Il mito di fondazione della Medicina

7 luglio 2022

Tutto ha inizio con il dio Apollo. Egli è un vero curatore. Sana e purifica la materia. Sana anche le ferite, così come le può infliggere con le sue frecce. È un dio che dà vita, ma anche morte. 

Un giorno Apollo si innamora di Coronis, una giovane bella e nobile, e la seduce sulle rive del lago Bobeis, in Tessaglia. Subito dopo la abbandona perché gli dei, si sa, sono volubili. Ma sono anche gelosi e possessivi, e un candido corvo veglia su di lei, perché nessuno la deve violare. Coronis è già incinta del dio ma, abbandonata, si innamora di Ischys, uno straniero venuto dall’Arcadia. Il corvo informa di tutto Apollo che, furibondo, lo trasforma da bianco in nero, il colore del tradimento. Poi chiede a sua sorella Artemis di uccidere la ragazza. La freccia di Artemis colpisce al seno la traditrice. Ma prima di morire Coronis sussurra al dio che, con quella freccia, egli ha fatto uccidere anche suo figlio. Apollo compie un disperato tentativo di rianimarla, ma è troppo tardi. Evidentemente la rianimazione non rientrava tra le specializzazioni in cui quel dio medico eccelleva. Ma quando il fuoco già sta iniziando a bruciare il corpo di Coronis, le fiamme si aprono di fronte alla mano predatrice del dio che estrae dal ventre della morta suo figlio. Così, se Apollo non si dimostra un valido rianimatore, in compenso esegue il primo parto cesareo post-mortem. Il dio chiama suo figlio Asclepio. Asclepio in greco vuol dire “il curatore permanente”, ma il nome potrebbe anche derivare da Skalops“il topo”, colui che fruga nelle profondità, o anche da Skeleton“lo scheletro”, per la sua magrezza spettrale, così come alcuni lo descrivono.

Sul monte Pelio, di fronte alla Tessaglia, vivono in branco i Centauri, metà uomini e metà cavalli. Sono selvaggi e violenti, aggrediscono i viandanti con tronchi d’albero e grida che sembrano canti. Non rispettano gli uomini, ma neanche gli dei. Appartato dagli altri Centauri, in una grotta a Malea, vive Chirone. È figlio di Chronos e della dea marina Filira. Ha dunque una natura duplice, acquatica ed equina.  A differenza degli altri centauri, ignoranti e dediti alla violenza, Chirone è generoso, saggio e grande conoscitore di scienze, in particolare quella medica. Il suo nome deriva da Kyros, “mano”, perché la sua è una mano che cura. Dalla stessa radice deriva anche “chirurgia”. Chirone era stato chiamato a curare Achille che si trovava con una caviglia ustionata a causa dei molti maldestri tentativi, fatti da sua madre Teti, di renderlo immortale. Chirone gliela aveva trapiantata, usando quella di un gigante morto, Damiso (oggi si parlerebbe di un trapianto da cadavere). Il gigante era particolarmente dotato nella corsa, così Achille poté ringraziare Chirone, non solo per avergli guarito il tallone ustionato, ma anche per averlo fatto diventare Achille dal piè veloce

Apollo vola alla grotta di Chirone e gli affida Asclepio. Il bambino cresce allattato da una capra, vegliato da un cane e addestrato all’arte medica da Chirone. 

Asclepio apprende gli insegnamenti di Chirone secondo le regole della Paideia: l’educazione che può ricevere solo chi possiede la virtù di un sangue aristocratico. Per questo gli schiavi non potevano esercitare la medicina. “La gloria ha pieno valore solo quando è innata”, scrive Pindaro, filosofo aristocratico. E il lignaggio di Asclepio è divino. Così il giovane Iatros impara a curare con erbe e bisturi, ma anche con musica, salmi e incantesimi, perché non è ancora giunto il tempo di Ippocrate che separò la scienza dalla superstizione. 

Chirone ha una ferita al ginocchio, dovuta ad una freccia scagliata dal suo amico Eracle, in guerra con gli altri Centauri. Già a quei tempi il cosiddetto fuoco amico faceva le sue vittime. Ancheper questo è un bravo medico, perché è dalla ferita del medico che proviene la cura: dal profondo della sua carne egli interpreta il dolore degli altri. Così nasce l’empatia in medicina. La ferita dice al medico che la vita, la sua stessa vita,  è una dualità inscindibile: gioia e sofferenza, vita e morte. 

La ferita è gravissima e causa a Chirone indicibili sofferenze. Egli certo non può guarire, ma nemmeno morire, perché è nato immortale. Chirone desidera ardentemente la morte, e riesce ad ottenerla scambiando la sua immortalità con Prometeo, che Zeus aveva degradato al rango di mortale. Il padre degli Dei, al quale il centauro era particolarmente caro, lo vuole comunque vicino a sé nel cielo, e dà origine alla costellazione del Centauro. 

A continuare la sua opera ormai c’è Asclepio. La sua arte è come il sangue di Medusa. Può dare vita, ma anche morte. E Asclepio possiede quel sangue: il Pharmakon.  Medusa, decapitata da Perseo, è l’unica mortale delle tre Gorgoni. La testa di Medusa era coronata da vipere, il collo era ricoperto di squame di drago, i denti erano di cinghiale. Il sangue che scorreva nei vasi venosi di sinistra era velenoso, quello di destra era capace di curare. E anche di resuscitare i morti. 

Il sangue dei mostri spesso possiede poteri magici. Come il sangue del centauro Nesso che, tentando di rapire Deyanira, viene ucciso da Eracle, il marito della donna. Mentre agonizza, Nesso sussurra a Deyanira: “Prendi il mio sangue e mescolalo con il seme che ho versato quando ho provato a violarti. Se ti accorgerai che l’amore di tuo marito inizia a vacillare bagna la sua tunica con questo liquido”.  È un inganno, e Deyanira cade nella trappola. Così, quando Eracle si innamora di un’altra donna, la gelosia acceca Deyanira che bagna la tunica del marito con la pozione. Nell’indossarla, la pelle dell’eroe si incendia e per Eracle è la fine.

Asclepio non possiede solo il Pharmacon, ma molti altri filtri con cui può uccidere, ma anche far innamorare, dare la bellezza a chi non la possiede, spingere all’adulterio e al tradimento. Raccoglie foglie e radici e le cuoce per preparare i suoi infusi. Conosce i poteri dell’Atropa belladonna, pianta silvestre ricca di proprietà terapeutiche. Ha la virtù di curare le coliche renali e biliari, il raffreddore, la tosse e l’asma. In più rilassa l’intestino. Bagnando gli occhi delle donne con l’estratto della pianta le loro pupille si dilatano, e i loro occhi appaiono più belli. Ma, se assunta in grandi quantità, può essere letale. Certo, il concetto di dose, all’epoca, è ancora piuttosto fumoso. Si procede in maniera molto empirica, per prova ed errore. D’altronde, solo nel XX secolo i farmacologi hanno estratto da questa solanacea il suo principio attivo, l’atropina, un potente alcaloide. Così hanno potuto verificare che questa sostanza dilata la muscolatura liscia dell’apparato respiratorio, urinario e digestivo, contrasta la vasodilatazione periferica e i bruschi cali pressori. Sul sistema nervoso centrale agisce come euforizzante, fino a dare allucinazioni. Sul cuore accelera i battiti cardiaci. E può indurre a morte bloccando la trasmissione elettrica cardiaca. Gli antichi pensavano che il battito del cuore si fermava perché Atropo, una delle tre Parche, quella a cui è dato il compito di recidere il filo della vita, potesse raccogliere lo spirito dal corpo morente. La belladonna è un vero Pharmakon: prodigioso rimedio, ma anche potente veleno. 

Tuttavia Asclepio non conosce l’anatomia. Tutto il corpo è visto come un insieme indistinto. Per gli antichi non esiste l’apparato respiratorio o digerente, la vescica o la colecisti. Platone, molto tempo dopo ci dirà che la bile è un umore di colore scuro, così come la melanconia. Tutto allora era considerato un equilibrio di fluidi. Questa teoria non mancava di una qualche ragion d’essere, e per molto tempo ha dato anche buoni risultati.

Asclepio conosce la Datura stramonium che contiene scopolamina, assai simile all’atropina, ma più tossica. È un veleno potente, capace di far perdere la memoria e di dare una sorta di piccola morte. È anche conosciuta come droga dello stupro, conservando così molta della sua perversità mitologica. 

Probabilmente egli conosce anche l’Elleboro, con le sue varietà niger, viridis e foetidus. È noto anche con nomi che la dicono lunga sulle sue proprietà farmacologiche, come Artiglio del grifone. Cuocendo la sua radice si ricava una pozione che Plinio paragonò alla forza di un generale che, incitando le sue truppe, va all’assalto del nemico e ne scompagina le fila. È un farmaco che, a piccole dosi, funziona come ottimo purgante ma, in quantità eccessive, produce diarrea, vomito incoercibile e paralisi cardiaca, perché blocca la conduzione elettrica del miocardio. È stata forse la prima arma chimica: Pausania racconta come Clistene di Sicione, per conquistare la città di Cirra, chiuse tutte le condotte idriche che la servivano. Poi, quando gli abitanti erano ormai assetati, le riaprì dopo aver avvelenato l’acqua con l’elleboro. Gli abitanti, intossicati dal veleno, furono colti da violenti attacchi di diarrea. Così Clistene entrò vittorioso nelle mura della città. A dispetto della sua singolare strategia militare, credo che l’assonanza tra Clistene e clistere sia solo casuale.

Insomma, nel giardino di Asclepio fiorisce ogni tipo di pianta miracolosa, tutte accomunate dal possedere il principio ambivalente del Pharmakon. A dosi moderate sono ottimi spasmolitici, purganti, diuretici, antibiotici o cicatrizzanti. A dosi elevate uccidono.

Chirone gli aveva anche insegnato a distinguere le ulcere dalle ferite, e i poteri curativi del miele sulle infezioni, che possono colpire le une e le altre. Oggi sappiamo che le api sintetizzano nelle loro ghiandole salivari un enzima che produce acqua ossigenata a partire dagli zuccheri e dall’acqua che questi insetti estraggono dal nettare dei fiori.

Asclepio non possiede frigoriferi, ma è molto ben organizzato: utilizza la neve del monte Pelio per conservare i suoi farmaci.

Lo Iatros però inizia ad andare oltre le sue competenze: prende la pessima abitudine di riportare in vita i morti con il Pharmakon. E questa grave colpa professionale fa incollerire molto Zeus, perché non è consentito a nessuno, neanche al migliore dei medici, di interferire con il corso della Natura. Così il re degli dei uccide il medico con un fulmine. Ma Apollo non prende affatto bene l’assassinio del figlio, e uccide i tre ciclopi che forgiavano i fulmini per Zeus. Il quale, per placare le ire di suo figlio, come ha trasformato Chirone nella costellazione del Centauro, così trasforma Asclepio in quella del Serpente, simbolo, non a caso, del Pharmakon.

Per divina che sia, la genealogia di Asclepio è piuttosto inquietante: egli è il nipote di Artemis, l’assassina di sua madre, e figlio Apollo, che la violò e la fece assassinare. E, per finire, viene ucciso da suo nonno, Zeus. 

Asclepio ha numerosi figli. E tutti saranno medici: Macaone è un chirurgo, Podalirio internista, Telesforo è “colui che calpesta a distanza e vigila sulle convalescenze”, Igea è, ovviamente, un’igienista mentre l’inseparabile sorella Panacea, esperta di piante medicinali, è la capostipite dei farmacologi. Infine c’è la piccola Yaso, una dea minore della medicina. Oggi potremmo paragonarla ad un paramedico.

Per la verità, anche la zia Artemis (per la quale Asclepio non aveva un granché di ragioni per nutrire affetto) aveva a che fare con la medicina. Dà infatti il suo nome ad una varietà di piante che si credeva regolarizzassero i flussi mestruali, i dolori del parto, la febbre, i crampi, i vermi intestinali, e che stimolassero l’appetito. Oggi sappiamo che il genere Artemisia è vasto, con circa 200 specie in tutto il mondo. La farmacologia moderna l’ha considerata per molto tempo una pianta pressoché inutile dal punto di vista terapeutico, capace di abbassare leggermente la pressione arteriosa ed agire come blando antibiotico. In più, Artemisia absinthum è stata per molto tempo bandita dalla legge, perché da essa si può ricavare l’assenzio, sostanza allucinogena e capace di dare convulsioni, sebbene in dosi molto alte.

Ma la rivincita della dea è giunta pochi anni fa: oggi i derivati dell’Artemisinina sono alla base della terapia della malaria. Forse la dea lo aveva capito già dall’epoca perché, essendo una dea cacciatrice, girava per boschi e paludi e aveva probabilmente molti problemi con le zanzare.

Omero ci descrive Macaone, il chirurgo figlio di Asclepio, nel fragore delle battaglie fra Greci e Troiani. Macaone combatte insieme agli altri guerrieri achei. Anzi, tra di loro è uno dei più feroci. Omero lo descrive come guerriero “dalle mani assassine”. Possiamo immaginare che, dalla sua cintura, da un lato penda lo xifos, la spada, dall’altro gli strumenti chirurgici: bisturi, pinze, stecche e bende, insieme alle piante medicinali del Pharmakon. Egli stesso è un simbolo vivente del Pharmakon: da un lato è portatore di morte, dall’altro di vita. Così, mentre è intento a frantumare ossa e squartare il ventre dei troiani che gli capitano a tiro, viene raggiunto dal messo di Agamennone, che gli ordina di accorrere. È un ordine misto di imperio e di disperata supplica: suo fratello Menelao è stato ferito da una freccia nemica. Bisogna subito curarlo. Macaone abbandona subito i panni del guerriero ed assume quelli del savio Iatros. Sotto una tenda allestisce una sala operatoria improvvisata. Si sveste dell’armatura e indossa l’Imation, la candida tunica, precursore del camice. Studia il ferito palmo a palmo, dalla smorfia di dolore alla postura delle mani, dal colore della pelle a quello del sangue che sta perdendo. Il chirurgo invoca suo padre Asclepio che gli sussurra gli insegnamenti di Chirone. Sotto la tenda siede su uno sgabello di cedro. Le gambe sono ad angolo retto con il bacino. È un sacerdote laico. È il figlio di un semidio che si prepara a svolgere il compito al quale gli dei lo hanno destinato. La freccia ha trafitto Menelao sopra la cintura. Il medico libera la parte dai vestiti. Estrae la freccia bifida lentamente, con prudenza, per non lacerare le viscere. Le piume restano attaccate alle sue dita. Succhia il sangue con la bocca. Poi lo sputa. Tampona la ferita con lattice di fico e la medica con una garza fredda, per ridurre l’emorragia. Infine posa sulla fronte di Menelao una benda rossa e calda, per richiamare il flusso sanguigno alla testa. Menelao è stato curato per un atto congiunto degli dei e degli uomini. Un intervento riuscito bene, non molto dissimile da quello che si sarebbe fatto oggi in casi analoghi. Tranne che per l’uso del lattice di fico, che non serve affatto a ridurre il sanguinamento come si credeva. Anzi può peggiorarla. Ma si tratta di pensiero magico per similitudine: come il lattice di fico tampona la ferita della pianta, così dovrebbe fare sul corpo umano. Anche l’uso della benda rossa sulla fronte è pensiero magico per similitudine: se si vuole richiamare il flusso sanguigno, che è rosso, si deve usare un oggetto dello stesso colore. Ma questo poco toglie alle capacità del chirurgo Macaone, figlio di Asclepio (1).

La violenza del mito di fondazione

Perché il mito di fondazione di una disciplina così nobile come la medicina, forse la più nobile delle arti umane è intriso di tanta violenza e di tanti efferati assassinii? Credo che le ragioni siano almeno due: In generale sappiamo che tutti i miti di fondazione poggiano su atto violento, sacrificale. Mircea Eliade ci ha insegnato che le civiltà umane, dopo essere uscite dall’era dei cacciatori-raccoglitori per dare vita alle civiltà basate sull’agricoltura e sull’allevamento, sono state profondamente segnate dalle simbologie di morte e rinascita di cui il mondo vegetale e animale sono ricchi: nessun grande atto fondante è possibile se, alla sua base, non c’è evento sacrificale. Ogni nuova vita nasce dalla macerazione e dalla distruzione del suo seme, così come nella vita quotidiana di ciascuno di noi non può esservi alcuna realizzazione, grande o piccola che sia, se a questa non sacrifichiamo una parte di noi. Non si rinasce a qualcosa di nuovo se non si muore a qualcosa di vecchio (2-4). Coronis è violata da Apollo, così come l’aratro fende la terra prima della semina.  Poi viene sacrificata per dar vita ad Asclepio. Chirone sceglie di morire perché il maestro deve accettare di morire se vuol dare vita ad una dinastia di allievi che lo superino. È la morte rituale del Maestro. Asclepio viene ucciso per dar vita ad una stirpe di medici rispettosi delle armonie della natura.

L’altra ragione credo sia strettamente legata ad un’emozione di cui ci parla molto Aristotele: il Thauma.

Come nasce la filosofia? Aristotele aveva le idee chiare: la filosofia nasce, secondo lui, da un sentimento: il thauma. Siamo noi ad avere le idee un po’ confuse, perché non siamo tutti d’accordo su come tradurre dal greco la parola thauma. Martin Heidegger la traduce come meraviglia: la filosofia nascerebbe dunque dal sentimento di meraviglia di fronte all’universo che si apre davanti agli occhi dell’uomo quando prende coscienza di sé (5). 

Emanuele Severino invece non è per niente d’accordo (6). Secondo lui, traducendo thauma con meraviglia “…si perde completamente di vista la tragica grandezza della nascita della filosofia. Thauma è infatti, innanzi tutto, l’angosciato stupore, lo stordimento e il terrore dell’uomo dinnanzi al divenire della vita, al dolore e alla morte. Lo dice la stessa struttura etimologica di questa parola potente e terribile” 2

E’ così, thauma ha decisamente un significato negativo. Omero infatti descrive Polifemo come “un mostro che suscita orrore (thauma)” (7). E l’intimo legame tra thauma e trauma, origine di molte malattie della mente e del corpo, non sfugge a nessuno. Così continua Severino:

“Solo scorgendone il significato autentico ci si spiega perché Aristotele affermi che il possesso della filosofia conduce nello stato contrario a quello costituito da thauma, ossia conduce alla felicità che sorge dal risolvimento dei problemi intorno al senso del mondo”  (5).

Secondo Severino sarebbe infatti una clamorosa contraddizione dare al thauma l’accezione positiva di un sentimento di meraviglia: se la filosofia nasce per darci serenità interiore perché dovrebbe essere il rimedio ad un sentimento positivo?  

Aristotele è peraltro convinto che il sentimento che lui descrive come thauma sia anche all’origine del mito, che nella cultura dell’uomo ha preceduto di molto l’arrivo della filosofia (e, secondo me, è ancora una categoria della mente dell’uomo che nessuna filosofia potrà mai rimpiazzare). E anche questo, secondo Severino, ci conferma il reale significato che aveva il thauma per Aristotele:

”chi si rivolge al mito e vive in esso è in qualche modo filosofo perché anche lui – e anzi lui, prima ancora che sulla terra sopraggiunga il filosofo- ha a che fare con lo stordimento angosciato, con il terrore, e dunque con lo thauma che afferra ogni uomo che apre gli occhi sulla vita. Anche il mito, come poi la filosofia (e la scienza) tenta di arginare e di rendere sopportabile il dolore angosciante”  (5).

Severino è convinto (ma anche Heidegger, in realtà) che la parola veritas sia costruita sulla radice indoeuropea ver, che indica riparo, rimedio. Dunque la filosofia, che cerca la verità, l’aletheia, cerca un rimedio una cura contro la paura, il thauma. Credo che Severino abbia perfettamente centrato quando descrive la nascita della filosofia come un tentativo di rispondere a tutte quelle domande che ognuno di noi si pone di fronte allo stupore angosciato che ci deriva dal fatto che siamo gli unici esseri viventi ad avere consapevolezza della loro fragilità e della loro mortalità. 

La paura è una delle due facce di un potentissimo meccanismo di sopravvivenza in cui il nostro corpo investe una spaventosa quantità di energia: il meccanismo  fight or flight. Ma questo resta pur sempre un sistema di difesa a breve o brevissimo termine: nel lungo raggio c’è bisogno di altre strategie: bisogna far intervenire la razionalità apollinea per assicurare una strategia più efficace e duratura che assicuri la sopravvivenza della specie. 

L’uomo, in preda al pericolo e al panico lotta o fugge. Con tutte le forze di cui è capace. Ma quando ha neutralizzato il suo nemico, o quando si è rifugiato in un luogo sicuro, inizia a riflettere. Ed elabora strategie più efficaci. Dioniso e Pan chiamano Apollo in aiuto. Dioniso, dio dell’istinto e dell’intuizione, e Pan, dio del timore panico (8) chiedono aiuto alla fredda razionalità di Apollo. Dioniso e Pan, nel passare il testimone della staffetta ad Apollo, producono alcuni tra i più preziosi e nobili frutti della mente umana: la ricerca filosofica. 

A dirla con le parole di Salvatore Natoli: “Qui Apollo e Dioniso sono la stessa cosa perché è dall’orrore che scaturisce la forma, dalla follia la ragione. Seguendo la linea di pensiero nicciana mi sono reso conto che la ragione, lungi dall’essere opposta all’istinto, ne è una sua trasformazione: essa nasce dal bisogno di preservarsi, di salvare la vita, di mantenere intatta la propria singolarità e forma. Non c’è allora nulla di più istintuale della ragione come bisogno di governare le forze dell’immane” (9).

Ma se è vero che il rapporto concreto ed operativo con la realtà precede sempre qualsiasi speculazione teorica, è anche vero che, prima di qualsiasi riflessione articolata sul dolore, sulla malattia, sulla morte, deve esserci stato, nella storia della civiltà umana, il tentativo pratico di opporsi a tutto questo. Ed ogni atto umano che abbia questa finalità rientra nella definizione di medicina. È la medicina la prima ad addentrarsi in quella zona grigia che si stende al confine tra la vita e la morte. E che chiamiamo malattia. E la prima reazione al thauma-trauma che l’uomo ha tentato non può essere stata la filosofia, ma la medicina. E se la veritas, il ver è rimedio al thauma, il primo rimedio è stato la ricerca di un farmaco. 

Nella mia esperienza professionale, di attacchi di panico ne ho visti tanti, ma credo che la maggior parte di essi fossero generati dalla paura di una malattia, vera o presunta che fosse. La percezione di un cambiamento che l’arrivo della malattia sta operando nel nostro corpo è il più potente evocatore della parte panica della nostra mente. Ma è pur vero che un sottile e costante rumore di fondo ha da sempre pervaso il pensiero umano: la paura panica della morte e del suo araldo: la malattia.  

Aristotele è figlio di Nicomaco, medico del re di Macedonia Aminta III, ed ha studiato medicina. Sono convinto che Severino abbia ragione nell’identificare il thauma con la paura, a volte incontrollabile, di fronte alla malattia, al dolore e alla morte. Ma sono anche convinto che Aristotele pensasse alla medicina, sia come primo rimedio al thauma, che come origine della filosofia. Ma soprattutto che la più efficace risposta al thauma venga dall’unione della medicina con la filosofia. E ce lo dichiara esplicitamente quando afferma che “il medico che si fa filosofo è simile a un dio”.

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