Tutto ha inizio con il dio Apollo. Egli è un vero curatore. Sana e purifica la materia. Sana anche le ferite, così come le può infliggere con le sue frecce. È un dio che dà vita, ma anche morte. 

Un giorno Apollo si innamora di Coronis, una giovane bella e nobile, e la seduce sulle rive del lago Bobeis, in Tessaglia. Subito dopo la abbandona perché gli dei, si sa, sono volubili. Ma sono anche gelosi e possessivi, e un candido corvo veglia su di lei, perché nessuno la deve violare. Coronis è già incinta del dio ma, abbandonata, si innamora di Ischys, uno straniero venuto dall’Arcadia. Il corvo informa di tutto Apollo che, furibondo, lo trasforma da bianco in nero, il colore del tradimento. Poi chiede a sua sorella Artemis di uccidere la ragazza. La freccia di Artemis colpisce al seno la traditrice. Ma prima di morire Coronis sussurra al dio che, con quella freccia, egli ha fatto uccidere anche suo figlio. Apollo compie un disperato tentativo di rianimarla, ma è troppo tardi. Evidentemente la rianimazione non rientrava tra le specializzazioni in cui quel dio medico eccelleva. Ma quando il fuoco già sta iniziando a bruciare il corpo di Coronis, le fiamme si aprono di fronte alla mano predatrice del dio che estrae dal ventre della morta suo figlio. Così, se Apollo non si dimostra un valido rianimatore, in compenso esegue il primo parto cesareo post-mortem. Il dio chiama suo figlio Asclepio. Asclepio in greco vuol dire “il curatore permanente”, ma il nome potrebbe anche derivare da Skalops“il topo”, colui che fruga nelle profondità, o anche da Skeleton“lo scheletro”, per la sua magrezza spettrale, così come alcuni lo descrivono.

Sul monte Pelio, di fronte alla Tessaglia, vivono in branco i Centauri, metà uomini e metà cavalli. Sono selvaggi e violenti, aggrediscono i viandanti con tronchi d’albero e grida che sembrano canti. Non rispettano gli uomini, ma neanche gli dei. Appartato dagli altri Centauri, in una grotta a Malea, vive Chirone. È figlio di Chronos e della dea marina Filira. Ha dunque una natura duplice, acquatica ed equina.  A differenza degli altri centauri, ignoranti e dediti alla violenza, Chirone è generoso, saggio e grande conoscitore di scienze, in particolare quella medica. Il suo nome deriva da Kyros, “mano”, perché la sua è una mano che cura. Dalla stessa radice deriva anche “chirurgia”. Chirone era stato chiamato a curare Achille che si trovava con una caviglia ustionata a causa dei molti maldestri tentativi, fatti da sua madre Teti, di renderlo immortale. Chirone gliela aveva trapiantata, usando quella di un gigante morto, Damiso (oggi si parlerebbe di un trapianto da cadavere). Il gigante era particolarmente dotato nella corsa, così Achille poté ringraziare Chirone, non solo per avergli guarito il tallone ustionato, ma anche per averlo fatto diventare Achille dal piè veloce

Apollo vola alla grotta di Chirone e gli affida Asclepio. Il bambino cresce allattato da una capra, vegliato da un cane e addestrato all’arte medica da Chirone. 

Asclepio apprende gli insegnamenti di Chirone secondo le regole della Paideia: l’educazione che può ricevere solo chi possiede la virtù di un sangue aristocratico. Per questo gli schiavi non potevano esercitare la medicina. “La gloria ha pieno valore solo quando è innata”, scrive Pindaro, filosofo aristocratico. E il lignaggio di Asclepio è divino. Così il giovane Iatros impara a curare con erbe e bisturi, ma anche con musica, salmi e incantesimi, perché non è ancora giunto il tempo di Ippocrate che separò la scienza dalla superstizione. 

Chirone ha una ferita al ginocchio, dovuta ad una freccia scagliata dal suo amico Eracle, in guerra con gli altri Centauri. Già a quei tempi il cosiddetto fuoco amico faceva le sue vittime. Ancheper questo è un bravo medico, perché è dalla ferita del medico che proviene la cura: dal profondo della sua carne egli interpreta il dolore degli altri. Così nasce l’empatia in medicina. La ferita dice al medico che la vita, la sua stessa vita,  è una dualità inscindibile: gioia e sofferenza, vita e morte. 

La ferita è gravissima e causa a Chirone indicibili sofferenze. Egli certo non può guarire, ma nemmeno morire, perché è nato immortale. Chirone desidera ardentemente la morte, e riesce ad ottenerla scambiando la sua immortalità con Prometeo, che Zeus aveva degradato al rango di mortale. Il padre degli Dei, al quale il centauro era particolarmente caro, lo vuole comunque vicino a sé nel cielo, e dà origine alla costellazione del Centauro. 

A continuare la sua opera ormai c’è Asclepio. La sua arte è come il sangue di Medusa. Può dare vita, ma anche morte. E Asclepio possiede quel sangue: il Pharmakon.  Medusa, decapitata da Perseo, è l’unica mortale delle tre Gorgoni. La testa di Medusa era coronata da vipere, il collo era ricoperto di squame di drago, i denti erano di cinghiale. Il sangue che scorreva nei vasi venosi di sinistra era velenoso, quello di destra era capace di curare. E anche di resuscitare i morti. 

Il sangue dei mostri spesso possiede poteri magici. Come il sangue del centauro Nesso che, tentando di rapire Deyanira, viene ucciso da Eracle, il marito della donna. Mentre agonizza, Nesso sussurra a Deyanira: “Prendi il mio sangue e mescolalo con il seme che ho versato quando ho provato a violarti. Se ti accorgerai che l’amore di tuo marito inizia a vacillare bagna la sua tunica con questo liquido”.  È un inganno, e Deyanira cade nella trappola. Così, quando Eracle si innamora di un’altra donna, la gelosia acceca Deyanira che bagna la tunica del marito con la pozione. Nell’indossarla, la pelle dell’eroe si incendia e per Eracle è la fine.

Asclepio non possiede solo il Pharmacon, ma molti altri filtri con cui può uccidere, ma anche far innamorare, dare la bellezza a chi non la possiede, spingere all’adulterio e al tradimento. Raccoglie foglie e radici e le cuoce per preparare i suoi infusi. Conosce i poteri dell’Atropa belladonna, pianta silvestre ricca di proprietà terapeutiche. Ha la virtù di curare le coliche renali e biliari, il raffreddore, la tosse e l’asma. In più rilassa l’intestino. Bagnando gli occhi delle donne con l’estratto della pianta le loro pupille si dilatano, e i loro occhi appaiono più belli. Ma, se assunta in grandi quantità, può essere letale. Certo, il concetto di dose, all’epoca, è ancora piuttosto fumoso. Si procede in maniera molto empirica, per prova ed errore. D’altronde, solo nel XX secolo i farmacologi hanno estratto da questa solanacea il suo principio attivo, l’atropina, un potente alcaloide. Così hanno potuto verificare che questa sostanza dilata la muscolatura liscia dell’apparato respiratorio, urinario e digestivo, contrasta la vasodilatazione periferica e i bruschi cali pressori. Sul sistema nervoso centrale agisce come euforizzante, fino a dare allucinazioni. Sul cuore accelera i battiti cardiaci. E può indurre a morte bloccando la trasmissione elettrica cardiaca. Gli antichi pensavano che il battito del cuore si fermava perché Atropo, una delle tre Parche, quella a cui è dato il compito di recidere il filo della vita, potesse raccogliere lo spirito dal corpo morente. La belladonna è un vero Pharmakon: prodigioso rimedio, ma anche potente veleno. 

Tuttavia Asclepio non conosce l’anatomia. Tutto il corpo è visto come un insieme indistinto. Per gli antichi non esiste l’apparato respiratorio o digerente, la vescica o la colecisti. Platone, molto tempo dopo ci dirà che la bile è un umore di colore scuro, così come la melanconia. Tutto allora era considerato un equilibrio di fluidi. Questa teoria non mancava di una qualche ragion d’essere, e per molto tempo ha dato anche buoni risultati.

Asclepio conosce la Datura stramonium che contiene scopolamina, assai simile all’atropina, ma più tossica. È un veleno potente, capace di far perdere la memoria e di dare una sorta di piccola morte. È anche conosciuta come droga dello stupro, conservando così molta della sua perversità mitologica. 

Probabilmente egli conosce anche l’Elleboro, con le sue varietà niger, viridis e foetidus. È noto anche con nomi che la dicono lunga sulle sue proprietà farmacologiche, come Artiglio del grifone. Cuocendo la sua radice si ricava una pozione che Plinio paragonò alla forza di un generale che, incitando le sue truppe, va all’assalto del nemico e ne scompagina le fila. È un farmaco che, a piccole dosi, funziona come ottimo purgante ma, in quantità eccessive, produce diarrea, vomito incoercibile e paralisi cardiaca, perché blocca la conduzione elettrica del miocardio. È stata forse la prima arma chimica: Pausania racconta come Clistene di Sicione, per conquistare la città di Cirra, chiuse tutte le condotte idriche che la servivano. Poi, quando gli abitanti erano ormai assetati, le riaprì dopo aver avvelenato l’acqua con l’elleboro. Gli abitanti, intossicati dal veleno, furono colti da violenti attacchi di diarrea. Così Clistene entrò vittorioso nelle mura della città. A dispetto della sua singolare strategia militare, credo che l’assonanza tra Clistene e clistere sia solo casuale.

Insomma, nel giardino di Asclepio fiorisce ogni tipo di pianta miracolosa, tutte accomunate dal possedere il principio ambivalente del Pharmakon. A dosi moderate sono ottimi spasmolitici, purganti, diuretici, antibiotici o cicatrizzanti. A dosi elevate uccidono.

Chirone gli aveva anche insegnato a distinguere le ulcere dalle ferite, e i poteri curativi del miele sulle infezioni, che possono colpire le une e le altre. Oggi sappiamo che le api sintetizzano nelle loro ghiandole salivari un enzima che produce acqua ossigenata a partire dagli zuccheri e dall’acqua che questi insetti estraggono dal nettare dei fiori.

Asclepio non possiede frigoriferi, ma è molto ben organizzato: utilizza la neve del monte Pelio per conservare i suoi farmaci.

Lo Iatros però inizia ad andare oltre le sue competenze: prende la pessima abitudine di riportare in vita i morti con il Pharmakon. E questa grave colpa professionale fa incollerire molto Zeus, perché non è consentito a nessuno, neanche al migliore dei medici, di interferire con il corso della Natura. Così il re degli dei uccide il medico con un fulmine. Ma Apollo non prende affatto bene l’assassinio del figlio, e uccide i tre ciclopi che forgiavano i fulmini per Zeus. Il quale, per placare le ire di suo figlio, come ha trasformato Chirone nella costellazione del Centauro, così trasforma Asclepio in quella del Serpente, simbolo, non a caso, del Pharmakon.

Per divina che sia, la genealogia di Asclepio è piuttosto inquietante: egli è il nipote di Artemis, l’assassina di sua madre, e figlio Apollo, che la violò e la fece assassinare. E, per finire, viene ucciso da suo nonno, Zeus. 

Asclepio ha numerosi figli. E tutti saranno medici: Macaone è un chirurgo, Podalirio internista, Telesforo è “colui che calpesta a distanza e vigila sulle convalescenze”, Igea è, ovviamente, un’igienista mentre l’inseparabile sorella Panacea, esperta di piante medicinali, è la capostipite dei farmacologi. Infine c’è la piccola Yaso, una dea minore della medicina. Oggi potremmo paragonarla ad un paramedico.

Per la verità, anche la zia Artemis (per la quale Asclepio non aveva un granché di ragioni per nutrire affetto) aveva a che fare con la medicina. Dà infatti il suo nome ad una varietà di piante che si credeva regolarizzassero i flussi mestruali, i dolori del parto, la febbre, i crampi, i vermi intestinali, e che stimolassero l’appetito. Oggi sappiamo che il genere Artemisia è vasto, con circa 200 specie in tutto il mondo. La farmacologia moderna l’ha considerata per molto tempo una pianta pressoché inutile dal punto di vista terapeutico, capace di abbassare leggermente la pressione arteriosa ed agire come blando antibiotico. In più, Artemisia absinthum è stata per molto tempo bandita dalla legge, perché da essa si può ricavare l’assenzio, sostanza allucinogena e capace di dare convulsioni, sebbene in dosi molto alte.

Ma la rivincita della dea è giunta pochi anni fa: oggi i derivati dell’Artemisinina sono alla base della terapia della malaria. Forse la dea lo aveva capito già dall’epoca perché, essendo una dea cacciatrice, girava per boschi e paludi e aveva probabilmente molti problemi con le zanzare.

Omero ci descrive Macaone, il chirurgo figlio di Asclepio, nel fragore delle battaglie fra Greci e Troiani. Macaone combatte insieme agli altri guerrieri achei. Anzi, tra di loro è uno dei più feroci. Omero lo descrive come guerriero “dalle mani assassine”. Possiamo immaginare che, dalla sua cintura, da un lato penda lo xifos, la spada, dall’altro gli strumenti chirurgici: bisturi, pinze, stecche e bende, insieme alle piante medicinali del Pharmakon. Egli stesso è un simbolo vivente del Pharmakon: da un lato è portatore di morte, dall’altro di vita. Così, mentre è intento a frantumare ossa e squartare il ventre dei troiani che gli capitano a tiro, viene raggiunto dal messo di Agamennone, che gli ordina di accorrere. È un ordine misto di imperio e di disperata supplica: suo fratello Menelao è stato ferito da una freccia nemica. Bisogna subito curarlo. Macaone abbandona subito i panni del guerriero ed assume quelli del savio Iatros. Sotto una tenda allestisce una sala operatoria improvvisata. Si sveste dell’armatura e indossa l’Imation, la candida tunica, precursore del camice. Studia il ferito palmo a palmo, dalla smorfia di dolore alla postura delle mani, dal colore della pelle a quello del sangue che sta perdendo. Il chirurgo invoca suo padre Asclepio che gli sussurra gli insegnamenti di Chirone. Sotto la tenda siede su uno sgabello di cedro. Le gambe sono ad angolo retto con il bacino. È un sacerdote laico. È il figlio di un semidio che si prepara a svolgere il compito al quale gli dei lo hanno destinato. La freccia ha trafitto Menelao sopra la cintura. Il medico libera la parte dai vestiti. Estrae la freccia bifida lentamente, con prudenza, per non lacerare le viscere. Le piume restano attaccate alle sue dita. Succhia il sangue con la bocca. Poi lo sputa. Tampona la ferita con lattice di fico e la medica con una garza fredda, per ridurre l’emorragia. Infine posa sulla fronte di Menelao una benda rossa e calda, per richiamare il flusso sanguigno alla testa. Menelao è stato curato per un atto congiunto degli dei e degli uomini. Un intervento riuscito bene, non molto dissimile da quello che si sarebbe fatto oggi in casi analoghi. Tranne che per l’uso del lattice di fico, che non serve affatto a ridurre il sanguinamento come si credeva. Anzi può peggiorarla. Ma si tratta di pensiero magico per similitudine: come il lattice di fico tampona la ferita della pianta, così dovrebbe fare sul corpo umano. Anche l’uso della benda rossa sulla fronte è pensiero magico per similitudine: se si vuole richiamare il flusso sanguigno, che è rosso, si deve usare un oggetto dello stesso colore. Ma questo poco toglie alle capacità del chirurgo Macaone, figlio di Asclepio (1).

La violenza del mito di fondazione

Perché il mito di fondazione di una disciplina così nobile come la medicina, forse la più nobile delle arti umane è intriso di tanta violenza e di tanti efferati assassinii? Credo che le ragioni siano almeno due: In generale sappiamo che tutti i miti di fondazione poggiano su atto violento, sacrificale. Mircea Eliade ci ha insegnato che le civiltà umane, dopo essere uscite dall’era dei cacciatori-raccoglitori per dare vita alle civiltà basate sull’agricoltura e sull’allevamento, sono state profondamente segnate dalle simbologie di morte e rinascita di cui il mondo vegetale e animale sono ricchi: nessun grande atto fondante è possibile se, alla sua base, non c’è evento sacrificale. Ogni nuova vita nasce dalla macerazione e dalla distruzione del suo seme, così come nella vita quotidiana di ciascuno di noi non può esservi alcuna realizzazione, grande o piccola che sia, se a questa non sacrifichiamo una parte di noi. Non si rinasce a qualcosa di nuovo se non si muore a qualcosa di vecchio (2-4). Coronis è violata da Apollo, così come l’aratro fende la terra prima della semina.  Poi viene sacrificata per dar vita ad Asclepio. Chirone sceglie di morire perché il maestro deve accettare di morire se vuol dare vita ad una dinastia di allievi che lo superino. È la morte rituale del Maestro. Asclepio viene ucciso per dar vita ad una stirpe di medici rispettosi delle armonie della natura.

L’altra ragione credo sia strettamente legata ad un’emozione di cui ci parla molto Aristotele: il Thauma.

Come nasce la filosofia? Aristotele aveva le idee chiare: la filosofia nasce, secondo lui, da un sentimento: il thauma. Siamo noi ad avere le idee un po’ confuse, perché non siamo tutti d’accordo su come tradurre dal greco la parola thauma. Martin Heidegger la traduce come meraviglia: la filosofia nascerebbe dunque dal sentimento di meraviglia di fronte all’universo che si apre davanti agli occhi dell’uomo quando prende coscienza di sé (5). 

Emanuele Severino invece non è per niente d’accordo (6). Secondo lui, traducendo thauma con meraviglia “…si perde completamente di vista la tragica grandezza della nascita della filosofia. Thauma è infatti, innanzi tutto, l’angosciato stupore, lo stordimento e il terrore dell’uomo dinnanzi al divenire della vita, al dolore e alla morte. Lo dice la stessa struttura etimologica di questa parola potente e terribile” 2

E’ così, thauma ha decisamente un significato negativo. Omero infatti descrive Polifemo come “un mostro che suscita orrore (thauma)” (7). E l’intimo legame tra thauma e trauma, origine di molte malattie della mente e del corpo, non sfugge a nessuno. Così continua Severino:

“Solo scorgendone il significato autentico ci si spiega perché Aristotele affermi che il possesso della filosofia conduce nello stato contrario a quello costituito da thauma, ossia conduce alla felicità che sorge dal risolvimento dei problemi intorno al senso del mondo”  (5).

Secondo Severino sarebbe infatti una clamorosa contraddizione dare al thauma l’accezione positiva di un sentimento di meraviglia: se la filosofia nasce per darci serenità interiore perché dovrebbe essere il rimedio ad un sentimento positivo?  

Aristotele è peraltro convinto che il sentimento che lui descrive come thauma sia anche all’origine del mito, che nella cultura dell’uomo ha preceduto di molto l’arrivo della filosofia (e, secondo me, è ancora una categoria della mente dell’uomo che nessuna filosofia potrà mai rimpiazzare). E anche questo, secondo Severino, ci conferma il reale significato che aveva il thauma per Aristotele:

”chi si rivolge al mito e vive in esso è in qualche modo filosofo perché anche lui – e anzi lui, prima ancora che sulla terra sopraggiunga il filosofo- ha a che fare con lo stordimento angosciato, con il terrore, e dunque con lo thauma che afferra ogni uomo che apre gli occhi sulla vita. Anche il mito, come poi la filosofia (e la scienza) tenta di arginare e di rendere sopportabile il dolore angosciante”  (5).

Severino è convinto (ma anche Heidegger, in realtà) che la parola veritas sia costruita sulla radice indoeuropea ver, che indica riparo, rimedio. Dunque la filosofia, che cerca la verità, l’aletheia, cerca un rimedio una cura contro la paura, il thauma. Credo che Severino abbia perfettamente centrato quando descrive la nascita della filosofia come un tentativo di rispondere a tutte quelle domande che ognuno di noi si pone di fronte allo stupore angosciato che ci deriva dal fatto che siamo gli unici esseri viventi ad avere consapevolezza della loro fragilità e della loro mortalità. 

La paura è una delle due facce di un potentissimo meccanismo di sopravvivenza in cui il nostro corpo investe una spaventosa quantità di energia: il meccanismo  fight or flight. Ma questo resta pur sempre un sistema di difesa a breve o brevissimo termine: nel lungo raggio c’è bisogno di altre strategie: bisogna far intervenire la razionalità apollinea per assicurare una strategia più efficace e duratura che assicuri la sopravvivenza della specie. 

L’uomo, in preda al pericolo e al panico lotta o fugge. Con tutte le forze di cui è capace. Ma quando ha neutralizzato il suo nemico, o quando si è rifugiato in un luogo sicuro, inizia a riflettere. Ed elabora strategie più efficaci. Dioniso e Pan chiamano Apollo in aiuto. Dioniso, dio dell’istinto e dell’intuizione, e Pan, dio del timore panico (8) chiedono aiuto alla fredda razionalità di Apollo. Dioniso e Pan, nel passare il testimone della staffetta ad Apollo, producono alcuni tra i più preziosi e nobili frutti della mente umana: la ricerca filosofica. 

A dirla con le parole di Salvatore Natoli: “Qui Apollo e Dioniso sono la stessa cosa perché è dall’orrore che scaturisce la forma, dalla follia la ragione. Seguendo la linea di pensiero nicciana mi sono reso conto che la ragione, lungi dall’essere opposta all’istinto, ne è una sua trasformazione: essa nasce dal bisogno di preservarsi, di salvare la vita, di mantenere intatta la propria singolarità e forma. Non c’è allora nulla di più istintuale della ragione come bisogno di governare le forze dell’immane” (9).

Ma se è vero che il rapporto concreto ed operativo con la realtà precede sempre qualsiasi speculazione teorica, è anche vero che, prima di qualsiasi riflessione articolata sul dolore, sulla malattia, sulla morte, deve esserci stato, nella storia della civiltà umana, il tentativo pratico di opporsi a tutto questo. Ed ogni atto umano che abbia questa finalità rientra nella definizione di medicina. È la medicina la prima ad addentrarsi in quella zona grigia che si stende al confine tra la vita e la morte. E che chiamiamo malattia. E la prima reazione al thauma-trauma che l’uomo ha tentato non può essere stata la filosofia, ma la medicina. E se la veritas, il ver è rimedio al thauma, il primo rimedio è stato la ricerca di un farmaco. 

Nella mia esperienza professionale, di attacchi di panico ne ho visti tanti, ma credo che la maggior parte di essi fossero generati dalla paura di una malattia, vera o presunta che fosse. La percezione di un cambiamento che l’arrivo della malattia sta operando nel nostro corpo è il più potente evocatore della parte panica della nostra mente. Ma è pur vero che un sottile e costante rumore di fondo ha da sempre pervaso il pensiero umano: la paura panica della morte e del suo araldo: la malattia.  

Aristotele è figlio di Nicomaco, medico del re di Macedonia Aminta III, ed ha studiato medicina. Sono convinto che Severino abbia ragione nell’identificare il thauma con la paura, a volte incontrollabile, di fronte alla malattia, al dolore e alla morte. Ma sono anche convinto che Aristotele pensasse alla medicina, sia come primo rimedio al thauma, che come origine della filosofia. Ma soprattutto che la più efficace risposta al thauma venga dall’unione della medicina con la filosofia. E ce lo dichiara esplicitamente quando afferma che “il medico che si fa filosofo è simile a un dio”.

La scienza oscena

19 dicembre 2020

Quando possiamo dire che una cosa è oscena? Letteralmente quando è fuori dalla scena.  Dalla sua scena. Ogni atto, ogni evento ha una propria scena naturale che lo accoglie e lo giustifica. Un rapporto sessuale tra due sposi consumato nel talamo nunziale è un atto d’amore ma se questo avviene su una panchina di un giardino pubblico è indubbiamente un atto osceno perché, appunto, è collocato fuori dalla sua scena naturale.Qual è la scena che accoglie e giustifica un dibattito scientifico? Innanzitutto le riviste internazionali che applicano le rigorose regole delle peer review, ma anche le sale dei congressi, le aule delle università, i laboratori di ricerca, magari nelle discussioni che si animano fra una seduta sperimentale ed un’altra, le sala medici degli ospedali, prima o dopo il giro di visite ai pazienti. Perché no, anche la camera caffè nelle pause di lavoro può accogliere un vivace e costruttivo dibattito su un’ipotesi scientifica. Qui le idee si confrontano, a volte si scontrano, ci si può contraddire, si può persino litigare su opinioni opposte, perché siamo all’interno della scena appropriata per un dibattito scientifico. E, all’interno di questa scena, si può consumare liberamente quel rapporto dialettico che, secondo Karl Popper, è il cuore del metodo scientifico moderno: la falsificabilità delle teorie. Se io propongo una mia ipotesi diagnostica sulla misteriosa malattia che affligge il paziente ricoverato da vari giorni, senza venirne a capo, devo accettare come parte essenziale della ricerca della verità che la mia idea sia sottoposta a falsificazione, cioè che un altro collega in maniera più o meno garbata cercherà di dimostrare che la mia ipotesi non è quella giusta. Quanto più la mia ipotesi resisterà ai tentativi di falsificazione tanto più, forse, sarò vicino alla verità. Se il mio collega poi dovesse falsificare la mia idea in modo non del tutto garbato, come capita non di rado, ebbene, anche questo è accettabile, fatto salvo, se possibile, l’insulto personale. Ed è accettabile perché questo fa parte del percorso naturale delle idee scientifiche. 

La pandemia da SARS-CoV-2 ci ha colti impreparati da molti punti di vista: non abbiamo dovuto solamente confrontarci con una malattia sconosciuta perché nuova, ma abbiamo dovuto anche affrontare problemi di comunicazione del tutto inattesi. Questa è stata la prima grande pandemia nella storia dell’umanità che ha conosciuto le potenzialità immense degli attuali mezzi di comunicazione di massa. Così l’impatto mediatico di questa malattia è stato spaventoso: da dieci mesi pressoché tutta la popolazione mondiale, strettamente collegata in rete in tempo reale, non parla d’altro. E tutti sono giustificatamente affamati di notizie, sono pieni di infinite domande a cui si chiede, spesso angosciosamente, di dare risposte.

E questa volta, le domande non si possono più indirizzare ai soliti opinion leader che sino a ieri dominavano il mondo della comunicazione: giornalisti, politici, magistrati, economisti… Le domande possono essere rivolte solo a uomini di scienza che si occupano di questo genere di problemi: infettivologi, virologi, epidemiologi, immunologi, pneumologi, rianimatori… Così, questa improvvisata categoria di nuovi comunicatori è stata strappata da laboratori, reparti ospedalieri, aule universitarie, sale congressi, è stata distolta dall’usuale attività di scrivere lavori scientifici da sottoporre al duro vaglio dei loro colleghi, ed è stata proiettata di fronte alle telecamere. All’inizio li abbiamo visti smarriti, incerti, talvolta balbettanti. Poi sono diventati sempre più padroni della scena. Qualcuno c’ha anche preso gusto. 

Proiettati al di fuori della loro scena naturale, sotto le luci delle telecamere, hanno continuato a fare quello che hanno sempre fatto: hanno manifestato le loro opinioni su un argomento di cui si sapeva, e ancora si sa, molto poco. Spesso si trattava di ipotesi del tutto provvisorie, che convivevano con altre che dicevano l’esatto opposto, smentite già il giorno dopo da nuove conoscenze e rimpiazzate da altre ipotesi più solide e meno facilmente falsificabili. Tutto secondo il metodo ben descritto da Popper. Ma queste ipotesi stavolta sono state diffuse dagli attuali potentissimi mezzi di comunicazione in maniera, appunto, virale (e come poteva essere diversamente?). Così il confronto, le discussioni, a volte le liti nella spesso non armoniosa famiglia della scienza, si sono svolte di fronte ad un immenso e  attonito pubblico. E le critiche sono fioccate da tutte le parti. Le prime ad arrivare, in manifesta malafede, sono giunte da rizelati politici e giornalisti, alcuni dei quali ormai sempre più simili a uomini di spettacolo, che si sono visti rubare il palcoscenico da questa nuova e del tutto imprevista categoria di comunicatori. Costoro si sono subito dichiarati stanchi di vedere continuamente virologi nei loro schermi. Non si sono probabilmente chiesti quanto la gente fosse ormai stanca di vedere loro. Almeno per un po’ ci siamo distratti con facce nuove. Ma una ben più grande ondata di proteste è giunta da molta parte dell’opinione pubblica comprensibilmente smarrita nel sentire, da una quindicina di opinion leader scientifici che si alternavano nelle varie televisioni, tutto e il contrario di tutto: la mascherina serve. No, non serve. Le superfici infettano. Non, non infettano. L’estate ammazza il virus. Non, non lo ammazza. Il virus è clinicamente morto. No, si è rafforzato. Il vaccino è sicuro. No, non ne sappiamo niente. Potrei riempire alcune paginette con affermazioni di questo tenore, ma mi fermo qui. 

Di fronte alla perplessità e alle critiche che giungevano dal grande pubblico che non necessariamente è edotto delle teorie del professor Karl Raimund Popper, come ha reagito questo gruppetto di onnipresenti comunicatori scientifici ormai, spesso inappropriatamente etichettati come “virologi”? Qualcuno, con apprezzabile senso di responsabilità, ha diradato le sue presenze in televisione. Altri si sono immedesimati talmente bene in questo nuovo ruolo che ora discettano di tutto, e sempre meno di scienza. Forse preparano il loro esordio in politica. 

Tutti noi invece dovremmo ricordarci che la scienza sa bene come comunicare in questi casi: si parla con una voce sola. Anche a questo servono le società scientifiche e gli organi ufficiali. Si parla comunicando solo quello che ormai è evidente oltre ogni ragionevole dubbio. Di tutto il resto si può e si deve discutere, ma avendo l’onestà e l’umiltà di ammettere, innanzi tutto a noi stessi, che discutiamo di cose che ancora non conosciamo, che si tratta di ipotesi, e che ogni ipotesi ha la stessa dignità delle altre. 

Abbiamo bisogno che la scienza torni all’interno della sua scena naturale, che la accoglie e la giustifica. Abbiamo bisogno che smetta di fornire spettacoli osceni di sé. Perché la gente ha bisogno della scienza, di avere fiducia in quello che la scienza le consiglia di volta in volta. E mai come in questo momento.

Martedì 19 maggio

Tutto sta tornando lentamente alla normalità. A giorni il mio Reparto Covid sarà smantellato. Tornano prepotentemente le vecchie malattie che avevamo trascurato in questi mesi (HIV e tubercolosi, con malati che ci arrivano spesso in gravissime condizioni). E tornano i soliti problemi di sempre, ora che gli ospedali si stanno riorganizzando: le liti tra primari per chi si deve riappropriare del reparto migliore o di un ambulatorio in più (che vinca sempre il più raccomandato), la burocrazia ospedaliera che tutto decide e nulla risolve, il personale eternamente carente. E, in più, hanno annullato le ferie non fruite al mio personale (ma non erano state sospese per l’emergenza?) e sospeso tutti gli straordinari, con cui si riusciva a coprire qualche turno. E meno male che eravamo gli eroi di questa Nazione. Ora poi si avvicinano le elezioni.  E conta di nuovo chi porta più voti, non certo chi, in qualsiasi ruolo, ha lottato contro il virus.

Questo immane disastro che ha colpito la nostra Terra presto sarà solo uno sbiadito ricordo. Tutti noi cercheremo di archiviare in fretta quei mesi di angoscia, di tornare il prima possibile alla normalità, alla vita che avevamo lasciato i primi giorni di marzo. Tra poco ci saremo dimenticati di tutto. Le nostre riflessioni, la coscienza degli errori commessi, quel quanto di saggezza in più che in quelle sere di surreale silenzio credevamo di aver conquistato, cominciano ad allontanarsi piano piano dalla nostra memoria. Dobbiamo rincorrerli per cercare di riacciuffarli. Con sempre più fatica. Ma l’oblio è un lusso che non possiamo permetterci, se non vogliamo che tutto questo si ripeta presto, molto presto. E allora dobbiamo assolutamente sforzarci di ricordare.

Leopardi ci ricordava che, di fronte ai cataclismi naturali dobbiamo fare come le ginestre che, sotterraneamente, in quel poco di terra che recuperano sotto la lava, uniscono le loro radici in una catena di unione solidale, e resistono. Noi lo abbiamo fatto. Ma quanto rimarrà di quella catena che ci legava, da Wuhan a Codogno, dei canti corali dalle finestre, delle bandiere sui balconi? Fra poco tutto sarà dissolto nel crogiolo dei soliti egoismi di sempre. Abbiamo guardato in faccia la capacità della Natura di essere sterminatrice. Ma per quanto ci ricorderemo ancora che la Grande Madre è capace di generare, ma anche di annientare?

Abbiamo commesso l’errore di sentirci sempre e comunque padroni dell’universo: noi eravamo i re della Natura. Di volta in volta eravamo sovrani illuminati, quando ci davamo da fare per proteggerla, vestendo i panni degli ecologisti. O despoti crudeli quando, per bieco calcolo la piegavamo ai nostri interessi, ma sempre re. Eppure questa epidemia ci ha insegnato che c’è una differenza abissale tra essere un re e un primus inter pares, cui è stato dato il compito di prendersi cura dell’ambiente di cui egli stesso fa parte. Questa epidemia ci ha insegnato che noi siamo indissolubilmente interconnessi con tutto ciò che ci circonda e non possiamo essere chiusi nel nostro palazzo reale. Nel film Avatar, diretto da James Cameron nel 2009 vi è un simbolo che descrive con grande potenza questa idea: è l’Albero sacro degli abitanti del pianeta Pandora. Quell’albero è collegato a tutto, e tutti sono collegati a lui. Distruggerlo vuol dire distruggere anche il resto del pianeta. Nella traduzione italiana è stato chiamato Albero Casa, ma nella lingua originale è il Tree of Voices, l’Albero delle Voci, un concetto molto più profondo, che è stato perduto nella traduzione, e che ci riporta al suono, alla parola, al Logos, al Principio di tutto, alla Parola che crea. E non dobbiamo dimenticarci che logos viene dalla radice Lg, che ha generato in greco il verbo légo che, primariamente, significa mettere insieme, e poi anche parlare. Dunque il logos ha un tempo creato, ma ha contemporaneamente anche legato tutto quello che creava, e questo legame non può essere sciolto senza compromettere il tutto. Già ci aveva messo in guardia Platone con la teoria dell’Anima Mundi: siamo un corpo unico, non si può colpire una parte di un corpo senza danneggiare il tutto. La scienza moderna ha confermato l’indissolubilità dei legami che ci uniscono a tutto ciò che ci circonda.  Alan Turing, nel 1950, scriveva: «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza» (Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950). E’ dalla consapevolezza della profonda interconnessione del tutto con il tutto che nasce la teoria di Edward Lorenz secondo cui il batter d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas.

Quando noi ci dimentichiamo di questo la natura, inevitabilmente si vendica. E la sua vendetta non è mai un atto malvagio: semplicemente ripristina un equilibrio alterato. E spesso le pestilenze sono un suo strumento. Lo avevano perfettamente capito gli antichi, e ce l’ha ricordato Albert Camus nella sua Esortazione ai medici della peste:

“In linea generale, rispettate la misura che è la prima nemica della peste e la regola naturale dell’uomo. Nemesi non era affatto, come vi hanno insegnato a scuola, la dea della vendetta, bensì la dea della misura. E le sue punizioni terribili colpivano soltanto gli uomini che si erano abbandonati al disordine e allo squilibrio”. 

Allora, in tutto questo, che ruolo ha l’uomo? Ha il diritto di ridefinire le regole che guidano l’universo attorno a lui? È lecito imporre un proprio progetto a Madre natura cui siamo collegati con un indissolubile cordone ombelicale da cui ci arriva il nutrimento che ci tiene in vita? 

Molti anni fa, come tutti i bambini della mia età, mi capitava di vedere alla televisione quelli che allora si chiamavano documentari. Non so che fine abbiano fatto. Forse non esistono più o, se esistono, avranno cambiato nome. Uno di questi mi colpì molto: era sulla vita dei delfini e proponeva un’interessante teoria: i delfini sono animali molto intelligenti, forse più degli uomini. Teoricamente avrebbero potuto essere loro a dominare il mondo. Non lo hanno fatto per una precisa scelta: semplicemente era più saggio vivere così, come sanno vivere i delfini. Perché quello era il modo migliore di restare in armonia con il resto della Natura. Non ho la più pallida idea se quella teoria avesse un minimo di basi scientifiche. Certo era affascinante, e non l’ho mai dimenticata. La chiamai “la scelta del Delfino”. E mi sono chiesto per molti anni se quella fosse la scelta più giusta. Poi mi sono dato una risposta: No. 

Francis Bacon, il filosofo della rivoluzione scientifica del XVII secolo, sosteneva che il compito della scienza è quello di adattare la natura ai bisogni dell’uomo. Ma per poterlo fare, l’uomo deve prima compiere un percorso di sapienza. Egli diceva: “la natura, per essere comandata, deve essere obbedita”. Non si può essere re dell’universo senza aver imparato a conoscere la natura e ad obbedire alle sue eterne regole. In fondo il rapporto con la natura è come quello con la libertà: Fichte diceva che la libertà è il risultato di un percorso di liberazione individuale. Se l’uomo non è capace prima di liberarsi è inevitabile che faccia un pessimo uso della libertà che gli è data. A proposito, un mio vecchio professore di filosofia mi ha ricordato che oggi è il compleanno di quel grande filosofo della libertà.

Gianbattista Vico diceva che l’esistenza dell’uomo non è data, come quella delle pietre, delle piante e degli animali. L’uomo ha la facoltà di farsi, di seguire un percorso di saggezza, di rendersi migliore. La vita del delfino è data, non è una scelta. L’uomo invece può scegliere. L’uomo non nasce re. Deve farsi re. Ma prima di ogni altra cosa deve farsi re di sé stesso, se no, la prossima volta, andrà anche peggio. 

pascalVenerdì 24 aprile 2020. Per tutta la mia vita di medico ho cercato di non dimenticarmi mai che la prima cura per il malato è il medico stesso. Il farmaco più efficace resta sempre un uomo che si prende cura di un altro uomo. La medicina è fatta di contatto fisico, di parole scambiate, di quella ritualità tutta speciale che è la visita medica. E soprattutto di sguardi. E’ l’occhio che produce quel magico effetto che si chiama empatia, e che abbiamo imparato a conoscere a fondo anche nei suoi meccanismi neurologici. E’ lo sguardo che fa diventare la persona che ho davanti parte di me stesso. Questa malattia ci sta togliendo anche il contatto con i nostri malati. Entriamo nelle stanze uno per volta, lo stretto indispensabile, perché i dispositivi di protezione ci arrivano con il contagocce. Tanti pazienti, tanti ingressi previsti. Non una mascherina né un guanto di più. Non una visita in più. E poi, dentro quei terribili scafandri, con mani fasciate da doppi e tripli guanti, che contatto può mai esserci? La voce è attutita e distorta dalla mascherina. Resta lo sguardo. Parliamo con gli occhi, ci restano solo quelli. Ma i nostri occhi sono dietro gli occhiali, che a loro volta sono dietro la visiera. Poi la visiera comincia ad appannarsi, e tutto a volte si perde in una spessa nebbia in cui, più che vedere, s’intravede. Fuori dalla stanza manteniamo il contatto con i nostri pazienti usando il cellulare. Meglio che niente. Che tristezza però, solo pochi mesi fa rimproveravo i miei allievi quando usavano troppo il telefono nel loro lavoro. Dicevo: “la medicina si fa visitando il malato, non al telefono”.

Anche la morte dei nostri pazienti ricoverati ha cambiato volto. L’esperienza dell’AIDS ci aveva insegnato, quando ancora non avevamo nessun farmaco efficace, che la vicinanza del loro medico negli ultimi momenti della vita era una consolazione preziosa. Mi sono immaginato quali possono oggi le ultime immagini catturate dai loro sguardi: bianche sagome sfuocate senza nome, visioni di fantasmi viventi, incapaci di raccogliere e trasmettere emozioni. E poi la morte, in una solitudine infinita.

Ci fanno orrore le lunghe file di camion che trasportano le salme, le bare accatastate, le fosse comuni, i vasi canopi prodotti in serie che contengono le ceneri dei nostri morti restituiteci dopo troppo tempo. Ci lamentiamo molto perché questa malattia ha tolto dignità alla morte, ha sottratto ai familiari il conforto del rito di passaggio. Ma forse è solo l’ipocrita presa di coscienza che questo era già avvenuto da molto tempo e noi non ce ne eravamo ancora accorti.

Già da molti anni avevamo espulso la morte dalle nostre case, dalle nostre famiglie. Già da tempo evitavamo di accogliere la morte all’interno delle nostre case, già da tempo preferivamo che i nostri cari morissero negli ospedali o negli ospizi. E poi subito il funerale. Già da tempo era scomparso il modello di famiglia patriarcale in cui il malato terminale era accudito, vegliato amato, era accompagnato dolcemente verso la fine dall’affetto dei suoi cari. Già da tempo avevamo perso il senso del sacro che deve circondare la morte.

Diversi anni fa un mio illustrissimo collega, ossequiato e temuto in vita, morto alle prime luci dell’alba nella sua casa, fu immediatamente portato nell’obitorio dell’ospedale con un sotterfugio, mentre la famiglia “si organizzava”. Lo andai a trovare nel primo pomeriggio. Ebbi difficoltà a trovarlo. Nessuno che mi desse indicazioni, nessun viso conosciuto. Lo trovai nell’angolo della cappella, in compagnia solo di alcuni operai che stavano chiudendo il coperchio di una bara vicina. Mi risulta che i primi familiari arrivarono dopo qualche ora.

Avevamo espulso il concetto di morte dal nostro panorama esistenziale. La morte, in qualsiasi fase della vita giungesse, era divenuta un evento estraneo alla nostra visione dell’universo, accettabile al massimo per animali e piante, ma non per l’uomo e, comunque, non per noi. La consideravamo un incidente, anzi, il massimo incidente ipotizzabile, ciò che non doveva avvenire.

Diceva Blaise Pascal: “L’uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna che pensa. Per schiacciarlo non c’è bisogno che s’armi l’universo intero. Un vapore, una goccia d’acqua bastano per ucciderlo. Quand’anche l’universo lo schiacciasse l’uomo sarebbe tuttavia più nobile di ciò che l’uccide, perché sa che muore; mentre l’universo, che è più potente di lui, non lo sa”. (Pensieri – LXIX).

Oggi ci siamo ricordati che abbiamo la fragilità delle canne. Ma forse non ci siamo ancora ricordati che dobbiamo riconquistare la dignità di pensare. Di ripensare al ruolo della morte nella nostra vita. Di saper morire.

Riprendere la consapevolezza del ruolo della morte nella nostra vita, ricordarci che siamo canne che pensano, serve a farci riappropriare del senso e della dignità della nostra vita. La falsa percezione di essere eterni ci fa dimenticare che i nostri giorni sono troppo preziosi per andare sprecati.

Ma gli antichi Maestri del pensiero sapevano che la riflessione serena e consapevole sulla morte ci regala un prezioso insegnamento quotidiano: non può esserci nessun cambiamento, nessun rinnovamento, nessuna rinascita, se non è preceduta da una morte. Possiamo declinare questa verità a seconda della nostra cultura, della nostra filosofia, della nostra religione, se ne abbiamo una, ma non possiamo eluderla.

Il medico Alcmeone di Crotone, discepolo di Pitagora, ci ha lasciato scritto un misterioso e affascinante frammento: “per questo muoiono gli uomini, che non possono unire il principio con la fine”. E’ una frase dimenticata, frutto di un’antica sapienza, di cui oggi sfugge a molti il vero significato perché non sappiamo più congiungere queste due concetti apparentemente opposti ma assolutamente complementari. Non vi può essere l’uno in assenza dell’altro.

 

in-fila-per-il-pane_042417_1427371840-5bfcdd489ec84e42ae76141644ae23b7_mgiovedì 9 aprile 2020. Sono giorni in cui, come in tutte le guerre, arrivano anche la borsa nera e gli squali. Sono i giorni delle mascherine e dei saturimetri fatti sparire dal commercio e poi ricomparsi a prezzi quasi centuplicati. Sono anche i giorni delle fake news. Girano le notizie più incredibili a velocità ben superiori a quella del contagio. Si posta di tutto. Lo si fa per vincere la solitudine, per darsi un attimo di visibilità, a volte anche per farsi un’indebita pubblicità. Ma anche per distrazione. Mi sono accorto che uno stimatissimo collega in pensione postava notizie indecenti. Gli ho chiesto perché lo aveva fatto. Mi ha risposto che aveva letto solo le prime righe, che gli sembravano condivisibili. Tutto il resto lo aveva ignorato.  Le falsità fanno rabbia perché alimentano i dubbi, le incertezze, le paure, in un momento in cui la gente è già confusa, impaurita e angosciata. Si sente parlare già di suicidi tra chi è più fragile, tra chi non ce la fa a reggere il peso della paura.

Spesso la sera tardi, quando avrei voglia di fare tutt’altro, passo ore a rispondere a messaggi di amici, parenti, colleghi, conoscenti, gente che non vedevo e sentivo da decenni, alcuni che credevo morti, che mi fanno mille domande. E io mi sono imposto di rispondere, di spiegare e rispiegare. Con calma, senza mai stancarmi. Perché il sonno della ragione non deve produrre mostri.

L’epidemia ci sta portando anche questo effetto collaterale. Si legge di virus costruiti in laboratorio da scienziati folli, epidemie programmate a tavolino dai poteri forti, complotti internazionali, le solite congiure demo-pluto-giudaico-massoniche… Un esperto di teoria dei complotti come Umberto Eco diceva che il complottismo è un metodo semplice e conveniente, usato da chi non sa, o non vuole, interpretare la realtà, che è molto più complessa di quanto appare a prima vista.

Ma perché scomodare tutte queste teorie complottiste? In realtà sappiamo benissimo come stanno le cose. Sappiamo da molto tempo che esistono delle vere e proprie fabbriche naturali dei virus, situate in aree geografiche dove virus diversi hanno la possibilità di incontrarsi e di ricombinarsi tra loro: si tratta di territori in genere molto poveri, in cui uomini e animali vivono a stretto contatto. come l’Africa, dove è nato l’AIDS, Ebola e tanto altro, Il medio Oriente, dove è nato il virus della MERS. Ma soprattutto l’estremo Oriente. Qui, ogni anno i virus dell’influenza umana e quelli dell’influenza di altri animali, in genere volatili o suini,  s’incontrano, mescolano i loro codici genetici e generano nuovi individui, nei confronti dei quali non ci siamo precedentemente immunizzati. Da qui sono partite quelle micidiali epidemie influenzali, come la Spagnola che, fra il 1918 e il 1919 fece quasi 50 milioni di vittime, o l’Asiatica, che nel 1957 uccise due milioni di persone o, infine, l’Hong Kong che nel 1968 ne uccise un altro milione. Ma qui sono nati anche virus completamente nuovi come i Coronavirus: quello della SARS e, oggi, COVID-19.

Ma ci sono dei luoghi in cui tutto questo avviene con grande facilità. Sono luoghi che hanno sempre colpito la mia immaginazione. Ne parlo durante le mie lezioni da più di 15 anni, da quando, dopo la SARS, spesso mi chiedono lezioni sui nuovi virus: sono i wet market, gli immensi mercati umidi dell’estremo Oriente. Qui si accatasta pesce di ogni tipo, ma anche gabbie pieni di animali vivi, i più diversi: volatili, ma anche cani, gatti, pipistrelli, serpenti, furetti, procioni, pangolini….che vengono macellati sul posto per soddisfare clienti ghiotti di prodotti freschissimi. Qui milioni di persone ogni giorno passano tra animali terrorizzati, calpestando una melma immonda, fatta da sangue, feci ed urine. Qui si ricombinano virus umani e animali, se ne producono di nuovi. E si diffondono tra gli uomini. Un mondo da medioevo, che si combina con un mondo moderno, capace di diffondere, nel giro di ore, nuovi virus in ogni parte del mondo con il primo volo in partenza verso l’Europa o l’America.

I wet market non sono realtà isolate. La civiltà moderna ha trattato il Cosmo con la logica del wet market: lo ha trattato senza alcuna saggezza, lo ha terrorizzato e violentato. E il Cosmo ha reagito.

La reazione della Natura mi ha risvegliato un ricordo sepolto nella memoria. Uno dei più memorabili episodi del film di Walt Disney La spada nella Roccia, del 1963 è l’epico duello di magia tra Mago Merlino e Maga Magò. Qui la perfida e sleale maga, nel tentativo di distruggere Merlino, si trasforma in animali sempre più grandi e feroci. Merlino arranca e si difende come può, finché Magò non si trasforma in un immenso drago viola che butta fiamme dalla bocca. Merlino sembra ormai vinto, ma in realtà è lui il vincitore, perché si trasformerà in un virus raro e letale, che farà ammalare il drago e lo ucciderà. Il grande Disney, quasi sessant’anni prima, aveva probabilmente intuito quello che sarebbe successo: l’immensa, potentissima e sleale civiltà umana, impersonata da Maga Magò, un attimo prima di aggredire in maniera irreversibile il Cosmo-Mago Merlino, sarebbe stata annientata da un virus letale. Quella sfida non doveva mai essere lanciata.

alchimiaDomenica 5 aprile. Domenica delle Palme, un’altra domenica in ospedale. Come sempre sono accanto a medici, infermieri e ausiliari che sono in turno; devono percepire che non può esserci differenza tra noi: ciascuno deve essere al proprio posto, senza eccezioni. E poi ci sono tante cose da fare, tante cose che non vanno; mi tornano alla mente i racconti della Grande Guerra di nonno Giovanni: anche allora gli ufficiali dovevano occuparsi non solo delle strategie di battaglia ma anche dei viveri che non arrivavano, delle scarpe con le suole di cartone, dei rinforzi promessi e mai giunti, degli imboscati, che non mancano mai. Ma serve anche occuparsi di questo in guerra.

In questi giorni provo sensazioni che non ho mai provato e che non avrei mai pensato di provare.

Tornando a casa ho attraversato una piazza alberata. Per un attimo ho tolto la mascherina e un piacevole brezza mi ha rinfrescato la pelle, surriscaldata da ore di contatto con quel tessuto opprimente: era lo spirito stesso di questa primavera incipiente che soffiava sulla mia anima, soffocata dal greve odore di ospedale. E mi è tornato alla mente un testo anonimo, capitato casualmente sotto i miei occhi: “Il Mondo sta lanciando all’uomo un messaggio: “non sei necessario. L’Acqua, la Terra, il Cielo senza di te stanno bene. Quindi ricordati che sei mio ospite, non il mio padrone”.

Sento spesso invettive contro questo virus, più che comprensibili: Covid-19 non può coltivare la pretesa di riuscire simpatico, ma è evidente che, in questa tragedia planetaria, di errori ne abbiamo commessi anche noi, tragici errori di valutazione che hanno permesso ad una struttura biologica così semplice di mettere in ginocchio la civiltà umana all’apice del suo splendore.

Secondo gli Alchimisti, sosteneva Carl Gustav Jung, il cristianesimo aveva salvato l’umanità. Ma il percorso non era ancora completo. L’uomo si salva davvero se si salva insieme all’intero universo. Cristo è stato il salvatore del Microcosmo umano. La Pietra Filosofale è destinata a salvare il Macrocosmo. E’ per questo che il Lapis Philosophorum era identificato con Cristo, e aveva la missione di portare a compimento l’Opera. Secondo gli Alchimisti, il cristianesimo sopra-confessionale doveva fondersi con la tradizione ermetica, ma anche con le scienze naturali, la medicina, l’astronomia, la meccanica. Questa visione, che non era la negazione del cristianesimo, ma un’ipotesi di completamento del suo progetto originale, è stata l’ultima grande impresa olistica, l’ultima meravigliosa costruzione cosmogonica tentata dalla cultura europea. Un sogno degli ultimi maghi della storia, come Paracelso, Comenio, John Dee, Andreae, Ashmole, Fludd e Newton? Non credo; piuttosto è stata forse la prima vera grande utopia dei primi scienziati della storia che, per dimenticata che sia, ora emerge in tutta la sua potenza: nessuno si salva da solo- neppure la civiltà umana. Se l’uomo non saprà riscrivere la sua storia come elemento armonico del Cosmo, e se non riuscirà ad agire di conseguenza, sarà il Cosmo a liberarsi di lui. Con grande facilità. Questo è ora molto chiaro.

 

 

Lunedì 23 marzo 2020.

da caporetto al piaveQui la guerra è cominciata tre settimane fa, quando è arrivata la nostra prima paziente. Poi sono aumentati sempre più. Sono il Primario di un reparto di Malattie Infettive, in prima linea nella battaglia contro questa epidemia. Oggi in Campania abbiamo oltre 1000 pazienti, dunque non molti rispetto ad altre Regioni, ma con mezzi infinitamente più limitati perché tutte le Regioni del sud escono da piani di rientro che hanno falcidiato le nostre risorse. Ogni settimana svuotiamo un’ala nuova dell’ospedale per ricoverare i pazienti con Covid e in una notte o poco più si riempie.

Cominciamo a dimenticare le fattezze dei nostri colleghi, perché da un mese sono nascoste dietro mascherine che portiamo sempre, anche se non possiamo cambiarle quasi mai, perché non arrivano i ricambi. Non ricordiamo più che giorno è della settimana, perché anche le domeniche ormai non esistono. E i malati aumentano ogni giorno di più. A volte ci sentiamo allo stremo, ma sappiamo che il peggio deve ancora arrivare.

La mia mente dall’inizio di questa avventura ha smesso di funzionare come prima: non riesco più a fermarmi per riflettere. Si va avanti per inerzia. Si riesce a pensare solo quel tanto che basta per continuare a lavorare. Ma non posso andare avanti così. Questa Caporetto dell’intelligenza ora deve avere il suo termine.

Io credo che dopo questa esperienza molti capitoli della filosofia, della politica e della sociologia dovranno essere riscritti. Per decenni abbiamo pensato che il mondo sarebbe stato distrutto da una guerra, dall’inquinamento, da qualche sciocchezza fatta dall’uomo, dalla violenza continua che noi perpetriamo contro la natura. Ci siamo dimenticati di Giacomo Leopardi. Ci siamo dimenticati della Ginestra. Ci siamo dimenticati che non saremo mai noi a distruggere la natura. La natura ci ha dimostrato che, con una scrollatina di spalle, è in grado di liberarsi di noi in un men che non si dica. E lo ha fatto con grande e tragica ironia, usando come mezzo di distruzione l’essere vivente più piccolo che esista in natura, un virus.

Questa storia ci deve ricordare che noi siamo ben poca cosa di fronte all’universo, e che l’unica nostra salvezza intellettuale consiste nel ricordarci che siamo esseri insignificanti, in quanto entità materiali, di fronte all’Immenso. Meno di un virus, a dispetto dell’insano orgoglio a cui la nostra civiltà tecnologica ci ha abituato a credere. Dobbiamo tornare a cercare la nostra ragion d’essere in qualche cosa che sta al di là di ciò che vediamo. Dobbiamo riprendere a guardare oltre, a non accontentarci di vivere, ma a provare ad esistere, nel senso di ex-sistere, uscire da quello che siamo. E dobbiamo anche riflettere sul fatto che non basta avere a disposizione immense risorse tecnologiche se non abbiamo compiuto un percorso di maturazione interiore che ci renda migliori, capaci e degni di utilizzarle con saggezza.

Questo dramma è anche un’opportunità per far uscire molte menti dallo stato di anestesia in cui languivano. E dico anestesia in senso letterale: quella totale assenza di percezioni psichiche che per troppo tempo ha caratterizzato la nostra cultura. Saremo tutti chiamati a ricostruire una società post-Covid-19 che può essere migliore, e dobbiamo già da ora iniziare a riflettere. Dobbiamo già da ora essere pronti ad affrontare questa immensa sfida intellettuale, come quella che affrontarono le nostre menti migliori dopo la seconda guerra mondiale.

 

 

il gioco degli oppostiApollo e Dioniso. Per il mondo moderno l’uno è l’antitesi dell’altro: ragione contrapposta all’istinto, equilibrio alla violenza, l’uno sembra dover escludere l’altro. Così, nei secoli, si è consolidato il dominio di Apollo su Dioniso, la predilezione per ciò che è misurato rispetto a ciò che non lo è. Eppure contraria sunt complementa, ed è proprio nell’armonia dei contrari che si ritrova l’equilibrio. La mente umana è un ottimo esempio di struttura duale di coppie di elementi in apparenza opposti: l’emisfero logico e l’emisfero creativo, l’uno “scientifico”, l’altro “artistico”. Ma questi due emisferi collaborano: nessuna grande intuizione scientifica è possibile senza il contributo dell’emisfero creativo, nessuna opera d’arte realizzabile senza uno sforzo logico. La nostra mente vive in una condizione di equilibrio dinamico tra polarità contrapposte, ed in questo stato dà il meglio di sé.
Attraverso un’analisi del mito e della cultura greca, riferimenti a Nietzsche e a filosofi e scienziati moderni, e spiegazioni chiare di alcuni aspetti della psicoanalisi junghiana, Paolo Maggi ci aiuta a comprendere quanto apollineo e dionisiaco siano complementari, e come si possa riuscire a farli convivere pacificamente, senza sacrificarne nessuno. In questa ottica acquistano significato il rito e il gioco, strumenti utili a incanalare quella violenza cieca e distruttiva di Dioniso, senza lasciarla soccombere alla lucidità di Apollo.

Menti matematiche

21 ottobre 2018

imagesKHEG2AMPCome funziona la mente di un matematico? Strana domanda per un blog dedicato alla filosofia della medicina potrà pensare qualcuno: si sa, tra il modo di ragionare di un medico e quello di un matematico c’è un oceano di differenze. Quindi, che te ne importa?
La ragione per cui mi pongo questa domanda, in realtà, è semplice: chi ha letto qualcosa di quanto scrivo certamente si è accorto che uno dei punti centrali delle mie riflessioni riguarda il rapporto fra pensiero razionale e pensiero intuitivo: la medicina si è sempre beneficiata assai di più del pensiero intuitivo che di quello razionale, anche se la nostra formazione culturale ci ha quasi sempre spinto a coltivare la razionalità pura e considerare l’intuizione una sorta di sottoprodotto dell’intelligenza. E’ invece vero che quelle culture che hanno valorizzato le capacità intuitive e sovrarazionali della mente hanno dato il maggior contributo ai progressi della scienza in generale e della medicina in particolare. E su quest’ultimo aspetto mi sono intrattenuto molto nel blog.
Allora, proviamo a fare un’ipotesi. E se la matematica, considerata scienza razionale per eccellenza, risultasse anch’essa beneficiare in qualche misura del ragionamento intuitivo? Forse in questo caso l’idea che bisognerebbe dare maggior valore e maggior attenzione a questa modalità di pensiero ne risulterebbe rafforzata.
Un libro che chiarisce molte idee su questo argomento è: “I numeri uno. La vita dei più grandi matematici del mondo”, di Ian Stewart. L’autore ci dice che:
“Quasi tutti i matematici hanno un forte intuito, sia formale che visivo. Qui mi riferisco alle aree visive del cervello, non alla vista: la produttività di Euler aumentò quando perse la vista. In La psicologia dell’invenzione in campo matematico, Jacques Hadamard chiese a un certo numero di matematici di primo piano se pensassero ai problemi di ricerca in modo simbolico o usando qualche tipo di immagine mentale. Con pochissime eccezioni, usavano immagini visive, anche quando il problema e la sua soluzione erano principalmente simbolici (qui per simboli si intendono, ovviamente, i simboli matematici. Nda). Per esempio, l’immagine mentale di Hadamard per la dimostrazione di Euclide che ci sono infiniti numeri primi non implicava formule algebriche, ma una massa confusa per rappresentare i numeri primi conosciuti, e un punto lontano da quella massa per rappresentare un nuovo primo. Vaghe immagini metaforiche erano comuni, diagrammi formali come quelli di Euclide, rari. La tendenza a invocare immagini visive (e tattili) è evidente fin dal Liber Algebrae di al-Khwarizmi, il cui titolo si riferisce al “bilanciamento”; l’immagine invocata è quella che gli insegnanti usano spesso ancor oggi. I due lati di un’equazione sono pensati come raccolte di oggetti sui due piatti di una bilancia, che dev’essere in equilibrio. Le operazioni algebriche vengono quindi svolte nello stesso modo sui due membri, per fare in modo che rimanga bilanciata. Alla fine ci ritroviamo con la quantità sconosciuta su un piatto e un numero sull’altro: la soluzione. I matematici che risolvono le equazioni spesso immaginano simboli che si muovono (ecco perché continuano ad apprezzare la lavagna e il gesso: un po’ di cancellature e riscritture possono ottenere lo stesso effetto) […]. Lavagne e fogli di tutto il pianeta, per non parlare dei tovaglioli e talvolta delle tovaglie, sono pieni zeppi di simboli esoterici e strani scarabocchi, che possono rappresentare qualsiasi cosa, da una varietà a dieci dimensioni a un campo di numeri algebrici[…]. Hadamard stima che circa il 90 per cento dei matematici pensa visivamente e il 10 pensa formalmente […]. Nella pratica la maggior parte dei matematici alterna questi due modi di pensare, ricorrendo alle immagini quando non hanno chiaro come procedere, o quando cercano di ottenere un semplice quadro di insieme, ma affidandosi al calcolo simbolico quando sanno cosa fare ma non sono sicuri di dove ciò conduca. Alcuni, però, sembrano andare avanti spediti usando solo i simboli”.
Ian Stewart ci descrive l’approccio di Bernhard Riemann e Peter Dirichlet alla matematica: “Anziché affrontare uno sviluppo logico sistematico, entrambi preferivano iniziare acquisendo una comprensione intuitiva del problema, poi organizzare i concetti e le relazioni fondamentali, e infine riempire le lacune logiche evitando il più possibile lunghi calcoli. Molti dei matematici più abili e originali di oggi fanno lo stesso. Le dimostrazioni sono vitali per la matematica e la loro logica deve essere impeccabile, ma spesso le dimostrazioni arrivano solo dopo aver capito compiutamente il problema . Troppo rigore, troppo presto, può soffocare una buona idea […]”.
Anche Benoit Mandelbrot, il padre dei frattali, ragionava per immagini visive. Racconta sempre Stewart che dopo aver brillantemente superato un esame di ammissione, “uno dei suoi insegnanti scoprì che fra tutti i candidati, solo uno aveva risposto a una domanda di matematica particolarmente ardua. Immaginò che fosse Mandelbrot e, chiedendoglielo, trovò conferma alla sua ipotesi. L’insegnante confidò che lui stesso aveva trovato il problema impossibile , a causa di “un integrale triplo veramente orribile” al centro dei calcoli. Mandelbrot rise. “E’ molto semplice”, e spiegò che l’integrale era in realtà il volume di una sfera , sotto mentite spoglie. Usando il giusto sistema di coordinate, diventava ovvio, e la formula per il volume di una sfera la conoscevano tutti. Tutto qui: una volta notato il trucco…Ovviamente Mandelbrot aveva ragione. Rimasto senza parole, l’insegnante si allontanò borbottando “Certo, certo”. Come mai non l’aveva notato lui stesso? Perché ragionava simbolicamente, non geometricamente”.
Intuito, ragionamento simbolico, per immagini, questo sembrerebbe, esserci nella mente dei grandi matematici. Relativamente di rado si servono del pensiero razionale che, tappa per tappa, con ragionamento logico e formule matematiche porta alla soluzione dei problemi. Sembra incredibile, ma gli stessi numeri sono arrivati relativamente tardi nella storia della matematica: al-Khwarizmi, che ha regalato il suo nome agli algoritmi, non usava i numeri, ma ha costruito tutte le sue teorie su immagini geometriche.
E anche le scienze che più dovrebbero beneficiarsi dei numeri, come l’architettura e l’ingegneria, per molti secoli ne hanno fatto a meno. Secondo lo storico della scienza Guy Beaujouan, prima del 13° secolo, non più di cinque persone in tutta Europa sapevano fare una divisione 3,4. Tuttavia gli architetti erano in grado di prevedere la resistenza dei materiali senza sapere cosa fossero le equazioni. E hanno costruito edifici che sono per la maggior parte ancora in piedi, se non sono stati bombardati da qualche imbecille nei secoli successivi. L’architetto francese del 13° secolo Villard de Honnecourt, con il suo Livre de portraiture, una raccolta di disegni corredati da annotazioni, ci tramanda come venivano costruite le cattedrali: una serie di regole empiriche, che saranno successivamente ordinate da Philibert de l’Orme nel ‘500 nei suoi trattati architettonici. Tra questi vi era grande uso della simbologia, come il trucco del triangolo: per visualizzare mentalmente questa figura geometrica si immaginava una testa di cavallo. Gli stessi architetti romani costruivano con poca matematica, non fosse altro perché la numerazione romana si prestava assai poco alle analisi quantitative. Se guardiamo al De architectura di Vitruvio, scritta 300 anni dopo gli Elementi di Euclide, vi troviamo pochissima geometria formale e, ovviamente, nessuna menzione ad Euclide. Con l’eccezione del teorema di Pitagora, che era citato.
Ma il matematico che più lucidamente ha teorizzato l’importanza del pensiero intuitivo nella sua disciplina è stato certamente Henri Poincaré. Troverete in altre parti di questo blog il brano in cui egli descrive la scoperta delle funzioni fuchsiane in momenti di svago della sua mente, proprio quando aveva deciso di abbandonare per un po’ il ragionamento razionale che non lo portava ad alcun risultato nonostante gli sforzi, lasciando andare i suoi pensieri liberamente dopo aver bevuto un caffè troppo forte la sera, o durante una gita, mentre metteva il piede sul predellino dell’omnibus.
Sempre con le parole di Stewart: “Analizzando introspettivamente questa ed altre scoperte, Poincaré distingue tre fasi della scoperta matematica: preparazione, incubazione e illuminazione. Cioè: fa abbastanza lavoro cosciente per immergerti nel problema fino a un punto in cui rimani bloccato; aspetta mentre il subconscio ci rimugina su; a quel punto ti si accende la lampadina in testa. Il celebre momento “Aha!. E’ tuttora uno dei migliori sguardi che abbiamo all’interno di una grande mente matematica”.
E se questo è stato vero nell’antichità, lo è stato ancor più nell’era moderna. Dice il grande fisico Leo Szilard: “Lo scienziato creativo ha molto in comune con l’artista e con il poeta. Pensiero logico e capacità analitica sono attributi necessari dello scienziato, ma non bastano certo per un lavoro creativo. Nella scienza le intuizioni che hanno portato a un progresso non sono logicamente derivate da conoscenze preesistenti. I processi creativi su cui si basa il progresso della scienza operano a livello del subconscio” . Ancora più chiaramente Einstein ci ricorda che: “La mente intuitiva è un dono sacro, e la mente razionale è il suo servo fedele”.
Ma è soprattutto analizzando la mente di Leonardo da Vinci che è ci accorgiamo di quanto intuizione, emozione e pensiero per immagini siano più fecondi rispetto al pensiero razionale. Egli peraltro affermava che: “Ogni nostra cognizione prencipia da sentimenti”. Secondo il biografo americano Walter Isaacson , che ama studiare la mente dei geni, Leonardo non aveva la grande capacità mentale di formulare teorie rivoluzionarie, come Newton o Einstein, ma riusciva a pensare, nello stesso momento, con la mente dell’artista e con quella dello scienziato. E questa è alla base di una capacità ancora più rara: quella di generare un’immagine dei concetti teorici. E se, nella stessa epoca, Pacioli era riuscito ad estendere la teoria di Euclide e a produrre studi fondamentali nel campo della prospettiva matematica e delle proporzioni geometriche, Leonardo, con le sue immagini dei rombicuboottaedri, e delle dozzine di altri profili geometrici multi sfaccettati da lui disegnati, le aveva portati in vita. E questa è stata una rivoluzione ancora più grande. Leonardo ha fatto la stessa cosa nel campo della geografia con le mappe aeree tridimensionali che disegnava per Cesare Borgia, e con i disegni anatomici che sono rimasti parte indelebile dell’immaginario collettivo di tutte le epoche successive, come l’uomo vitruviano, o il feto nell’utero.
Indubbiamente la capacità di generare immagini dei concetti teorici è forse la più convincente dimostrazione del ruolo del pensiero intuitivo e artistico anche in una mente matematica. Gianrico Carofiglio nel suo romanzo Le tre del mattino , in un colloquio fra un padre, professore di matematica, e suo figlio, ci ricorda un aneddoto della vita del matematico Gauss. Il padre racconta la figlio: “Pare che un giorno nella classe di Gauss – che aveva allora nove anni – gli scolari fossero particolarmente irrequieti. A un certo punto il maestro esasperato ordinò loro di sommare tutti i numeri da 1 a 100. La sua idea era che sarebbero stati occupati per un bel po’ e lui sarebbe stato tranquillo” . E il figlio;
“-5050- dissi quando i nostri sguardi si incrociarono di nuovo,
– Come?
– 5050 è il risultato della somma.
-Ah, quindi te l’avevo già raccontata questa storia? Non lo ricordavo
– No
-No cosa?
-Non me l’hai raccontata.
Sul viso di mio padre si disegnò un’espressione di stupore.
-Come hai fatto?- disse lentamente
Dovetti rifletterci qualche istante.
-Allora, ho visto i numeri disposti su un segmento. Tutti, da 1 a 100. Poi questo segmento si è mosso, come in un cartone animato e si è trasformato in un cerchio dove gli estremi 100 e 1 si toccavano. A quel punto mi è venuto naturale sommarli: 101. Poi ho visto il diametro del cerchio , che partiva dal punto esatto tra 1 e 100 e arrivava nel punto esatto tra 50 e 51. Ho sommato anche quelli, ho visto che il risultato era lo stesso e mi sono reso conto che il numero 100 si divide in 50 coppie la cui somma è ogni volta 101. Così ho moltiplicato 101 per 50, cioè 100x 50 + 50”.
Il protagonista del romanzo di Carofiglio, come il piccolo Gauss, ha visto i numeri muoversi come in un cartone animato.
Dunque, a parte qualche rara eccezione, i progressi scientifici più importanti non sono il risultato di deduzioni matematiche o di ragionamenti logici formali ma, al contrario, provengono dalla mente di uomini capaci di raffinatissime intuizioni, di scardinare idee rigorose, ben studiate e ampiamente condivise dalle generazioni precedenti, ma errate, capaci di trovare analogie ed armonie nascoste in fenomeni apparentemente del tutto diversi. Menti che hanno il dono rarissimo di vedere l’unità là dove altri vedono solo la diversità. Una di queste menti apparteneva ad Albert Einstein che, fra l’altro, aveva l’idea quasi ossessiva della ricerca di unità cosmica in un mondo scientifico che tende invece a parcellizzare ogni campo della conoscenza.
Così Douglas Hofstader ed Emmanuel Sander parlano della mente di Einstein: “La nostra descrizione del modo di pensare di Einstein lo colloca agli antipodi di un certo stereotipo di genio matematico che mette in moto un potente macchinario mentale di calcolo e di deduzione logica, alla maniera di un rullo compressore che spiana tutti gli ostacoli che incontra al suo passaggio. La nostra analisi mostra al contrario che non erano fenomenali capacità logiche e matematiche a guidare il pensiero di Einstein. Nel suo cervello non c’era un enorme e velocissimo supercomputer. Al contrario, era mosso da un incontenibile impulso ad andare alla ricerca di unità concettuali, di analogie nascoste. Ciò che soprattutto lo animava e lo spronava era la ricerca della bellezza, nella convinzione che la bellezza più sublime e divina si celasse nel cuore stesso delle leggi che governano la natura” .
E, ancor più chiaramente, Banesh Hoffman scrive: “Quando vediamo quanto precarie fossero le pretese fondamenta su cui costruire la sua teoria della gravità non possiamo fare a meno di meravigliarci dell’intuizione che ha guidato al suo capolavoro. Una simile intuizione è l’essenza del genio. Il genio, per una sorta di divinazione, conosce fin dall’inizio, per quanto vagamente, l’obiettivo che deve cercare di raggiungere. Nel suo travagliato viaggio attraverso i territori inesplorati e sconosciuti il genio sostiene la propria fiducia con argomenti plausibili che hanno una finalità freudiana più che logica. Tali argomenti non hanno bisogno di essere particolarmente ben fondati se solo servono a sostenere le pulsioni irrazionali, chiaroveggenti e inconsce, perché sono queste ultime ad essere davvero al posto di comando”  .
Così, alla fine torniamo all’interrogativo da cui eravamo partiti: gli stessi matematici e fisici, raccontandoci le storie delle loro scoperte non ci parlano di storie di rigore e razionalità, come forse sarebbe stato legittimo aspettarsi, ma di fantasia, arte, intuizione. Talvolta persino di irrazionalità e subconscio. Questo è un universo che bisogna continuare ad esplorare, alla ricerca delle radici del nostro pensiero scientifico. E certamente va esplorato, compreso e coltivato nei suoi aspetti migliori, nel campo della medicina, campo umano per eccellenza, a cui nulla di ciò che appartiene alla mente dell’uomo dev’essere estraneo.

1. Ian Stewart. I numeri uno. La vita dei più grandi matematici del mondo. Giulio Einaudi Editore 2018.
2. Beaujouan G. Par raison penombre: l’art du calcule et les savoirs scientifiques medievaux. Variorum Publishing 1991.
3. Beaujouan G. Reflections sur les raports entre theorie et pratiques au moyen age. D. Reidel Pub.Co 1973.
4. W. Lannouette. Genius in the Shadows: A Biography of Leo Szilard, the Man Behind the Bomb. Charles Scribner’s sons, New York 1992.
5. W. Isaacson. Genius. Time novembre 27, december 4, 2017.
6. G. Carofiglio. Le tre del mattino. Einaudi 2017.
7. D. Hofstader, E. Sander Superfici ed essenze. L’analogia come cuore pulsante del pensiero. Codice edizioni 2015.
8. B. Hoffmann, H Dukas. Albert Einstein, creatore e ribelle. Bompiani 2002.

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