La scommessa…

23 agosto 2010


“Verweile doch! Du bist so schön“
Fermati! sei così bello.
(Faust – W. Goethe)
“Che cosa non mi piace della morte? Forse l’ora.”
(W. Allen)

In un articolo pubblicato su “l’Espresso” del 29 luglio scorso, il politico-chirurgo Ignazio Marino ci ha ricordato di una storica scommessa fatta or sono dieci anni fa. I “giocatori” erano due biologi cellulari: Steven Austrad, di San Antonio – Texas e S. Jay Olshansky, di Chicago. L’argomento della scommessa tra i due scienziati era il seguente: è già nata o no la donna che vivrà 150 anni? La scommessa riguardava la donna e non l’uomo perché, come sappiamo, l’aspettativa di vita del cosiddetto sesso debole è leggermente superiore rispetto a quella del presunto sesso forte. La cifra scommessa all’epoca non era particolarmente elevata (300 dollari), ma lieviterà nel 2151 a circa mezzo milione di dollari che faranno la felicità di qualche erede di Austrad se, come molti ritengono (fra cui anche Marino), in quell’anno, in qualche parte del mondo, una donna avrà spento le fatidiche 150 candeline.
E’curioso, ma sembra che il progressivo allungamento della vita media, che stiamo osservando da alcuni decenni, sia direttamente proporzionale alla paura che abbiamo d’invecchiare e di morire: più a lungo campiamo e meno siamo soddisfatti della nostra attesa di vita. Insomma, la consapevolezza di poter vivere più a lungo non ci rende affatto più accettabile l’idea della morte. Anzi, accade il contrario. La cosa più paradossale è il ritrovare molta maggior serenità nei confronti della morte negli scritti di uomini vissuti in epoche in cui un quarantenne poteva già considerarsi ragionevolmente anziano. Sapere di essere ospiti di passaggio su questa terra dava nel passato l’urgenza di cercare un significato ai propri giorni.
Che il trovare il proprio ruolo, la propria eternità in vita sia un ottimo antidoto contro l’angoscia della morte, è spiegato mirabilmente da Ernest Becker in altra pagina di questi “Dialoghi”, e non tornerò sull’argomento. Ciò su cui volevo riflettere è invece il fatto che noi oggi siamo concentrati sull’obiettivo di allungare il più possibile la nostra aspettativa di vita, salute ed efficienza fisica (cosa in sé più che legittima), ed abbiamo perso di vista il fatto che ò proprio la contezza della brevità della nostra esistenza che ci spinge a cercare di darle un senso e, contemporaneamente, ad accettare l’ineluttabilità della nostra fine terrena.
I pensatori antichi sostenevano che, se ci sapessimo eterni, con molta probabilità, non sentiremmo più l’esigenza di lottare per un obiettivo, di interrogarci sul significato della vita. Diventeremmo una zattera alla mercé di una deriva senza più alcun costrutto.
Il tempo è quella sottile linea di confine tra la materia e lo spirito. Accettare il confronto con la morte vuol dire maturare la consapevolezza di questo confine, e da qui iniziare a porci quegli interrogativi che rendono nobile e sensata la nostra esistenza. La più grande delle libertà che si possa acquisire è quella dalla paura della morte.
La scienza in generale e la medicina in particolare, oltre a continuare a combattere questa doverosa battaglia per allungare l’aspettativa di vita e di salute, dovrebbero iniziare una riflessione sul significato da dare a questi anni in più che molti di noi si apprestano a trascorrere sulla terra.

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