Leonardo disegni anatomici

 

 

 

 

 

 

“O tu ch’onori scienzia ed arte,

questi chi son c’han cotanta orranza,
che dal modo delli altri li diparte?”
E quelli a me: “L’onrata nominanza
Che di lor suona su nella tua vita,
grazia acquista in ciel che sì l’avanza”

Inferno, IV

Per Dante, un maestro di sapere, come il suo Virgilio, per essere definito tale, doveva essere un erudito tanto nelle materie scientifiche, quanto il quelle letterarie. Ma esiste oggi nella cultura moderna un dialogo tra arte e scienza? Almeno apparentemente no. Nella mentalità corrente il sapere umanistico e il sapere scientifico sembrano anzi essere due forme di conoscenza in antitesi tra loro. Sono percepiti come due modi di vedere il mondo completamente divaricanti, basati il primo su un approccio intuitivo ed estetico alla realtà, il secondo su un approccio razionale. E tra di essi non può essere stabilito nessun rapporto di collaborazione. Due mondi che, peraltro, spesso si guardano l’un l’altro con reciproco disprezzo.
Eppure questa dicotomia tra arte e scienza è relativamente moderna, frutto della rivoluzione scientifica del XVIII secolo. In epoca classica non esisteva una contrapposizione tra la dimensione estetica e quella scientifica. Basti pensare che il termine greco techne e l’equivalente latino ars, significavano entrambi tecnica, ma anche arte. Le grandi filosofie dell’antichità erano spesso un esempio di profonda armonia tra scienza ed arte. Pitagora e i suoi successori vedevano il mondo della natura, quello della matematica e della musica intimamente interconnessi. Ippocrate, nel V secolo a.C., dava della medicina una definizione che si collocava a metà strada tra le certezze dell’episteme e le incertezza dell’esperienza empirica.
Aristotele poi aveva un’idea ben chiara di cosa potesse essere definita arte, un’idea rivoluzionaria e tuttora attuale, ancorché ignorata dai più: arte e scienza sono entrambe figlie di un’unica madre: l’esperienza. E l’arte è punto di incontro fra molte competenze empiriche.
“L’esperienza è per gli uomini solo il punto di partenza da cui derivano scienza ed arte. L’arte nasce quando da una molteplicità di nozioni empiriche venga prodotto un unico giudizio universale che abbracci tutte le cose simili tra loro. Infatti l’esperienza si limita a ritenere che una certa medicina sia adatta a Callia colpito da una certa malattia, o anche a Socrate o a molti altri presi individualmente; ma a giudicare, invece, che una determinata medicina è adatta a tutti costoro considerati come un’unica specie (ossia affetti, ad esempio, da catarro o da bile o da febbre), è compito riservato all’arte.” (Aristotele, Opere, Metafisica, Laterza Bari, 1988).

Dunque, la definizione di arte che dà Aristotele, è assai più ampia di quella comunemente intesa, che la vede solo come un’attività umana che porta a forme creative di espressione estetica. E la medicina, secondo la visione aristotelica, allora come ora, è arte per eccellenza.

L’esergo ci ricorda poi come, nel Medioevo, il sapere fosse percepito come un’unità che non poteva prescindere dalle sue due principali componenti. Ma forse è il Rinascimento l’epoca in cui sono stati più stretti i rapporti tra scienza ed arte, soprattutto grazie all’opera geniale di Leonardo da Vinci che ha rappresentato il più alto punto d’incontro tra questi due universi. Le sue macchine ne sono un chiaro esempio. Macchine da guerra e teatrali, idrauliche e industriali, per muoversi sulla terra, sopra e sotto le acque, e per volare. In esse, lo studio della prospettiva, nato nel mondo della pittura, assume un ruolo centrale. Ma Leonardo, artista e scienziato, non costruisce solo macchine. Studia la natura: le forme delle nubi, il movimento delle acque, gli insetti e gli uccelli. E soprattutto il corpo umano. Leonardo dunque personifica l’idea aristotelica di arte e scienza: entrambe sono intimamente connesse, frutto di un’incessante ricerca empirica. E collaborano fra loro per produrre conoscenza.

In tutto il Rinascimento gli artisti usano la prospettiva per rappresentare e per documentare il mondo che li circonda. Ma la prospettiva ha un ruolo ancora più importante nella filosofia dell’epoca: è usata per assegnare all’uomo un ruolo nuovo nel creato. Un ruolo centrale. La geometria e la matematica diventano dunque sia un mezzo per rappresentare il mondo, sia per conferire all’uomo che lo osserva una posizione di preminenza.

Oggi però, vi sono delle zone di confine in cui arte e scienza sembrano tornare a dialogare, come nel Rinascimento. E il punto di incontro sembra tornato ad essere il mondo delle immagini.
I frattali ne sono un esempio. Nel 1975, un matematico francese di origine polacca, Benoit Mandelbrot coniò il termine frattale per indicare quelle forme geometriche che, a differenza di quelle euclidee, non sono regolari. In natura ne esistono esempi diversi: dai fiocchi di neve, alle nuvole, alle montagne, ai rami degli alberi. Un albero ha molti rami, e questi somigliano a piccoli alberi, i rami grandi si dividono in rami sempre più piccoli, e anche questi somigliano ad alberi ancora più piccoli. In alcuni casi, come i cristalli, questo fenomeno è riproducibile fino a livello microscopico. Si tratta della cosiddetta autosomiglianza frattalica. E fu proprio con le immagini tridimensionali, realizzate presso i laboratori IBM, che Mandelbrot riuscì a dimostrare la sua nuova teoria geometrica. E’ stato questo un evidente esempio di convergenza tra arte e scienza. Quelle immagini hanno sorpreso per la loro bellezza e, al tempo stesso, per il loro valore scientifico. C’è chi sostiene che un panorama, un arredamento, un’immagine ci colpiscono per la loro bellezza non quando hanno le forme squadrate della geometria euclidea, ma quando ripropongono il fenomeno dei frattali.
Nel 1986 la 42esima edizione della Biennale di Venezia, curata dal grande critico dell’arte Maurizio Calvesi, fu dedicata proprio al rapporto tra arte e scienza. E furono invitati i principali esperti in questo campo. In quell’occasione, le immagini generate al computer furono definite una nuova tecnica paragonabile per importanza alla scoperta rinascimentale della prospettiva. In quegli anni, Donna Cox, un’artista che da anni lavora a fianco di scienziati all’Università dell’Illinois, scrisse un saggio intitolato “Rinascimento digitale”, espressione ancora oggi utilizzata per definire il rapporto fra arte e tecnologia. Il computer oggi, come lo studio della prospettiva all’epoca di Leonardo, è un mezzo per rappresentare e ricostruire il mondo che ci circonda. Con il computer siamo in grado di rappresentare un universo in cui le barriere spazio-temporali sono state abbattute. Con il computer è possibile generare nuove immagini, nuovi modelli sia della realtà, che dei prodotti della tecnica. La prospettiva del terzo millennio è dunque il computer e il suo immenso potere di rappresentazione. Il computer ha ripreso a far dialogare scienza e arte.
Roger Guillemin, Nobel per la medicina nel 1977 per aver scoperto le endorfine, si dedica da alcuni anni all’arte digitale. Egli sostiene che la tecnologia e, in generale, tutte le applicazioni della scienza, sono vicine all’arte perché, come quest’ultima, sono vere e proprie creazioni della mente umana. E il computer è, ancora una volta, il punto d’incontro tra arte e tecnica, perché con esso si possono fare calcoli scientifici, come realizzare opere d’arte.

Ma arte è anche rapporto con il bello. E vi è una affascinante quanto controversa teoria secondo cui la nascita delle scoperte scientifiche sarebbe guidata dalla ricerca del bello. In altre parole, la storia della scienza sarebbe una storia d’immagini che hanno attirato gli scienziati per il loro fascino, la loro bellezza, la loro semplicità e, come conseguenza naturale, la loro veridicità. Secondo questa ipotesi, la sensazione di bellezza che si può provare di fronte ad una teoria può essere tale da rendere possibili quei balzi della mente dall’esperienza sensibile all’intuizione di un’ipotesi scientifica rivoluzionaria, che sono in grado di superare i vincoli coartanti del rigoroso criterio deduttivo.
Certo, il senso artistico, il senso del bello possono aiutare molto la mente intuitiva che oggi molti sono disposti a ritenere il vero motore di ogni grande scoperta scientifica, e la bellezza dell’immagine, intuita nel fenomeno naturale studiato, può essere essa stessa talmente potente da rendere secondaria l’importanza della validazione sperimentale della teoria: Pulchritudo splendor veritatis.
Indubbiamente si tratta di una teoria molto discutibile, che trova le sue origini nelle testimonianze di grandi scienziati che hanno descritto le loro scoperte:

Il fisico matematico Hermann Weyl disse: “Nelle mie ricerche mi sforzai sempre di unire il vero al bello; ma quando dovetti scegliere fra l’uno e l’altro, di solito scelsi il bello” .
Lo stesso Einstein, rispondendo a chi gli chiese cosa avrebbe fatto se l’esperimento non avesse confermato la sua teoria, disse: “Tanto peggio per l’esperimento. Ha ragione la teoria!”
Paul Dirac, dopo aver costruito un’equazione dell’elettrone matematicamente più elegante delle precedenti, che in seguito portò alla teoria dell’antimateria, affermò: “Per le nostre equazioni la bellezza è più importante dell’accordo con gli esperimenti”.
Werner Heisenberg, parlando del momento in cui realizzò l’importanza di una sua scoperta, racconta: “La mia prima impressione fu di sgomento: ebbi l’impressione di osservare, oltre la superficie dei fenomeni atomici, un livello più interno di misteriosa bellezza”.

I detrattori di questa teoria ricordano che, in alcuni casi, le ipotesi dimostratesi vere non erano necessariamente quelle più esteticamente convincenti. Un fatto è certo: la bellezza della natura è un potente stimolo allo studio dei suoi misteri. Diceva il grande matematico Henri Poincaré:

“Lo scienziato non studia la natura perché sia utile farlo. La studia perché ne ricava piacere; e ne ricava piacere perché è bella. Se la natura non fosse bella, non varrebbe la pena di sapere e la vita non sarebbe degna di essere vissuta (…). Intendo riferirmi a quell’intima bellezza che deriva dall’ordine armonioso delle parti e che può essere colta da un’intelligenza pura”.

Pochi dubbi invece vi sono che sia la medicina il territorio in cui arte e scienza si incontrano e generano i risultati migliori. Questo perché la salute è un’entità molto diversa da qualsiasi altra cosa ci circondi e che possa coinvolgere l’attività dell’uomo. La salute non è un prodotto della tecnica, e dunque il medico non è un architetto, un ingegnere o un artigiano. La salute non è ricerca o conoscenza e dunque il medico non è uno studioso nel senso stretto del termine, o un insegnante. La salute non è organizzazione sociale e dunque il medico non è un avvocato, un economista o un politico. La salute non è un’opera d’arte e dunque il medico non è un artista, almeno nel significato corrente che diamo a questo termine. Eppure per riprodurre o per tutelare la salute servono tutte le cose che abbiamo citato: la tecnica, la ricerca, la cultura, l’organizzazione sociale. E il medico deve interessarsi spesso di tutte queste discipline rimanendo sempre altro da ciò, restando un punto d’incontro e sintesi di questi diversi saperi, secondo la definizione che dà del’arte Aristotele.
Infine, a proposito di arte, non possiamo dimenticarci che, ancor oggi, l’unica categoria entro la quale può ricadere l’attività del medico è quella dell’arte, appunto, l’arte medica.
E se, per Aristotele, l’arte medica nasce dall’incontro fra le diverse discipline del sapere empirico di cui essa si compone, il metodo medico consiste nel ricostruire il percorso tra queste discipline. Studiare il metodo somiglia un po’ a quel gioco nel quale si disegnano figure su di un foglio unendo i puntini secondo una data sequenza.
La finalità è una sola: acquisire un’intelligenza complessiva del sapere umano, che permette di interagire saggiamente con il corpo ammalato. L’intelligenza complessiva del sapere è una delle prerogative che caratterizza questo indefinibile mestiere che deve far dialogare la scienza, la tecnica, la cultura, la società. E si fa, per questo, arte, secondo l’idea di Aristotele.
Possedere l’intelligenza complessiva del proprio ruolo è una caratteristica di quei pochi che sono ancora capaci di coltivare campi diversi del sapere umano, e che riescono a sottrarsi alla marea montante dell’analfabetismo culturale, che oggi ci vorrebbe tutti superesperti nel nostro ristrettissimo campo d’interesse e totalmente ignoranti di tutto il resto.
Tornare ad avere l’intelligenza complessiva della scienza, vuol dire tornare considerare l’uomo di scienza e il medico come punti di incontro e di sintesi tra sapere scientifico e sapere umanistico, riuscire a individuare come il proprio campo di conoscenza si colloca nella società e nella storia.

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9 Risposte to “Arte e Scienza”

  1. fagrifoglio Says:

    Buonasera,
    ho riportato il suo post in un 3D del FOL (Finanza On Line) dove stiamo trattando di Arte e Scienza.
    Le metto qui il link, in modo che possa, eventualmente, partecipare direttamente al nostro dibattito. La cosa ovviamente ci farebbe sicuramente molto piacere.

    http://www.finanzaonline.com/forum/investimenti-arte-e-collezionismo/1695618-arte-e-scienza-3.html#post44131803

  2. Franco Chavez Says:

    Buonasera,

    Ho trovato interessantisimo il vostro articolo, sia per la apertura che riesce a concedere ad arte e a scienza, sia per la coniugazione senza forzature che propone. Riguardo ció volevo chiedervi se potevate suggerirmi ulteriore letteratura: é per un lavoro all’universitá in cui volevo proprio dimostrare come sia significativa la inseparabile relazione tra scienza e arte. Vi ringraziero infinitamente.

    Sinceri saluti.

    • paolomaggi Says:

      Grazie mille, beh direi innanzi tutto Chandrasekhar S. (1990), “Verità e bellezza. Le ragioni dell’estetica nella scienza”, Garzanti, Milano, soprattutto pp 25-36 Il ruolo della bellezza nella nascita di una teoria scientifica.

  3. zorbagreco Says:

    Un’articolo interessantissimo; vi pregherei mi consigliaste ulteriore letteratura sul tema scienza e arte. Grazie mille.

    • paolomaggi Says:

      Grazie anche a te, come per Franco ti consiglio Chandrasekhar S. (1990), “Verità e bellezza. Le ragioni dell’estetica nella scienza”, Garzanti, Milano, soprattutto pp 25-36 Il ruolo della bellezza nella nascita di una teoria scientifica


  4. Articolo interessante e utile. Potreste consigliarmi qualche altra lettura inerente al tema e in particolare sul tema arte e medicina
    Preparando una tesina per l ‘esame di stato dal titolo ‘l’arte nella medicina. la medicina nell’arte’

    • paolomaggi Says:

      Grazie mille. Sto leggendo ” LA malattia come metafora nelle letterature dell’occidente ” Liguori editori. Mi sembra interessante. Magari se ne può parlare.


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