Il chirurgo ferito, ovvero il medico che si ammala

17 giugno 2016

il medico si ammalaDa ragazzo sentivo spesso parlare i miei familiari , non senza una malcelata ironia, di un certo medico di famiglia (allora si chiamavano “della mutua”) del nostro paesello d’origine. Quando un paziente si presentava al suo studio lamentando generici disturbi, il dialogo che si svolgeva era generalmente il seguente:

“Dottore, ho sempre mal di schiena”, “Non lo dire a me … sono anni che ne soffro!”.

Oppure: “Dottore, ho un terribile mal di testa”, “A chi lo dici .. a me viene sempre di lunedì”.

Indubbiamente questo modo di affrontare i bisogni del paziente può apparire alquanto bizzarro, anche perché il messaggio che sottendeva era una esplicita sinecura: “tieniti il tuo malanno, perché se lo sopporto io lo puoi fare benissimo anche tu. E non mi importunare oltre”. Devo dire, tuttavia, che con il tempo sono spesso tornato a pensare al curioso medico di Altamura, e mi sono chiesto se quella strategia fosse davvero del tutto fuori luogo. In altre parole, qual è la figura del medico che giova al paziente: quella di una sorta di superuomo immune da tutte le malattie, sano e permanentemente giovane come il personaggio di un serial televisivo, o un uomo che invecchia e si ammala come o , forse,  più dei suoi pazienti?  Il medico dal corpo bionico, oltre ad essere assai poco credibile, può risultare francamente irritante agli occhi del suo paziente, e creare trai  due un divario incolmabile.

Parlando, in un altro capitolo, di Chirone ho ricordato l’ultima lezione che questo mitologico  padre fondatore della medicina ha impartito ai suoi allievi per tutto il tempo a venire: ha rinunciato alla sua immortalità per affrontare la malattia che lo aveva colpito fino alle sue naturali conseguenza: il medico-dio si è trasformato in un malato mortale e ha accettato la sua fine. Questo atto ha suggellato e legittimato tutto il suo percorso di medico e di maestro. Hilmann ci ha insegnato che i miti e le divinità dell’antica Grecia sono proiezioni del nostro inconscio. Per questo vivono in noi ancor oggi. Se sappiamo interpretare i loro messaggi capiremo meglio chi siamo. Se non siamo capaci di farlo, torneranno dagli oscuri nascondigli della nostra psiche come sintomi di un malessere che non siamo stati in grado di affrontare adeguatamente. Il mito di Chirone ci interpella profondamente:  ogni medico è chiamato a riflettere sul corpo malato. Ma questa riflessione  deve passare anche dal suo corpo. Se no è vana accademia.

“Brutto passare dall’altra parte della barricata, vero?”  mi disse la collega anestesista, con espressione addolorata, prima che io fossi sottoposto ad un intervento chirurgico. “Beh – risposi io – immagino che ogni tanto ci faccia bene”. Il suo volto non cambiò espressione. Credo di non averla persuasa.

Ne abbiamo discusso altre volte: il grande male della medicina moderna negli ultimi quattrocento anni è stato l’aver idolatrato il modello iatro-meccanico: vedere il corpo come una macchina. Come tutti i modelli, ci è di grande utilità, ma guai a confonderlo con la realtà. Il medico che passa dall’altra parte della barricata, che diventa medico-malato ricorda a sé stesso che il corpo non è una macchina, né il suo né quello del suo paziente. Quando parlo al mio paziente della sua malattia, a volte porto ad esempio anche la mia esperienza di malato per aiutarlo a comprendere meglio la sua. E non me ne vergogno affatto.

Il Chirurgo ferito di Eliot è un simbolo potentissimo: quello del medico che cura mentre avverte sulla sua carne i sintomi della malattia, il bruciore della ferita, il sangue che fluisce fuori dal suo corpo. Qui si manifesta nella sua cruda realtà l’essenza stessa della medicina: un uomo che cura  un altro uomo. Né più e né meno.

Il medico che si ammala e non perde l’occasione per riflettere su questo ha indubbiamente acquisito un quanto in più di saggezza. Ed è il percorso di saggezza a  legittimare coloro, medici ma non solo, a cui è stata affidata la più grande delle responsabilità: quella di interferire con le leggi della natura ed avere titolo per poterle modificare.

 

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