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untitledCome nasce la filosofia? Aristotele aveva le idee chiare: la filosofia nasce, secondo lui, da un sentimento: il thauma. Siamo noi ad avere le idee un po’ confuse, perché non siamo tutti d’accordo su come tradurre dal greco la parola thauma. Martin Heidegger la traduce come meraviglia: la filosofia nascerebbe dunque dal sentimento di meraviglia di fronte all’universo che si apre davanti agli occhi dell’uomo quando prende coscienza di sé.
Emanuele Severino invece non è per niente d’accordo. Secondo lui, traducendo thauma con meraviglia “…si perde completamente di vista la tragica grandezza della nascita della filosofia. Thauma è infatti, innanzi tutto, l’angosciato stupore, lo stordimento e il terrore dell’uomo dinnanzi al divenire della vita, al dolore e alla morte. Lo dice la stessa struttura etimologica di questa parola potente e terribile” (Il muro di pietra Rizzoli 2006 pag. 116).
E sì, thauma ha decisamente un significato negativo. Omero infatti descrive Polifemo come “un mostro che incita paura (thauma)”. E l’intimo legame tra thauma e trauma, origine di molte malattie della mente e del corpo, non sfugge a nessuno. Così continua Severino:
“Solo scorgendone il significato autentico ci si spiega perché Aristotele affermi che il possesso della filosofia conduce nello stato contrario a quello costituito da thauma, ossia conduce alla felicità che sorge dal risolvimento dei problemi intorno al senso del mondo” (pag 116-117).
Secondo Severino sarebbe infatti una clamorosa contraddizione dare al thauma l’accezione positiva di un sentimento di meraviglia: se la filosofia nasce per darci serenità interiore perché dovrebbe essere il rimedio ad un sentimento positivo?
Aristotele è peraltro convinto che il sentimento che lui descrive come thauma sia anche all’origine del mito, che nella cultura dell’uomo ha preceduto di molto l’arrivo della filosofia (e, secondo me, è ancora una categoria della mente dell’uomo che nessuna filosofia potrà mai rimpiazzare). E anche questo, secondo Severino, ci conferma il reale significato che aveva il thauma per Aristotele:
”chi si rivolge al mito e vive in esso è in qualche modo filosofo perché anche lui – e anzi lui, prima ancora che sulla terra sopraggiunga il filosofo- ha a che fare con lo stordimento angosciato, con il terrore, e dunque con lo thauma che afferra ogni uomo che apre gli occhi sulla vita. Anche il mito, come poi la filosofia (e la scienza) tenta di arginare e di rendere sopportabile il dolore angosciante” (pag 117).
Severino è convinto (ma anche Heidegger, in realtà) che la parola veritas sia costruita sulla radice indoeuropea ver, che indica riparo, rimedio. Dunque la filosofia, che cerca la verità, l’aletheia, cerca un rimedio una cura contro il thauma. Credo che Severino abbia perfettamente centrato quando descrive la nascita della filosofia come un tentativo di rispondere a tutte quelle domande che ognuno di noi si pone di fronte allo stupore angosciato che ci deriva dal fatto che siamo gli unici esseri viventi ad avere consapevolezza della loro fragilità e della loro mortalità.
Ma se è vero che il rapporto concreto ed operativo con la realtà precede sempre qualsiasi speculazione teorica, è anche vero che, prima di qualsiasi riflessione articolata sul dolore, sulla malattia, sulla morte, deve esserci stato, nella storia della civiltà umana, il tentativo pratico di opporsi a tutto questo. Ed ogni atto umano che abbia questa finalità rientra nella definizione di medicina. E’ la medicina la prima ad addentrarsi in quella zona grigia che si stende al confine tra la vita e la morte. E che chiamiamo malattia. E la prima reazione al thauma-trauma che l’uomo ha tentato non può essere stata la filosofia, ma la medicina. E se la veritas, il ver è rimedio al thauma, il primo rimedio è stato la ricerca di un farmaco.
Aristotele è figlio di Nicomaco, medico del re di Macedonia Aminta III, ed ha studiato medicina. Sono convinto che Severino abbia ragione nell’identificare il thauma con la paura di fronte alla malattia, al dolore e alla morte. Ma sono anche convinto che Aristotele pensava alla medicina sia come primo rimedio al thauma che come origine della filosofia. Ma soprattutto che la più efficace risposta al thauma venga dall’unione della medicina con la filosofia. E ce lo dichiara esplicitamente quando afferma che “il medico che si fa filosofo è simile a un dio”.
Mi rendo perfettamente conto, quando mi capita di toccare questo argomento, che l’affermazione secondo cui la filosofia nasce dalla medicina deve risultare particolarmente irritante per qualsiasi altra categoria professionale e intellettuale, e può apparire come un’ennesima dimostrazione dell’egocentrismo e della presunzione che spesso contraddistingue la classe medica. E credo risulti ancor più irritante se consideriamo che la maggior parte dei miei colleghi sono ormai degli analfabeti muniti di laurea. Capisco tutte queste obiezioni, credetemi. Ma, almeno in questo caso, fatemela passare: “ipse dixit”…

holmes2Sherlock Holmes continua a dare lezioni di scienza e di medicina a distanza di oltre cento anni dal suo parto dalla mente del dottor Conan Doyle. Alla fine dello scorso anno è uscito il film “Sherlock Holmes e il mistero del caso irrisolto”, per la regia di Bill Condon e con un’ottima interpretazione   dell’attore teatrale Ian McKellen.

Il film ci parla del dramma dell’invecchiamento del corpo che, più o meno lentamente, ci abbandona con il passare degli anni, e soprattutto, di quello della mente che, di giorno in giorno, perde colpi. E questo è veramente duro da sopportare, soprattutto per un genio come Sherlock Holmes che ha fatto della sua acutezza intellettuale la sua stessa ragione di vita e di successo.

Quest’ultimo capitolo apocrifo della vita dell’investigatore non è, se non molto marginalmente, una sua classica indagine investigativa, ma un piacevole e raffinato trattato di geriatria, o meglio, di dinamica della mente dei grandi anziani, che si presta assai bene ad una riflessione di filosofia della medicina.

Il film ci ricorda che, se è vero che alcune caratteristiche della nostra mente sono perdute per sempre con la vecchiaia, vedi la memoria, altre possono rimanere intatte, come l’intuizione. E altre addirittura accrescersi, come la sensibilità e la fantasia.

E sarà grazie  questo rimaneggiamento della sua mente, che il novantatreenne Holmes vive lucidamente e drammaticamente, che riuscirà a ricordare il suo ultimo caso irrisolto. E a chiudere un cerchio.

Ma sarà soprattutto in grado di concludere in positivo un altro caso irrisolto, forse il più importante di tutti, quello suo personale che ne ha scolpito il personaggio e ne ha fatto l’archetipo che noi tutti conosciamo: la sua proverbiale anaffettività.

Dopo aver visto il film però, vi consiglio di rileggere le mie considerazioni su questo tema nel capitolo “Del cervello degli anziani e dell’eterna giovinezza”. Poi possiamo discuterne…

il medico si ammalaDa ragazzo sentivo spesso parlare i miei familiari , non senza una malcelata ironia, di un certo medico di famiglia (allora si chiamavano “della mutua”) del nostro paesello d’origine. Quando un paziente si presentava al suo studio lamentando generici disturbi, il dialogo che si svolgeva era generalmente il seguente:

“Dottore, ho sempre mal di schiena”, “Non lo dire a me … sono anni che ne soffro!”.

Oppure: “Dottore, ho un terribile mal di testa”, “A chi lo dici .. a me viene sempre di lunedì”.

Indubbiamente questo modo di affrontare i bisogni del paziente può apparire alquanto bizzarro, anche perché il messaggio che sottendeva era una esplicita sinecura: “tieniti il tuo malanno, perché se lo sopporto io lo puoi fare benissimo anche tu. E non mi importunare oltre”. Devo dire, tuttavia, che con il tempo sono spesso tornato a pensare al curioso medico di Altamura, e mi sono chiesto se quella strategia fosse davvero del tutto fuori luogo. In altre parole, qual è la figura del medico che giova al paziente: quella di una sorta di superuomo immune da tutte le malattie, sano e permanentemente giovane come il personaggio di un serial televisivo, o un uomo che invecchia e si ammala come o , forse,  più dei suoi pazienti?  Il medico dal corpo bionico, oltre ad essere assai poco credibile, può risultare francamente irritante agli occhi del suo paziente, e creare trai  due un divario incolmabile.

Parlando, in un altro capitolo, di Chirone ho ricordato l’ultima lezione che questo mitologico  padre fondatore della medicina ha impartito ai suoi allievi per tutto il tempo a venire: ha rinunciato alla sua immortalità per affrontare la malattia che lo aveva colpito fino alle sue naturali conseguenza: il medico-dio si è trasformato in un malato mortale e ha accettato la sua fine. Questo atto ha suggellato e legittimato tutto il suo percorso di medico e di maestro. Hilmann ci ha insegnato che i miti e le divinità dell’antica Grecia sono proiezioni del nostro inconscio. Per questo vivono in noi ancor oggi. Se sappiamo interpretare i loro messaggi capiremo meglio chi siamo. Se non siamo capaci di farlo, torneranno dagli oscuri nascondigli della nostra psiche come sintomi di un malessere che non siamo stati in grado di affrontare adeguatamente. Il mito di Chirone ci interpella profondamente:  ogni medico è chiamato a riflettere sul corpo malato. Ma questa riflessione  deve passare anche dal suo corpo. Se no è vana accademia.

“Brutto passare dall’altra parte della barricata, vero?”  mi disse la collega anestesista, con espressione addolorata, prima che io fossi sottoposto ad un intervento chirurgico. “Beh – risposi io – immagino che ogni tanto ci faccia bene”. Il suo volto non cambiò espressione. Credo di non averla persuasa.

Ne abbiamo discusso altre volte: il grande male della medicina moderna negli ultimi quattrocento anni è stato l’aver idolatrato il modello iatro-meccanico: vedere il corpo come una macchina. Come tutti i modelli, ci è di grande utilità, ma guai a confonderlo con la realtà. Il medico che passa dall’altra parte della barricata, che diventa medico-malato ricorda a sé stesso che il corpo non è una macchina, né il suo né quello del suo paziente. Quando parlo al mio paziente della sua malattia, a volte porto ad esempio anche la mia esperienza di malato per aiutarlo a comprendere meglio la sua. E non me ne vergogno affatto.

Il Chirurgo ferito di Eliot è un simbolo potentissimo: quello del medico che cura mentre avverte sulla sua carne i sintomi della malattia, il bruciore della ferita, il sangue che fluisce fuori dal suo corpo. Qui si manifesta nella sua cruda realtà l’essenza stessa della medicina: un uomo che cura  un altro uomo. Né più e né meno.

Il medico che si ammala e non perde l’occasione per riflettere su questo ha indubbiamente acquisito un quanto in più di saggezza. Ed è il percorso di saggezza a  legittimare coloro, medici ma non solo, a cui è stata affidata la più grande delle responsabilità: quella di interferire con le leggi della natura ed avere titolo per poterle modificare.

 

gatttopardoLa Razza Padrona che ci dirige nei più diversi settori, misto di tronfia arroganza e ignoranza sesquipedale, ha partorito un altro dei suoi capolavori. “Il paziente non esiste più”, leggiamo un po’ dappertutto. Si chiamerà “persona assistita”. Come viene motivata quest’altra levata d’ingegno? Un tale che, guarda caso, oltre ad essere autorevolissimo esponente della federazione nazionale dell’ ordine dei medici, è pure senatore , pontifica che questa nuova terminologia “trasmette il significato immediato di chi ha diritto a ricevere cure e assistenza senza passività”. Personalmente a me trasmette solo una robusta dose di cattivo gusto. E basta. Ma, a parte questo, la questione è assai più profonda. In un mondo medico a corto di buone idee e di sapere (oltre che, ribadisco, di buon gusto), queste patetiche operazioni di cosmesi rappresentano la foglia di fico su tali vergogne. Ma sì, cambiamo i nomi, non potendo cambiare la sostanza. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” ci ricorda il buon principe Fabrizio. In Italia le cose funzionano così.
E allora ricorderò a me stesso, e a chi abbia voglia di rifletterci sopra, alcune cose (tanto, rivolgersi a questi è puro tempo perso). E’universalmente noto che il termine “paziente” deriva dal latino “patiens”, participio presente del verbo “pati”: “colui che soffre”. Un po’ meno nota (e certamente del tutto ignota ai signori di cui sopra) è l’etimologia del termine “persona”. Deriva dal verbo latino “personare”, o “per-sonare”: parlare attraverso. “Persone” erano in origine le maschere utilizzate dagli attori teatrali, che servivano a dare loro, oltre che le sembianze dei personaggi che interpretavano, anche una maggior risonanza alla voce che poteva così essere udita più facilmente dagli spettatori.
Ho sempre creduto che il primo ruolo del medico sia quello di  prendersi cura del suo simile che lotta contro la sua sofferenza. Cioè il paziente. Ora mi si vuol far credere che dovremmo occuparci non di uomini, ma di maschere. E per di più con voci false e innaturali. E pensare che mi avevano insegnato che la prima cosa che deve fare il medico di fronte al suo (appunto) paziente è quella di cercare in lui l’uomo e guardare oltre la maschera. Abbiamo fatto un vertiginoso passo indietro culturale, umano e scientifico. Ma forse, in fondo, è proprio quello che vogliono.
La ciliegina sulla torta è poi quel termine “assistita”, posto accanto alla già di per sé obbrobriosa “persona”. Ricordo sommessamente che i nostri maestri non ci hanno insegnato ad “assistere”. Ma a “curare”. E soprattutto a non dimenticare mai la profonda nobiltà di cui questo verbo è intriso. Cura è care, soin, sorge, solicitud… in ogni lingua il significato di queste parole è sempre lo stesso: curare ma anche avere cura, vigilare premurosamente. Ma anche questo sembra non avere più alcun valore. E allora perché curare? Maglio assistere. Tanto è ormai da un po’ che non siamo più “medici “ma “sanitari”. E Idealstandard ringrazia.

copertina - cauta sapienza

E’appena uscito nelle librerie il mio ultimo libro: “Una cauta Sapienza. Il medico, la parola, la cura”.

Cos’è davvero la salute? La definizione che ne danno i medici, in genere, è una definizione in negativo:quando non c’è malattia, cioè quando non si diagnosticano nel corpo del paziente entità nosologiche che inducano a ritenerlo ammalato allora c’è salute. In altre parole, quando arriva il medico vuol dire che la salute se n’è andata. In realtà la definizione esaustiva di “salute” è molto più complessa di quanto sembrerebbe

Certo, è facile definire sano un giovanotto sportivo e in ottima forma, felice di essere al mondo e pieno di progetti per il futuro. Come è facile definire malato un uomo che giace in fin di vita, in preda a dolori difficilmente controllati dai farmaci. Ma ho anche conosciuto pazienti sull’orlo del suicidio solo per aver visto un numero alterato alla lettura delle proprie analisi del sangue. Magari si trattava di un parametro di dubbio significato patologico. All’opposto, ho conosciuto persone gravemente ammalate che mi raccontavano di essere felici perché, in quel momento, non stavano provando dolore, perché ritenevano che la loro vita fosse stata ben spesa, perché si sentivano circondati d’affetto, perché erano in armonia con l’universo.

Tramite un excursus nel repertorio classico e nelle più interessanti e sapienti iconografie della figura del medico nel corso dei secoli – Socrate, Platone, Alcmeone, Pitagora solo per citarne alcuni – vediamo come la recente definizione di salute fornita dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (salute come stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia) non faccia che radicarsi in quel bagaglio classico di conoscenze, recuperando finalmente il suo necessario portato di umanità e compassione.

Va da sé allora che, quando il medico si limita alla semplicistica dicotomia presenza- assenza di malattia, ma non entra in questo complesso gioco di armonie – tra corpo, anima, universo – avrà capito ben poco del suo paziente. E non avrà compreso la nobiltà del suo mestiere.

Ma sarà poi questo davvero un mestiere? Questo, in realtà, non è un mestiere, ma un’attitudine nei confronti dell’universo e dell’uomo. Abbiamo detto che il medico si trova in tensione tra molti aspetti del sapere umano. Ma egli riveste soprattutto un compito peculiare

che non condivide con nessun’altra attività dell’uomo. Si trova a vigilare su quella terra di mezzo fra la vita e la morte che è la malattia. Egli è il custode della soglia. È colui a cui è stata affidata la funzione di tenere gli uomini di cui si prende cura, per quanto possibile, lontani da quella soglia. Oppure di assisterli al meglio nel difficile momento in cui essi dovranno attraversarla.

Questo ruolo, grande e terribile, non può non interrogare il medico sul significato di vita, di morte e di malattia. Ed è proprio per questo motivo che la riflessione più profonda del volume prende in esame la Parola. La parola che si incarica di curare, la parola che apre al paziente la voragine della malattia ma anche la possibilità di operare una profonda trasformazione interiore, riuscendo, nel migliore dei casi, a volgere la malattia in opportunità. L’opportunità di attraversare le strade del dolore, di conoscere se stessi, per sentire davvero la finitudine dell’essere umano accogliendone non tanto il limite e la desolazione ma anche la grandezza e la nobiltà.

La parola del medico possiede un immenso potere sulla vita dei suoi pazienti. La parola del medico è Davar, potenza generatrice. E di questo bisogna avere consapevolezza. Quando questa consapevolezza manca, la parola viene usata con la stessa leggerezza con cui si maneggia un rasoio pensando di avere in mano un pennello. Perché è con la parola che il medico può indicare al suopaziente la mappa di quel territorio ostile in cui si trova ed insegnargli ad orientarsi all’interno di esso. Partendo dalle parole il paziente comincerà a narrare a se stesso la sua malattia e ne rintraccerà il senso all’interno della sua storia personale.

2013 in review

27 gennaio 2014

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Sydney Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 13,000 times in 2013. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 5 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.