holmes2Sherlock Holmes continua a dare lezioni di scienza e di medicina a distanza di oltre cento anni dal suo parto dalla mente del dottor Conan Doyle. Alla fine dello scorso anno è uscito il film “Sherlock Holmes e il mistero del caso irrisolto”, per la regia di Bill Condon e con un’ottima interpretazione   dell’attore teatrale Ian McKellen.

Il film ci parla del dramma dell’invecchiamento del corpo che, più o meno lentamente, ci abbandona con il passare degli anni, e soprattutto, di quello della mente che, di giorno in giorno, perde colpi. E questo è veramente duro da sopportare, soprattutto per un genio come Sherlock Holmes che ha fatto della sua acutezza intellettuale la sua stessa ragione di vita e di successo.

Quest’ultimo capitolo apocrifo della vita dell’investigatore non è, se non molto marginalmente, una sua classica indagine investigativa, ma un piacevole e raffinato trattato di geriatria, o meglio, di dinamica della mente dei grandi anziani, che si presta assai bene ad una riflessione di filosofia della medicina.

Il film ci ricorda che, se è vero che alcune caratteristiche della nostra mente sono perdute per sempre con la vecchiaia, vedi la memoria, altre possono rimanere intatte, come l’intuizione. E altre addirittura accrescersi, come la sensibilità e la fantasia.

E sarà grazie  questo rimaneggiamento della sua mente, che il novantatreenne Holmes vive lucidamente e drammaticamente, che riuscirà a ricordare il suo ultimo caso irrisolto. E a chiudere un cerchio.

Ma sarà soprattutto in grado di concludere in positivo un altro caso irrisolto, forse il più importante di tutti, quello suo personale che ne ha scolpito il personaggio e ne ha fatto l’archetipo che noi tutti conosciamo: la sua proverbiale anaffettività.

Dopo aver visto il film però, vi consiglio di rileggere le mie considerazioni su questo tema nel capitolo “Del cervello degli anziani e dell’eterna giovinezza”. Poi possiamo discuterne…

il medico si ammalaDa ragazzo sentivo spesso parlare i miei familiari , non senza una malcelata ironia, di un certo medico di famiglia (allora si chiamavano “della mutua”) del nostro paesello d’origine. Quando un paziente si presentava al suo studio lamentando generici disturbi, il dialogo che si svolgeva era generalmente il seguente:

“Dottore, ho sempre mal di schiena”, “Non lo dire a me … sono anni che ne soffro!”.

Oppure: “Dottore, ho un terribile mal di testa”, “A chi lo dici .. a me viene sempre di lunedì”.

Indubbiamente questo modo di affrontare i bisogni del paziente può apparire alquanto bizzarro, anche perché il messaggio che sottendeva era una esplicita sinecura: “tieniti il tuo malanno, perché se lo sopporto io lo puoi fare benissimo anche tu. E non mi importunare oltre”. Devo dire, tuttavia, che con il tempo sono spesso tornato a pensare al curioso medico di Altamura, e mi sono chiesto se quella strategia fosse davvero del tutto fuori luogo. In altre parole, qual è la figura del medico che giova al paziente: quella di una sorta di superuomo immune da tutte le malattie, sano e permanentemente giovane come il personaggio di un serial televisivo, o un uomo che invecchia e si ammala come o , forse,  più dei suoi pazienti?  Il medico dal corpo bionico, oltre ad essere assai poco credibile, può risultare francamente irritante agli occhi del suo paziente, e creare trai  due un divario incolmabile.

Parlando, in un altro capitolo, di Chirone ho ricordato l’ultima lezione che questo mitologico  padre fondatore della medicina ha impartito ai suoi allievi per tutto il tempo a venire: ha rinunciato alla sua immortalità per affrontare la malattia che lo aveva colpito fino alle sue naturali conseguenza: il medico-dio si è trasformato in un malato mortale e ha accettato la sua fine. Questo atto ha suggellato e legittimato tutto il suo percorso di medico e di maestro. Hilmann ci ha insegnato che i miti e le divinità dell’antica Grecia sono proiezioni del nostro inconscio. Per questo vivono in noi ancor oggi. Se sappiamo interpretare i loro messaggi capiremo meglio chi siamo. Se non siamo capaci di farlo, torneranno dagli oscuri nascondigli della nostra psiche come sintomi di un malessere che non siamo stati in grado di affrontare adeguatamente. Il mito di Chirone ci interpella profondamente:  ogni medico è chiamato a riflettere sul corpo malato. Ma questa riflessione  deve passare anche dal suo corpo. Se no è vana accademia.

“Brutto passare dall’altra parte della barricata, vero?”  mi disse la collega anestesista, con espressione addolorata, prima che io fossi sottoposto ad un intervento chirurgico. “Beh – risposi io – immagino che ogni tanto ci faccia bene”. Il suo volto non cambiò espressione. Credo di non averla persuasa.

Ne abbiamo discusso altre volte: il grande male della medicina moderna negli ultimi quattrocento anni è stato l’aver idolatrato il modello iatro-meccanico: vedere il corpo come una macchina. Come tutti i modelli, ci è di grande utilità, ma guai a confonderlo con la realtà. Il medico che passa dall’altra parte della barricata, che diventa medico-malato ricorda a sé stesso che il corpo non è una macchina, né il suo né quello del suo paziente. Quando parlo al mio paziente della sua malattia, a volte porto ad esempio anche la mia esperienza di malato per aiutarlo a comprendere meglio la sua. E non me ne vergogno affatto.

Il Chirurgo ferito di Eliot è un simbolo potentissimo: quello del medico che cura mentre avverte sulla sua carne i sintomi della malattia, il bruciore della ferita, il sangue che fluisce fuori dal suo corpo. Qui si manifesta nella sua cruda realtà l’essenza stessa della medicina: un uomo che cura  un altro uomo. Né più e né meno.

Il medico che si ammala e non perde l’occasione per riflettere su questo ha indubbiamente acquisito un quanto in più di saggezza. Ed è il percorso di saggezza a  legittimare coloro, medici ma non solo, a cui è stata affidata la più grande delle responsabilità: quella di interferire con le leggi della natura ed avere titolo per poterle modificare.