Anton-Cechov

Carlo Dossi diceva “Tra medicina e letteratura corse sempre amicizia”. E non c’è dubbio che tra queste due discipline così apparentemente lontane vi sia sempre stata una certa attrazione fatale.

I misteriosi legami tra la medicina e le diverse espressioni dell’arte certo non erano sfuggiti all’attenzione degli antichi greci che consideravano Apollo, a un tempo, dio della medicina e delle arti. Abbiamo discusso in un’occasione precedente dei rapporti tra arte e medicina. Ma focalizzare la nostra attenzione sulla letteratura in particolare mi sembra opportuno, perché nessuna altra branca artistica è così piena di autori e personaggi che sono medici e, per converso, nessuna branca del sapere umano come la medicina ha esercitato un’influenza così profonda sui letterati di professione. Le ragioni di questo intimo connubio, tanto per parafrasare Pascal, sono con tutta probabilità ragioni del cuore, e la ragione non le può comprendere. Forse la miglior definizione di questo rapporto l’ha data Anton Cechov, il più paradigmatico esempio di medico-scrittore: “La Medicina è la mia sposa, ma il vero amore lo faccio con la Letteratura …”. E se la medicina è la sposa, ma la letteratura è l’amante di molti medici, vien da chiedersi cosa ha spinto tanti seri professionisti a cercare l’amore (artistico) altrove. Carlo Cattaneo provò a dare questa spiegazione: “… La scienza della medicina suppone eletti studi e mente acuta; e il suo servizio richiede vita sì rassegnata, sì seria, va congiunta a tanto tedio, a tanta e sì continua ansietà, a sì frequenti disinganni, è così priva di intervalli e di variazioni, che le lettere devono riuscire quasi il solo rifugio e ristoro che il medico, senza essere infedele alla sua vocazione, possa avere per mano …”. Insomma, secondo Cattaneo, che aveva della vita dei medici un’idea piuttosto noiosa, si tratta di una fuga dal tedio, dal sacrificio, dalla sofferenza, dalle delusioni. La sua spiegazione non convince del tutto, perché il più delle volte il medico-scrittore non fugge affatto dal suo mondo. Anzi lo ama molto. Semmai lo vede da un altro angolo visuale. Molto acuta mi sembra invece la descrizione che, ai giorni nostri, dà di questo rapporto il cardiologo Francesco Fiorista. Egli scrive:
“Il medico incontra migliaia di persone, migliaia di ammalati: tutti diversi per età, storia, cultura, condizioni sociali, inclinazioni dell’animo, ecc., e nello stesso tempo tutti uguali di fronte alla malattia e alla morte. E dunque se il medico ha quotidianamente a che fare con l’uomo, e per di più con l’uomo ammalato, dovrebbe particolarmente amare le arti che raccontano dell’uomo: teatro, letteratura, narrativa, cinema, pittura, ecc. Per chi ne fosse capace, quanti spunti narrativi potrebbe offrire una corsia d’Ospedale, tra sofferenza e speranze, coraggio e paure, vita e morte […] E ancora, il medico clinico che dedica il suo tempo e la sua opera alla cura degli altri, è animato da una vera passione per l’uomo, considerato nel suo unicum di anima e corpo, di intelletto e psiche, di emozione e ragione. Egli incontra l’uomo nel momento della debolezza e della fragilità, della solitudine e della paura: la malattia mette a nudo le verità dell’anima ed il medico, a costante contatto con questa verità, può essere capace di condivisione e di amore. E l’unicità di ciascun malato può avvicinare il medico non solo ad una maggiore conoscenza dell’altro uomo, ma anche all’immaginario artistico. Spesso dunque la necessità di scrivere e il bisogno di raccontare nascono dal desiderio di condividere, far conoscere e placare le ferite quotidianamente incontrate […] Medico e scrittore, due figure educate al fato e alla morte, che toccano l’etica più profonda dei valori umani: e a volte le due figure coincidono nella medesima persona, che doppiamente si dona agli altri, appunto il medico-scrittore”.
Dunque medicina e letteratura sarebbero unite dal comune amore per l’uomo e dal desiderio di studiarlo, di conoscerlo a fondo, tanto nel corpo quanto nella mente. Ma vi è probabilmente non solo un fine, ma anche un metodo in comune tra le due arti. Continua sempre Fiorista:
“Cos’è la diagnosi, se non un’intuizione e una ricerca sempre suffragate dal dato reale? Non altrimenti la letteratura, dove ideazione e fantasia artistica si incontrano sia con la realtà, sia con le regole della parola scritta.” (da Ital Heart J Suppl 2004; 5 (1): 44-45). E poi, anche la dedizione di ogni momento della vita alla propria missione, l’essere perennemente “di guardia” unisce le due figure: “Il poeta, come il medico, deve essere reperibile a tutte le ore del giorno e della notte. L’inspiration, c’est ça …” si legge nel breve romanzo The Dreamers di Gilbert Adair.

I rapporti tra medicina e letteratura sono molto antichi. Uno dei primi medici-scrittori di cui siamo a conoscenza è l’evangelista Luca, l’autore del terzo Vangelo e degli Atti degli Apostoli, colui che Paolo, nella Lettera ai Colossesi, chiama “il caro medico”. Il suo Vangelo, scritto in un greco stilisticamente e linguisticamente letterario, con tocco originale e grande padronanza della parola, tradisce una formazione culturale ellenistica di alto livello. La storia di Gesù è narrata come la racconterebbe un medico: storie di persone, con grande attenzione alla loro psicologia. Alcune sue descrizioni sono veri capolavori letterari, come la parabola del Figliol prodigo, considerata una delle più grandi pagine delle letterature di tutti i tempi.
Parlando di medici-scrittori dell’antichità, come non parlare poi del dottor François Rabelais? Il grande autore di Gargantua e Pantagruele, dopo una falsa partenza come frate francescano, capisce che la sua vera vocazione è la medicina. Prende infatti i voti nel 1510, ma abbandona l’abito nel 1528 e, due anni dopo, si iscrive alla facoltà di Medicina, nella prestigiosa università di Montpellier. Nel 1536, Papa Paolo III lo autorizza a scegliere un monastero benedettino nel quale esercitare la medicina senza però praticare operazioni chirurgiche. Tuttavia, dopo la condanna emessa dalla Facoltà di Teologia della Sorbona contro il suo Gargantua e Pantagruel nel 1543, si ritirerà a Metz dove sarà nominato medico della città. Rabelais è un grandissimo scrittore comico, ma la sua è una comicità assolutamente originale, costruita su una osservazione della realtà attenta, acuta e fulminea, per cui “un tratto del suo personaggio, un’inflessione della voce, un tic verbale, diventa rivelatore d’un carattere, o di un tipo, e di tutto un mondo da esso rappresentato” (Gargantua e Pantagruele, M. Bonfantini, prefazione all’edizione Einaudi, 1953). Difficile pensare che a questo suo stile basato sull’attenta osservazione della realtà fosse estraneo il suo mestiere di medico.
Ma la maggior fioritura di figure di medici-scrittori si è avuto dalla seconda metà dell’Ottocento in avanti. E la loro patria è stata soprattutto la Russia. Anton Cechov era devoto alla sua missione ed era un medico instancabile, a stretto contatto con la sofferenza fisica e morale dei contadini della sua terra. Medico condotto nello sperduto villaggio di Babkino, raccontava:
“… per tutta l’estate ho curato alcune centinaia di pazienti e in tutto ho guadagnato un rublo …”. Era convinto che sia il medico che lo scrittore dovessero condividere le sofferenze del popolo, dovessero contribuire a diffondere la comprensione reciproca e lottare contro le volgarità quotidiane, in quella rappresentazione – sempre in bilico sull’incerto crinale tra commedia e tragedia – che è la vita. Le sue opere (La steppa, Il duello, La corsia n. 6, Il gabbiano, Le tre sorelle, Il giardino dei ciliegi) sono il manifesto delle sue idee di medico, di scrittore e di politico.
Bulgakov è stato certamente l’autore che ha più riversato nelle sue pagine letterarie la propria esperienza di medico. A volte i suoi scritti sono veri e propri diari di lavoro, come ne I racconti di un giovane medico, o negli Appunti, dove descrive la sua vita di neolaureato, e la confronta con la vita vera di dottore in un ospedale di campagna, raccontandone i dubbi, le emozioni e le paure, sempre con quel velo di ironia, che è la sua firma letteraria. E a proposito dell’ironia di Bulgakov, non possiamo non ricordare Cuore di cane, gradevolissimo romanzo che ha per protagonista un luminare della medicina, inviso ma rispettato e temuto dai burocrati del regime sovietico, che trapianta i testicoli e la ghiandola pituitaria di un uomo al cane Pallino. L’animale, col passare del tempo, assume caratteristiche sempre più umane, e sempre più simili a quelle di un ottuso e arrogante funzionario di regime. Nel romanzo Uova fatali invece, racconta della fantastica scoperta fatta dal professor Persikov, in un esperimento realizzato, appunto, con delle uova, di un raggio rosso che accelera la crescita degli organismi viventi. Per una sfortunata coincidenza tuttavia, le uova generano mostri giganteschi che devastano i quartieri periferici di Mosca. Ma la macchina della propaganda politica, che coinvolge il professore, stravolge la sua natura. Come dire: i mostri della politica non sono meno orribili di quelli creati dagli errori della scienza. Anche nel romanzo ritenuto il suo capolavoro, Il Maestro e Margherita sono molti gli accenni alla medicina. Certo, nei suoi grandi romanzi, ancora più evidente dell’ispirazione di medico, è la sua critica all’imbecillità e alla violenza dei politici emersi dopo la Rivoluzione di ottobre. E questo costò a Bulgakov la fama immeritata di reazionario.

Passando poi oltre Manica, non ci si può dimenticare dell’inglese Archibald Joseph Cronin, che prima di dedicarsi unicamente alla letteratura e scrivere romanzi come E le stelle stanno a guardare, e La cittadella, esercitò la professione di medico a Glasgow e a Londra. Dalla sua penna è uscito il leggendario personaggio del dottor Andrew Manson che, ancor oggi, rimane nell’immaginario collettivo una delle più carismatiche figure di medico della letteratura di tutti i tempi.
E sempre la stessa isola ha dato i natali al grande Arthur Conan Doyle che, con Le avventure di Sherlock Holmes ci ha regalato non solo un capolavoro letterario assoluto, ma anche un vero e proprio trattato di metodo scientifico che resta ancora oggi, per gli studiosi, un punto di riferimento. La storia del grande investigatore Sherlock Holmes è, infatti, una storia di medici. Ma è anche una storia che ha profondamente influenzato il pensiero scientifico moderno. Il dottor Conan Doyle, laureatosi ad Edimburgo nel 1885, in realtà, non brillò mai particolarmente dal punto di vista professionale: dopo la laurea si imbarcò su una baleniera come medico di bordo e girò per i mari dell’Artide e dell’Africa. Successivamente, tornato in patria, aprì uno studio a Southsea. Ma, per nostra fortuna, aveva pochi pazienti e molto tempo libero. Così, per ingannare le attese, iniziò a scrivere romanzi. Anche il nome di Sherlock Holmes si ispira con tutta probabilità a quello di un medico realmente esistito: Oliver Wendell Holmes, clinico e letterato americano molto noto all’epoca. Medico è anche l’alter ego di Holmes, il dottor John Hamish Watson. Ma il medico che ha avuto il maggior ruolo nella genesi del grande investigatore è stato certamente il professor Joseph Bell, maestro di Conan Doyle ai tempi dell’università. Bell era un medico di eccezionali capacità. Fu un ottimo chirurgo, ma anche un rinomato medico legale. Indagò attivamente sugli omicidi commessi da Jack lo squartatore, il famoso serial killer dell’Inghilterra vittoriana. Il metodo di lavoro del professor Bell era tutto incentrato sul ruolo dell’osservazione. Egli non si limitava a studiare il malato. Ne osservava ogni dettaglio: l’aspetto, le movenze, i vestiti, le scarpe, le macchie sul corpo e sugli indumenti. Sir Arthur Conan Doyle, per costruire il suo Sherlock Holmes ha attinto a piene mani dalla figura del vecchio mastro di medicina.
Un ruolo centrale in questa rassegna spetta allo svedese Axel Munthe, autore del libro autobiografico La storia di San Michele. Allievo di grandi clinici come Charcot e Tillaux, Munthe lavorò a Parigi,in Lapponia e a Napoli dove prestò la sua opera durante l’epidemia di colera dell’estate del 1884. Così egli la ricorda nel romanzo: “Non c’era tempo da perdere, ce n’erano a dozzine in ogni vicoletto, gli ordini erano severi, dovevano tutti essere sepolti entro la notte. Quando l’epidemia si avvicinò al massimo sviluppo, non ebbi più ragione di lagnarmi che la loro agonia fosse così lunga. Ben presto cominciarono a cadere per la strada come fulminati, per essere poi raccolti dalla polizia e trasportati all’ospedale dei colerosi per morirvi qualche ora più tardi”.
Il francese Louis Ferdinand Céline è stato scrittore per tutta la vita e medico per un periodo relativamente breve ma molto intenso. Si laureò nel 1924, ormai quarantenne, con una tesi sul medico ungherese Semmelweis che introdusse l’asepsi nelle pratiche ospedaliere. La sua, più che una tesi di laurea, era un romanzo. Come medico lavorò per la Società delle Nazioni che lo inviò a Ginevra, Liverpool, poi in Africa, negli Stati Uniti, in Canada e a Cuba Durante gli spostamenti spesso faceva anche il medico di bordo. Rientrato in Francia nel 1928, si stabilì a Montmartre dove svolse la professione di medico dei poveri, curando quasi gratuitamente. Nel 1945, finita la seconda guerra mondiale, l’accusa di antisemitismo e collaborazionismo gli valsero l’esilio dalla Francia e la fine della sua professione di medico.
La sua dedizione alla cura dei malati traspare da una sua frase: “Nelle agonie io resto là, fino all’ultimo. Gli altri se la squagliano, prendono un’aria imbarazzata. Io, io resto, sto di picchetto, io li aiuto. E in questi momenti si è utili, quando se no. È per morire che si ha bisogno di qualcuno”. Il suo romanzo più noto, Viaggio al termine della notte, è la storia del suo alter ego, il medico Ferdinand Bardamu, che dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale si imbarca per le colonie, di qui va negli Stati Uniti e poi nuovamente in Francia dove diventa medico dei poveri. Celebre è la frase del romanzo: “La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte”.

Infine dobbiamo ricordare il piccolo manipolo di medici-scrittori italiani, dal torinese Carlo Levi, autore di Cristo si è fermato a Eboli, al vicentino Giulio Bedeschi (Centomila gavette di ghiaccio, Il peso dello zaino), che aveva partecipato, da giovane ufficiale medico, alla tragica ritirata dei soldati italiani dal fronte russo. E ancora lo psichiatra viareggino Mario Tobino, che nei suoi romanzi (Le libere donne di Magliano, Per le antiche scale) narra l’esperienza di primario dell’ospedale psichiatrico di Fregionaia di Maggiano, il pavese Bruno Tacconi il catanese Giuseppe Bonaviri, il comacino Andrea Vitali.
In conclusione di questa rassegna necessariamente concisa, possiamo dare una risposta, se non definitiva, almeno documentata, sul perché di questa fatale attrazione dei medici per la letteratura. Dunque la ragione non è la fuga dalla realtà ipotizzata da Cattaneo, ma l’esatto contrario: l’amore per l’uomo e per la vita, l’insaziabile curiosità che spinge alcuni medici a dedicare l’esistenza al loro studio e alla loro cura e, a un tempo, a farne una fonte di ispirazione per la loro arte.

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