gatttopardoLa Razza Padrona che ci dirige nei più diversi settori, misto di tronfia arroganza e ignoranza sesquipedale, ha partorito un altro dei suoi capolavori. “Il paziente non esiste più”, leggiamo un po’ dappertutto. Si chiamerà “persona assistita”. Come viene motivata quest’altra levata d’ingegno? Un tale che, guarda caso, oltre ad essere autorevolissimo esponente della federazione nazionale dell’ ordine dei medici, è pure senatore , pontifica che questa nuova terminologia “trasmette il significato immediato di chi ha diritto a ricevere cure e assistenza senza passività”. Personalmente a me trasmette solo una robusta dose di cattivo gusto. E basta. Ma, a parte questo, la questione è assai più profonda. In un mondo medico a corto di buone idee e di sapere (oltre che, ribadisco, di buon gusto), queste patetiche operazioni di cosmesi rappresentano la foglia di fico su tali vergogne. Ma sì, cambiamo i nomi, non potendo cambiare la sostanza. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” ci ricorda il buon principe Fabrizio. In Italia le cose funzionano così.
E allora ricorderò a me stesso, e a chi abbia voglia di rifletterci sopra, alcune cose (tanto, rivolgersi a questi è puro tempo perso). E’universalmente noto che il termine “paziente” deriva dal latino “patiens”, participio presente del verbo “pati”: “colui che soffre”. Un po’ meno nota (e certamente del tutto ignota ai signori di cui sopra) è l’etimologia del termine “persona”. Deriva dal verbo latino “personare”, o “per-sonare”: parlare attraverso. “Persone” erano in origine le maschere utilizzate dagli attori teatrali, che servivano a dare loro, oltre che le sembianze dei personaggi che interpretavano, anche una maggior risonanza alla voce che poteva così essere udita più facilmente dagli spettatori.
Ho sempre creduto che il primo ruolo del medico sia quello di  prendersi cura del suo simile che lotta contro la sua sofferenza. Cioè il paziente. Ora mi si vuol far credere che dovremmo occuparci non di uomini, ma di maschere. E per di più con voci false e innaturali. E pensare che mi avevano insegnato che la prima cosa che deve fare il medico di fronte al suo (appunto) paziente è quella di cercare in lui l’uomo e guardare oltre la maschera. Abbiamo fatto un vertiginoso passo indietro culturale, umano e scientifico. Ma forse, in fondo, è proprio quello che vogliono.
La ciliegina sulla torta è poi quel termine “assistita”, posto accanto alla già di per sé obbrobriosa “persona”. Ricordo sommessamente che i nostri maestri non ci hanno insegnato ad “assistere”. Ma a “curare”. E soprattutto a non dimenticare mai la profonda nobiltà di cui questo verbo è intriso. Cura è care, soin, sorge, solicitud… in ogni lingua il significato di queste parole è sempre lo stesso: curare ma anche avere cura, vigilare premurosamente. Ma anche questo sembra non avere più alcun valore. E allora perché curare? Maglio assistere. Tanto è ormai da un po’ che non siamo più “medici “ma “sanitari”. E Idealstandard ringrazia.