrisolto, forse il più importante di tutti, quello suo personale che ne ha scolpito il personaggio e ne ha fatto l’archetipo che noi tutti conosciamo: la sua proverbiale anaffettività.

Dopo aver visto il film però, vi consiglio di rileggere le mie considerazioni su questo tema nel capitolo “Del cervello degli anziani e dell’eterna giovinezza”. Poi possiamo discuterne…

il medico si ammalaDa ragazzo sentivo spesso parlare i miei familiari , non senza una malcelata ironia, di un certo medico di famiglia (allora si chiamavano “della mutua”) del nostro paesello d’origine. Quando un paziente si presentava al suo studio lamentando generici disturbi, il dialogo che si svolgeva era generalmente il seguente:

“Dottore, ho sempre mal di schiena”, “Non lo dire a me … sono anni che ne soffro!”.

Oppure: “Dottore, ho un terribile mal di testa”, “A chi lo dici .. a me viene sempre di lunedì”.

Indubbiamente questo modo di affrontare i bisogni del paziente può apparire alquanto bizzarro, anche perché il messaggio che sottendeva era una esplicita sinecura: “tieniti il tuo malanno, perché se lo sopporto io lo puoi fare benissimo anche tu. E non mi importunare oltre”. Devo dire, tuttavia, che con il tempo sono spesso tornato a pensare al curioso medico di Altamura, e mi sono chiesto se quella strategia fosse davvero del tutto fuori luogo. In altre parole, qual è la figura del medico che giova al paziente: quella di una sorta di superuomo immune da tutte le malattie, sano e permanentemente giovane come il personaggio di un serial televisivo, o un uomo che invecchia e si ammala come o , forse,  più dei suoi pazienti?  Il medico dal corpo bionico, oltre ad essere assai poco credibile, può risultare francamente irritante agli occhi del suo paziente, e creare trai  due un divario incolmabile.

Parlando, in un altro capitolo, di Chirone ho ricordato l’ultima lezione che questo mitologico  padre fondatore della medicina ha impartito ai suoi allievi per tutto il tempo a venire: ha rinunciato alla sua immortalità per affrontare la malattia che lo aveva colpito fino alle sue naturali conseguenza: il medico-dio si è trasformato in un malato mortale e ha accettato la sua fine. Questo atto ha suggellato e legittimato tutto il suo percorso di medico e di maestro. Hilmann ci ha insegnato che i miti e le divinità dell’antica Grecia sono proiezioni del nostro inconscio. Per questo vivono in noi ancor oggi. Se sappiamo interpretare i loro messaggi capiremo meglio chi siamo. Se non siamo capaci di farlo, torneranno dagli oscuri nascondigli della nostra psiche come sintomi di un malessere che non siamo stati in grado di affrontare adeguatamente. Il mito di Chirone ci interpella profondamente:  ogni medico è chiamato a riflettere sul corpo malato. Ma questa riflessione  deve passare anche dal suo corpo. Se no è vana accademia.

“Brutto passare dall’altra parte della barricata, vero?”  mi disse la collega anestesista, con espressione addolorata, prima che io fossi sottoposto ad un intervento chirurgico. “Beh – risposi io – immagino che ogni tanto ci faccia bene”. Il suo volto non cambiò espressione. Credo di non averla persuasa.

Ne abbiamo discusso altre volte: il grande male della medicina moderna negli ultimi quattrocento anni è stato l’aver idolatrato il modello iatro-meccanico: vedere il corpo come una macchina. Come tutti i modelli, ci è di grande utilità, ma guai a confonderlo con la realtà. Il medico che passa dall’altra parte della barricata, che diventa medico-malato ricorda a sé stesso che il corpo non è una macchina, né il suo né quello del suo paziente. Quando parlo al mio paziente della sua malattia, a volte porto ad esempio anche la mia esperienza di malato per aiutarlo a comprendere meglio la sua. E non me ne vergogno affatto.

Il Chirurgo ferito di Eliot è un simbolo potentissimo: quello del medico che cura mentre avverte sulla sua carne i sintomi della malattia, il bruciore della ferita, il sangue che fluisce fuori dal suo corpo. Qui si manifesta nella sua cruda realtà l’essenza stessa della medicina: un uomo che cura  un altro uomo. Né più e né meno.

Il medico che si ammala e non perde l’occasione per riflettere su questo ha indubbiamente acquisito un quanto in più di saggezza. Ed è il percorso di saggezza a  legittimare coloro, medici ma non solo, a cui è stata affidata la più grande delle responsabilità: quella di interferire con le leggi della natura ed avere titolo per poterle modificare.

 

gatttopardoLa Razza Padrona che ci dirige nei più diversi settori, misto di tronfia arroganza e ignoranza sesquipedale, ha partorito un altro dei suoi capolavori. “Il paziente non esiste più”, leggiamo un po’ dappertutto. Si chiamerà “persona assistita”. Come viene motivata quest’altra levata d’ingegno? Un tale che, guarda caso, oltre ad essere autorevolissimo esponente della federazione nazionale dell’ ordine dei medici, è pure senatore , pontifica che questa nuova terminologia “trasmette il significato immediato di chi ha diritto a ricevere cure e assistenza senza passività”. Personalmente a me trasmette solo una robusta dose di cattivo gusto. E basta. Ma, a parte questo, la questione è assai più profonda. In un mondo medico a corto di buone idee e di sapere (oltre che, ribadisco, di buon gusto), queste patetiche operazioni di cosmesi rappresentano la foglia di fico su tali vergogne. Ma sì, cambiamo i nomi, non potendo cambiare la sostanza. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” ci ricorda il buon principe Fabrizio. In Italia le cose funzionano così.
E allora ricorderò a me stesso, e a chi abbia voglia di rifletterci sopra, alcune cose (tanto, rivolgersi a questi è puro tempo perso). E’universalmente noto che il termine “paziente” deriva dal latino “patiens”, participio presente del verbo “pati”: “colui che soffre”. Un po’ meno nota (e certamente del tutto ignota ai signori di cui sopra) è l’etimologia del termine “persona”. Deriva dal verbo latino “personare”, o “per-sonare”: parlare attraverso. “Persone” erano in origine le maschere utilizzate dagli attori teatrali, che servivano a dare loro, oltre che le sembianze dei personaggi che interpretavano, anche una maggior risonanza alla voce che poteva così essere udita più facilmente dagli spettatori.
Ho sempre creduto che il primo ruolo del medico sia quello di  prendersi cura del suo simile che lotta contro la sua sofferenza. Cioè il paziente. Ora mi si vuol far credere che dovremmo occuparci non di uomini, ma di maschere. E per di più con voci false e innaturali. E pensare che mi avevano insegnato che la prima cosa che deve fare il medico di fronte al suo (appunto) paziente è quella di cercare in lui l’uomo e guardare oltre la maschera. Abbiamo fatto un vertiginoso passo indietro culturale, umano e scientifico. Ma forse, in fondo, è proprio quello che vogliono.
La ciliegina sulla torta è poi quel termine “assistita”, posto accanto alla già di per sé obbrobriosa “persona”. Ricordo sommessamente che i nostri maestri non ci hanno insegnato ad “assistere”. Ma a “curare”. E soprattutto a non dimenticare mai la profonda nobiltà di cui questo verbo è intriso. Cura è care, soin, sorge, solicitud… in ogni lingua il significato di queste parole è sempre lo stesso: curare ma anche avere cura, vigilare premurosamente. Ma anche questo sembra non avere più alcun valore. E allora perché curare? Maglio assistere. Tanto è ormai da un po’ che non siamo più “medici “ma “sanitari”. E Idealstandard ringrazia.

copertina - cauta sapienza

E’appena uscito nelle librerie il mio ultimo libro: “Una cauta Sapienza. Il medico, la parola, la cura”.

Cos’è davvero la salute? La definizione che ne danno i medici, in genere, è una definizione in negativo:quando non c’è malattia, cioè quando non si diagnosticano nel corpo del paziente entità nosologiche che inducano a ritenerlo ammalato allora c’è salute. In altre parole, quando arriva il medico vuol dire che la salute se n’è andata. In realtà la definizione esaustiva di “salute” è molto più complessa di quanto sembrerebbe

Certo, è facile definire sano un giovanotto sportivo e in ottima forma, felice di essere al mondo e pieno di progetti per il futuro. Come è facile definire malato un uomo che giace in fin di vita, in preda a dolori difficilmente controllati dai farmaci. Ma ho anche conosciuto pazienti sull’orlo del suicidio solo per aver visto un numero alterato alla lettura delle proprie analisi del sangue. Magari si trattava di un parametro di dubbio significato patologico. All’opposto, ho conosciuto persone gravemente ammalate che mi raccontavano di essere felici perché, in quel momento, non stavano provando dolore, perché ritenevano che la loro vita fosse stata ben spesa, perché si sentivano circondati d’affetto, perché erano in armonia con l’universo.

Tramite un excursus nel repertorio classico e nelle più interessanti e sapienti iconografie della figura del medico nel corso dei secoli – Socrate, Platone, Alcmeone, Pitagora solo per citarne alcuni – vediamo come la recente definizione di salute fornita dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (salute come stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia) non faccia che radicarsi in quel bagaglio classico di conoscenze, recuperando finalmente il suo necessario portato di umanità e compassione.

Va da sé allora che, quando il medico si limita alla semplicistica dicotomia presenza- assenza di malattia, ma non entra in questo complesso gioco di armonie – tra corpo, anima, universo – avrà capito ben poco del suo paziente. E non avrà compreso la nobiltà del suo mestiere.

Ma sarà poi questo davvero un mestiere? Questo, in realtà, non è un mestiere, ma un’attitudine nei confronti dell’universo e dell’uomo. Abbiamo detto che il medico si trova in tensione tra molti aspetti del sapere umano. Ma egli riveste soprattutto un compito peculiare

che non condivide con nessun’altra attività dell’uomo. Si trova a vigilare su quella terra di mezzo fra la vita e la morte che è la malattia. Egli è il custode della soglia. È colui a cui è stata affidata la funzione di tenere gli uomini di cui si prende cura, per quanto possibile, lontani da quella soglia. Oppure di assisterli al meglio nel difficile momento in cui essi dovranno attraversarla.

Questo ruolo, grande e terribile, non può non interrogare il medico sul significato di vita, di morte e di malattia. Ed è proprio per questo motivo che la riflessione più profonda del volume prende in esame la Parola. La parola che si incarica di curare, la parola che apre al paziente la voragine della malattia ma anche la possibilità di operare una profonda trasformazione interiore, riuscendo, nel migliore dei casi, a volgere la malattia in opportunità. L’opportunità di attraversare le strade del dolore, di conoscere se stessi, per sentire davvero la finitudine dell’essere umano accogliendone non tanto il limite e la desolazione ma anche la grandezza e la nobiltà.

La parola del medico possiede un immenso potere sulla vita dei suoi pazienti. La parola del medico è Davar, potenza generatrice. E di questo bisogna avere consapevolezza. Quando questa consapevolezza manca, la parola viene usata con la stessa leggerezza con cui si maneggia un rasoio pensando di avere in mano un pennello. Perché è con la parola che il medico può indicare al suopaziente la mappa di quel territorio ostile in cui si trova ed insegnargli ad orientarsi all’interno di esso. Partendo dalle parole il paziente comincerà a narrare a se stesso la sua malattia e ne rintraccerà il senso all’interno della sua storia personale.

2013 in review

27 gennaio 2014

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Sydney Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 13,000 times in 2013. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 5 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.

1988: Missione su Marte

12 aprile 2013

uomo scrive sulla sabbia

“Sul pianeta della filosofia tutti i continenti sono da un pezzo scoperti! Io sfoglio gli antichi saggi e vi ritrovo i miei pensieri più moderni”.
A. Solzenitsyn “Il primo cerchio”

“Questa volta noi di WikiLeaks abbiamo fatto il colpo grosso. Proprio quando pensavano di averci eliminati definitivamente, con una rocambolesca operazione, siamo riusciti ad infilarsi in un riservatissimo archivio della Presidenza degli Stati Uniti d’America E a tirarne fuori un bel po’ di roba. Certo, la maggior parte dei documenti, cosiddetti segreti, è davvero roba da buttare: le solite scappatelle extraconiugali di presidenti e ministri, i soliti alti funzionari gay, i soliti e noiosissimi pettegolezzi sui capi di stato e di governo esteri. E così via. Ma in mezzo a tutto questo ciarpame c’è il pesce grosso: la missione supersegreta su Marte negli anni ’80 dello scorso secolo. Dunque quello che si era sempre vociferato era proprio vero: gli astronauti americani sono effettivamente arrivati su Marte prima che fosse dichiarata la fine delle missioni spaziali.
Il file è immenso e contiene migliaia e migliaia di pagine di dati, le caratteristiche della navicella spaziale, la cronologia della missione, le rilevazioni compiute. Ma andiamo al sodo. Quello che pubblicheremo è contenuto nelle registrazioni dei colloquio fra i tre astronauti. Mentre un pilota è sulla navetta orbitante, gli altri due, sulla superficie del Pianeta Rosso, sono in esplorazione a bordo di un piccolo mezzo motorizzato. Le due postazioni comunicano tra loro:”
Postazione al suolo: “Stiamo percorrendo una piccola valle chiusa tra delle colline piuttosto basse. Ecco, ora stiamo uscendo su una spianata sabbiosa. Sembra il fondo prosciugato di un lago. Hei, Neil, facciamo qualche altro prelievo poi, per oggi basta. Ne ho abbastanza. Ma…Accidenti! Guarda là…”
“Oh cavolo…” Si sente uno stridere di pneumatici.
Postazione orbitante: “Dannazione, ragazzi cosa, sta succedendo? Tutto ok?”
Postazione al suolo: “Si Buzz, ma qui abbiamo visto qualcosa… o qualcuno”
Postazione orbitante: “Neil, Michael, riuscite a darmi l’immagine? Fate presto però”
Postazione al suolo: “Telecamera attivata. Riesci a vedere anche tu?”
Postazione orbitante: “Buon dio! Un essere vivente, un marziano! Anzi…sembra…no, è proprio un uomo!”
Spezzoni di filmato, E’molto mosso e sfocato. Inquadra quello che appare un uomo di pelle chiara. E’accovacciato sulla sabbia. Sembra molto, molto vecchio. Ha una lunga barba bianca e ha indosso una tunica. Non appare per nulla spaventato dall’arrivo dei visitatori. Anzi. Per alcuni fotogrammi sembra intento a scrivere qualcosa sulla sabbia con una bacchetta.
Tentativo di inquadrarla sabbia. Si intravedono figure geometriche, numeri e lettere incise dal vecchio. Difficile dire con esattezza, ma sembrano lettere greche. Il vecchio alza lo sguardo. Sorride. La telecamera gli gira attorno. L’uomo sembra divertito. Nuova inquadratura sui disegni. Sembrano proprio immagini geometriche. Un’equazione. Il filmato si interrompe.
Continua la registrazione delle voci.
Postazione al suolo: “Buzz, sembra disarmato e innocuo, Tentiamo di comunicare con lui”
Postazione orbitante: “Prudenza, ragazzi, io sono morto di paura qui…”
Si sovrappone una voce più lontana. Inizialmente parole poco comprensibili. Poi: “…….ma forse mi capite meglio se parlo così”
“Lei parla la nostra lingua? Ma da dove viene?”
“Esattamente da dove venite voi. Ma sono arrivato molto, molto tempo fa”
“E come diavolo ha fatto?”
“Hei, Neil, secondo me è un russo!”
“Non sono russo. Sono greco”
Le tre voci degli astronauti. più o meno contemporaneamente: “Greco???”
“E’una storia lunga. E molto antica. Lasciamola perdere perché per voi sarebbe un po’ complicata da capire”
“Si, credo anch’io. E, a questo punto, credo anche di sapere lei chi è. Pitagora, vero?”
“Per servirvi. Era molto tempo che vi aspettavo. Sinceramente pensavo che sareste arrivati prima”
“Ha ragione mister Pitagora, temo che per molti secoli siamo stati distratti da più futili faccende”
“Basta scherzare, ragazzi. Questa è roba seria. Qui bisogna far riunire subito l’unità di crisi, avvertire Reagan…”
“No, Neil, aspettiamo a dare l’allarme. Non ce n’è alcun bisogno. Sapevamo da molto tempo che nell’antichità avevano intuito leggi della fisica con incredibile anticipo. Qualcuno di voi ha letto “il Tao della fisica” di Fritjof Capra? A partire dal 600 avanti Cristo si è avuto uno straordinario fiorire di studi religiosi, filosofici e scientifici. Per motivi non chiari, questo è accaduto contemporaneamente in ogni parte del mondo e, come dice anche Jaspers, contemporaneamente in Oriente come in Occidente, si è giunti in molti campi dello scibile alle stesse conclusioni. Nei secoli successivi la scienza, soprattutto la fisica e l’astronomia, hanno spesso solo confermato di volta in volta quello che era stato intuito già nell’antichità. Certo però, era difficile pensare che si potesse giungere fino a questo punto…”
“No, aspetta un po’, Buzz. Troviamo su Marte un vecchio greco svitato, vestito con un lenzuoloe tu ti metti a parlare di filosofia come se tutto questo fosse normale!”
“Scusate se mi intrometto nei vostri discorsi, signori, ma è proprio come dice il vostro amico. Le cose sono più semplici di quanto voi potreste credere. Basta ragionare nel modo giusto. E un tempo qualcuno ci è riuscito, molto prima degli altri. Tutto qui”.
La voce che arriva è quella di una persona alterata: “No caro mio, non ci siamo proprio capiti. Io voglio sapere dove sono i calcoli, le formule…voglio vedere la navetta, le sue strumentazioni, tutto il dannato armamentario che vi ha fatto arrivare fin qui!”
La voce di Pitagora è calmissima: “E ammesso che io le facessi vedere tutto quello che chiede, lei, o qualcun altro dei suoi contemporanei, pensa davvero di essere in grado di interpretarlo? Io posso darle qualche formula, anche se forse non di quelle che intende lei”
“Hey, allora forse non sono stato abbastanza chiaro, non sono arrivato dalla Terra sin qui su Marte per farmi prendere in giro da lei. Allora, ripeto lentamente e per l’ultima volta. Poi agirò in nome degli Stati Uniti d’America: co-me è arri-vato sin qui?”
“Piantala Michael, non ha capito che cosa ci ha detto? E’tutta una questione di ragionare nel modo giusto. E forse il tipo di ragionamento a cui si riferisce, è qualcosa a cui, da molti secoli, non siamo più abituati e che potremmo anche non capire”
“Certo, miei gentili e giovani amici, è proprio così. Voi da moltissimo tempo avete dimenticato cosa sia l’intelligenza complessiva delle cose”
“E sarebbe?”
“E sarebbe quel tipo di ragionamento che praticava la scienza e la cultura dell’antichità: noi non tagliavamo il capello in mille sottili fettine, come fate voi. Non parcellizzavamo il sapere. Noi cercavamo un’unica grande risposta per ogni domanda, sia che coinvolgesse l’infinitamente grande, che l’infinitamente piccolo. Sia quello che accade dentro il nostro corpo che fuori da esso. Sia sul pianeta Terra che sul più lontano asteroide in viaggio verso l’infinito. Perché l’universo è un grande unico corpo vivente e pulsante, fatto della medesima materia, che costituisce il vostro corpo, come le stelle, i fiori, gli animali e le rocce. E le grandi leggi che lo regolano non possono non essere le stesse tanto in alto quanto in basso. Insomma, quello a cui mi sto riferendo sono le grandi cosmogonie che noi studiosi dell’antichità generavamo. E così, studiando un fiore a Crotone, ci poteva capitare di capire cosa accadeva su Marte. Ma anche molto più lontano”.
“E ora invece?”
“E ora voi avete spezzettato il sapere in milioni, miliardi di particelle, così che non sapete nulla di cosa sa lo studioso della porta accanto. Come pensate mai di poter volare alto? Forse comprenderete qualcosa della briciola di sapere che vi è stata affidata. Ma non potrete più aspirare a comprendere il tutto. E nemmeno ad avvicinarvi al tutto ”.
“Un momento, un momento. Senta signor Pitagora, se lei intende trattarci come tre ragazzini ignoranti, sappia per sua norma e regola che noi siamo tre ingegneri laureati con il massimo dei voti nelle più prestigiose università statunitensi…”
“E anche specializzati. Ingegneria aerospaziale immagino. Vero signor Michael? Perdonatemi se vi ho dato questa impressione, ma non intendevo minimamente porre in dubbio la vostra competenza scientifica. Cercherò di spiegarmi meglio. Voi certamente sapete assai meglio di me cosa sono i pixel. Ebbene, se noi ingrandiamo sempre più un’immagine, per poterla analizzare meglio, ci troviamo a vedere un numero infinito di quadratini, o rettangoli, di colore diverso. Conosceremo in dettaglio ogni singolo pixel. Ma ci sfuggirà senz’altro l’immagine che i pixel compongono. La scienza negli ultimi quattrocento anni ha fatto esattamente questo: si è concentrata sempre più sul dettaglio, facendosi sfuggire il grande quadro d’insieme. L’universo è un immensa scacchiera. Se voliamo basso non vedremo altro che quadrati bianchi e neri. Ma se saliamo in alto, allora si che cominciano a vedersi, sempre più chiaramente i grandi disegni che quei quadratini compongono. Alcuni di noi, nell’antichità, hanno semplicemente fatto questo ”.
“Ragazzi, sentite il mio consiglio, salutiamo e torniamocene a casa”
“Si, Buzz, mi sembra la cosa migliore da fare”
“Arrivederci mister Pitagora”
“Ciao ragazzi. E cercate di capire, se potete”
Fine della registrazione.

“Pazzesco…”
“Hei, Julian, cosa vuoi farne di questa roba?”
“Cancella tutto”
“Ma stai scherzando?”
“No che non scherzo. Chi vuoi che ci prenda sul serio se diffondiamo questo documento? Penseranno tutti che sia una bufala. Così noi ci facciamo la figura dei grandissimi bugiardi e non ci crederà più nessuno, qualsiasi cosa diciamo”
“Mi sa che hai proprio ragione, Julian”.
Delete.

delfi

E’ chiaro ormai che, in Italia, fornire un parere scientifico su un rischio, è diventato, di per sé, un rischio. Come è noto, a fine ottobre 2012, un magistrato italiano ha deciso di condannare sei scienziati esperti in terremoti, a sei anni di carcere, per aver sottovalutato il rischio di terremoto all’Aquila e aver semplicemente rassicurato il pubblico in una conferenza stampa. Secondo la sentenza, molte vite umane si sarebbero potute risparmiare se le famiglie, anziché essere tranquillizzate, fossero state indotte ad allontanarsi dalle loro case. E’evidente che il problema centrale di tutta questa tragica vicenda è quello di tutelare con ogni mezzo le vite umane. Ma a questo punto diventa di fondamentale importanza indicare con chiarezza qual è la divisione di responsabilità tra lo scienziato che esprime un’opinione e l’amministratore che prende una decisione. Altrimenti si correrà il rischio concreto, in futuro, che, per paura di finire in galera, un esperto rifiuterà di esprimere un’opinione, di formulare una previsione o, magari, semplicemente un’ipotesi. Ma la vicenda va analizzata con molta attenzione.

Un primo aspetto di questo dolorosi episodio che merita una riflessione, è l’evidente deresponsabilizzazione di chi, per mestiere, dovrebbe trasformare le valutazioni scientifiche in decisioni operative: cioè i nostri amministratori. Un uomo di scienza che prevede un evento, sia esso un terremoto, un’epidemia, o una precipitazione meteorologica, esprime, per definizione, una probabilità statistica, formulata alla luce dei dati in suo possesso e delle conoscenze scientifiche disponibili in quel momento. Quante probabilità ho che mi venga un infarto se non fumo, se ho una sana alimentazione e se la mia pressione è buona? Pochissime. Ma l’infarto mi può venire lo stesso. E posso comunque decidere di farmi una bella assicurazione per tutelare me e i miei familiari. Così è per le decisioni politiche. Le decisioni politiche sono altra cosa rispetto alle valutazioni che fa la scienza: il sindaco può decidere di spargere il sale sulla strada in previsione di una nevicata anche se sé cosciente che vi è una probabilità residua, sebbene minima, che il sole, quel giorno, spacchi le pietre. Se ha deciso così è perché ritiene che debba prevalere un principio di precauzione. Viceversa (e questo è successo) può decidere di non chiudere le scuole, pur in previsione dell’arrivo di un’importante epidemia d’influenza perché valuta che il panico procurato da questo provvedimento, il disagio per le famiglie, i giorni di studio da recuperare nei mesi successivi siano un prezzo troppo alto da pagare rispetto a qualche giorno di febbre. Le ragioni della scienza non possono essere quelle della politica. Una decisione politica non può essere demandata alla scienza. E l’uomo di scienza, se sbaglia previsione, non può essere punito, perché la probabilità di errore è parte integrante della sua previsione. Ma ormai per noi non è una novità che politici ed amministratori abdichino sistematicamente a favore del tecnico o dello scienziato di turno.

Tuttavia fermare l’analisi a questo punto sarebbe un errore. C’è un secondo problema, assai più importante alla base di quanto è successo. E’più importante perché affonda tenacemente le sue radici nella cultura e nelle convinzioni della maggior parte delle persone: l’opinione diffusa è che la scienza non può e non deve sbagliare, perché la Dea Scienza è infallibile. E se sbagli vi sono, questo è dovuto ai suoi indegni sacerdoti. Perché molta gente la pensa così? E perché questa visione così grossolanamente distorta è diventata addirittura una verità giudiziaria? Innanzitutto perché, in Italia, ancor oggi, il bagaglio culturale di un cittadino medio non prevede la benché minima infarinatura di ragionamento scientifico e dunque, se non si conosce neanche un minimo un territorio, non se ne conoscono neppure i suoi limiti e confini. E poi perché, in fondo, l’idea di una scienza onnipotente che ha contagiato la cultura dominante è stata diffusa proprio da alcuni influenti ambienti scientifici, cioè dai detentori di quello che Foucault definiva biopotere. Questa idea di scienza è molto conveniente perché muove grandi interessi economici, attira l’attenzione mediatica sui suoi grandi sacerdoti e conferisce ad essi un immenso potere. Oggi paghiamo le conseguenze anche della cattiva gestione del biopotere.

In ultimo, ma non per ultimo, voglio accennare ad un’altra ragione di questa pericolosissima sacralizzazione della scienza, che l’ha fatta diventare l’ultimo oracolo, salvo poi a voler gettare nella fossa dei serpenti gli oracoli che sbagliano: una società che ha perso il senso del sacro finisce per sacralizzare la scienza. In fondo, molti anni fa, ce lo ricordava Gaetano Salvemini: una cultura che non ha il senso del sacro è destinata all’arretratezza. E quella dell’Italia, soprattutto nel Mezzogiorno, crede di coltivare il sacro ma coltiva solo la superstizione. E se lo diceva un grande laico come Salvemini, possiamo davvero crederci.