Il chirurgo ferito maneggia l’acciaio
Che indaga la parte malata;
Sotto le mani insanguinate sentiamo
L’arte tagliente e pietosa di chi guarisce
E scioglie l’enigma del diagramma della febbre
Thomas S. Eliot

Tutti noi conosciamo il mito di Prometeo, il Titano fedele, che non abbandona Zeus durante la rivolta dei suoi simili, il Titano che assiste alla nascita di Atena dalla testa di suo padre. Prometeo, a dirla con un linguaggio moderno, è un grande esperto di scienza e tecnica: conosce l’architettura, l’astronomia, la matematica, la medicina, la metallurgia e la navigazione. E’stata Pallade Atena a trasmettergli queste preziose conoscenze. Prometeo è amico dell’Uomo e si è dato una precisa missione: quella di farlo uscire dal suo stato di minorità. E’per questo che gli fa dono del fuoco. Grazie al fuoco gli uomini saranno in grado di costruire, di realizzare opere. E’il fuoco che permetterà agli uomini di possedere la technè. E la tecnica darà all’uomo gli strumenti per esplorare il mondo, permettendogli di espandere a velocità esponenziale la sua conoscenza. Meno noto è il fatto che il fuoco è solo il secondo dei due regali di Prometeo agli uomini: Eschilo, nel suo “Prometeo incatenato” ci parla del suo primo dono: l’oblio dell’ora della morte. “Spensi all’uomo la vista della morte”, dice Prometeo, e la Corifea gli chiede: “Che farmaco trovasti a questo male?” La sua risposta è: “Seminai la speranza che non vede”.
Il rapporto tra questi due doni non è affatto casuale. Proviamo per un istante ad immaginare un’umanità costituita da individui consapevoli del momento della loro fine, magari anche consapevoli della fine dell’intera umanità: sarebbe un popolo di larve senza speranza, incapaci di dedicarsi con passione a qualsiasi tipo di attività superiore, paralizzate dal conto alla rovescia che precede la loro scomparsa. Prometeo ha invece donato all’umanità il farmaco della speranza che non vede. L’uomo, per produrre conoscenza, tecnica, arte, ha bisogno di assumere quel farmaco e darsi una prospettiva di immortalità. Può sentirsi immortale semplicemente negando la morte, raccontandosi quelle che Ernest Becker definisce le “preziose bugie” che ci nascondono in ogni momento della nostra vita l’ineluttabile prospettiva della sofferenza e della morte. Oppure può adottare linee difensive più raffinate, provando a scrivere il proprio nome nella storia e renderlo così immortale. L’uomo ha di volta in volta utilizzato diversi surrogati di immortalità: ha sacrificato la sua vita per conquistare un impero, per edificare costruzioni, per scrivere un libro, per costruire una famiglia, per accumulare una fortuna economica, o per affermare un’ideologia.
Ma esiste una categoria di persone che non possono, o non potrebbero permettersi il lusso di ingerire il farmaco della speranza che non vede, perché il loro mestiere è quello di guardare negli occhi la malattia e la morte. La loro storia è antica e affonda anch’essa in una leggenda, quella di un altro essere mitologico, il centauro Chirone. Come Prometeo, anche Chirone somiglia poco ai suoi simili: a differenza degli altri centauri, ignoranti e dediti alla violenza, Chirone era generoso, saggio e grande conoscitore di scienze, in particolare quella medica. Lo stesso Asclepio, il dio della medicina, fu un suo allievo. E scusate se è poco. Chirone fu chiamato a curare Achille che si trovava con una caviglia ustionata a causa dei molti maldestri tentativi, fatti da sua madre Teti, di renderlo immortale. Chirone gliela trapiantò, usando quella di un gigante morto, Damiso (oggi si direbbe che fece un trapianto da cadavere). Il gigante era particolarmente dotato nella corsa, così Achille poté ringraziare Chirone, non solo per avergli guarito il tallone ustionato, ma anche per averlo fatto diventare Achille piè veloce. Lo sfortunato medico Chirone, un giorno fu involontariamente colpito al ginocchio da una freccia avvelenata scagliata dall’amico Eracle, in guerra con gli altri Centauri (già a quei tempi il cosiddetto fuoco amico faceva le sue vittime). La ferita era gravissima e causava a Chirone indicibili sofferenze. Egli certo non poteva guarire, ma nemmeno morire, perché era nato immortale. Chirone desiderava ardentemente la morte, e riuscì ad ottenerla scambiando la sua immortalità con Prometeo, che Zeus aveva degradato al rango di mortale. Il padre degli Dei, al quale il centauro era particolarmente caro, lo volle comunque vicino a sé nel cielo, dando origine alla costellazione del Centauro.
Dunque se l’oblio, la rimozione della morte deve sempre accompagnare la technè, la medicina, senza la prospettiva della morte sarebbe solo sofferenza in eterno. Il medico, al pari di Chirone, è un uomo ferito, un mortale che cura un altro mortale. Spesso è un malato che cura un altro malato. Gli antichi sciamani dicevano che un medico è veramente degno di guarire una malattia solo quando egli stesso ne ha sofferto. E, in più, le sue conoscenze lo dovrebbero portare a non poter bere il farmaco della speranza che non vede. Come Chirone dovrebbe liberarsi dalle mascherature dell’immortalità: egli in realtà sa di dover morire e può capitare anche che si trovi a sapere quando dovrà morire. Il suo ruolo di guaritore malato ci ricorda il mito di Chirone.
Partire dal presupposto della mortalità, rinunciare a bere il farmaco dell’oblio è un viatico ineludibile per poter esercitare l’arte di ridare la salute perduta. Eppure, a ben guardare, la medicina moderna ha ingerito quantità industriali del farmaco sintetizzato da Prometeo, e i danni sono molti e assai visibili. I medici hanno percepito la loro arte come una ennesima branca della tecnologia e questo ha inevitabilmente portato anch’essi a rimuovere la morte.
E’nel XVIII secolo che si sono creati i presupposti per quella confusione di ruoli tra medicina e tecnica, che oggi impera. E’in quell’epoca che, sulla scia della filosofia di Cartesio, che segnava un confine invalicabile tra materia bruta e spirito, tra res extensa e res cogitans, il corpo ha cominciato ad essere nettamente distinto e separato dalla mente. Ma cosa resta del corpo, privato dei suoi rapporti con la mente, se non un sistema di spinte e controspinte, leve, pulegge ed ingranaggi, cioè una macchina, vale a dire un campo di applicazione della technè? Non a caso, forse il medico più famoso del XVIII secolo, (che non brilla per grandi scoperte in campo medico) è Julien Offray de la Mettrie, l’autore della famosa opera scritta nel 1748, L’uomo meccanico Questo è il modello di medicina iatro-meccanica, che tutt’ora noi utilizziamo. Il modello iatro-meccanico è un modello di grande efficacia perché costituisce la base per la diagnosi e la cura di ogni malattia. E’un modello talmente efficace che non viene più percepito neanche come un modello, ma diventa realtà. Addirittura l’idea di corpo come macchina è dilagato dalla medicina all’intera cultura popolare da almeno tre secoli, che l’ha fatto completamente suo. Ad essere obiettivi, certo non si può dire che questo modello non funzioni. Il suo successo è tuttora enorme. La sua applicazione ha portato grandi avanzamenti delle conoscenze mediche ed ha reso la vita più facile agli scienziati, perché ha semplificato di molto l’ approccio alla malattia. E poi perché, semplificando il corpo ad un gioco di cause ed effetti, conoscendo le cause, ci consente di predire gli effetti, spesso con grande precisione. Grazie a questo modello non si muore più di molte malattie di cui si moriva, tanti anni fa. Tuttavia la medicina iatro-meccanica, accanto a tanti pregi, ha un gravissimo limite: ha bandito completamente dal suo mondo il malato e il suo universo mentale.
Ma i successi scientifici non sono la sola ragione della popolarità del modello iatro-meccanico. Questo è anche un sistema di potere. Perché consente di definire con chiarezza i confini dei due regni, quello della scienza, che si occupa di res extensa e quello delle religioni, che avranno dominio assoluto sull’anima. Senza incursioni nel territorio altrui.
In questo processo che porta a tecnologizzare definitivamente il corpo umano, la malattia finisce per non essere più sinonimo di uomo ammalato, ma diventa un’entità esterna all’uomo, dotata di una sua autonomia e concretezza, un demone che si impadronisce del corpo dell’uomo. Di questa operazione di scissione tra malato e malattia si fanno protagonisti quegli stessi grandi medici che edificheranno la medicina moderna. Thomas Sydenham, il padre della medicina inglese, aveva già preparato il terreno nel secolo precedente: nei suoi trattati egli impiega la definizione di entità morbosa, un concetto ancor oggi di grande attualità: ogni entità morbosa è originata dalle medesime cause, ha uno stesso quadro clinico, ha una simile evoluzione, e una stessa terapia.. Dunque, per definire una malattia, un’entità morbosa, bisognava secondo lui eliminare tutti quei sintomi che lui definiva “accidentali”, come il ruolo delle condizioni climatiche, delle abitudini di vita, dei diversi trattamenti medici, persino il temperamento del malato. In altre parole, tutto quello che fa parte dell’individualità umana va cancellato. Se andiamo invece a rileggere i testi medici pregalileiani, troviamo molti riferimenti alle condizioni ambientali nelle quali vive il malato.
Così, progressivamente, diventa la malattia, e non l’uomo, l’unica problematica di cui il medico si deve occupare. Per Rene Laennec poi, la medicina deve partire dal cadavere. E’ nel cadavere, l’uomo privo dell’anima, materia bruta non vivente, che bisogna riconoscere gli elementi essenziali della malattia. Il corpo umano, una volta fuggita da esso la res cogitans, cioè l’anima, è un giocattolo rotto, una macchina che si presta ad essere fatta a pezzi e studiata meglio. Per lavare definitivamente le coscienze dei medici basterà poi usare cadaveri di delinquenti giustiziati che l’anima, anche in vita, non l’hanno mai avuta.
Dopo aver trasformato il corpo in una macchina la medicina moderna ha proseguito in quest’opera di rimozione. E lo ha fatto usando un altro modello vincente: quello delle specializzazioni. Le specializzazioni, e le superspecializzazioni, in cui ciascun esperto non sa niente di quello che accade nella casa del vicino, hanno ulteriormente parcellizzato il corpo umano in una sorta di smembramento funzionale che ha avvicinato sempre più il corpo all’idea di un insieme di pezzi meccanici.
Galilei ha insegnato alla scienza l’uso dei modelli matematici: la matematica è il linguaggio di Dio e, se sappiamo interrogare la natura usando questo linguaggio, avremo le risposte giuste. Questo è vero anche per il corpo umano, ma qui vi è un’insidia in più: si rischia di scambiare i modelli matematici in cui trasformiamo il nostro corpo, nel corpo stesso. Se un numero non rientra nell’intervallo previsto dal modello, siamo dei malati. Se, pur sofferenti, tutti i numeri sono al loro posto,non dobbiamo credere al nostro corpo, ma ai numeri. Nel Politico, Platone ci dice che esiste una misura insita nelle cose stesse e non imposta dall’esterno. Il corpo è sano se adeguato in sé, e non è sempre possibile determinare i valori normali dell’adeguatezza. Un giorno un mio parente mi telefonò disperato da una città del nord Italia perché sentiva di avere la febbre. Nessuno lo prendeva sul serio perché la sua temperatura corporea non superava i 37 gradi centigradi. Inutile contestare che, quando lui stava bene, la sua temperatura non superava i 36 gradi e che, quindi, 37 gradi, per lui erano febbre. Fu grazie all’amicizia con un collega del locale Policlinico che riuscii a farlo ricoverare: era nel pieno di una mononucleosi.
Le medicina che trasforma il corpo in numeri, la medicina normativa, come la medicina della frammentazione, sono il risultato di una progressiva tendenza a tecnologizzare l’arte medica. Intendiamoci: nella mia vita ho consultato con estrema utilità migliaia di lastre di radiografie, TAC e risonanze, ho fatto scorrere di fronte ai miei occhi milioni di numeri, che mi hanno aiutato a decifrare i problemi dei miei pazienti. Ho anche assistito a smembramenti durante autopsie e riesumazioni, che spesso hanno contribuito successivamente a salvare vite umane, Quello che cerco di non fare è confondere i mezzi con il fine, lo scalpello con la statua, il colore ed il pennello con il quadro, la tavola da disegno con il progetto, la tecnologia con la medicina, che è altra cosa. Invece vedo che la medicina ha separato la malattia dal malato, la vita dalla morte. Chirone ha lasciato il posto a Prometeo. Il medico ha un’opportunità unica: quella di poter riflettere innanzi tutto sul proprio corpo, per poi ricostruire questa unità perduta.
Nelle Enneadi, Porfirio inizia la biografia del suo maestro Plotino dicendo: “Il filosofo dell’età nostra aveva l’aspetto di uno che si vergogni di essere in un corpo”. Translitterando, si potrebbe dire che anche i medici dell’età nostra si vergognano di essere in un corpo. Un corpo che non è macchina, un corpo soggetto all’ineluttabile ciclicità di salute-malattia e di vita-morte. Ricostruire queste unità contribuirebbe a dare un volto umano alla medicina.

Bibliografia:
H.G. Gadamer.Dove si nasconde la salute. Raffaello Cortina Editore Milano.

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