“Nel campo di coloro che cercano la verità non esiste autorità e chiunque tenti di fare il magistrato viene travolto dalle risate degli dei”.

Albert Einstein

Nell’analizzare la fenomenologia di una scoperta scientifica qualcuno ha ipotizzato che le grandi intuizioni si muovano in campi della mente umana che, in realtà, poco hanno a che fare con il classico ragionamento logico scientifico, così come viene comunemente inteso. Lo stesso Einstein, nel parlare della creazione delle ipotesi scientifiche fa spesso ricorso, come abbiamo visto in precedenza, al concetto di “gioco”. Un grande scienziato che ha impostato una critica radicale del classico concetto di pensiero scientifico è stato Jules Henri Poincarè. Così Pirsig descrive la nascita delle sue più grandi teorie matematiche:

“Ogni giorno si metteva a tavolino, ci rimaneva un’ ora o due e provava un gran numero di combinazioni senza giungere a nessun risultato. Poi, una sera, contrariamente alle sue abitudini, bevve del caffè forte e non riuscì a dormire. La testa gli si affollò di idee. Le sentì cozzare l’una contro l’altra, finché non si formarono delle coppie che diedero, per così dire, delle combinazioni stabili. La mattina dopo non ebbe che da scrivere i risultati. Si era verificata un’ondata di cristallizzazione. Egli descrisse anche come una seconda ondata di cristallizzazione, guidata da analogie con le idee matematiche accettate, produsse quelle che in seguito chiamò «funzioni fuchsiane». Partì da Caen, dove abitava, per un’escursione geologica. Il cambiamento gli fece dimenticare la matematica. Stava per salire su un autobus, e mentre metteva il piede sul predellino, gli venne l’idea, senza che i suoi pensieri precedenti gli avessero spianato affatto la strada, che le trasformazioni di cui si era valso per definire le funzioni fuchsiane fossero identiche a quelle della geometria non euclidea. Non la verificò, disse, continuò tranquillamente a conversare, ma sentì una certezza assoluta. Poi verificò con comodo il risultato. Fece un’ulteriore scoperta passeggiando lungo una scogliera in riva al mare. Gli si impose con le stesse caratteristiche di brevità e subitaneità e certezza immediata. Un’altra scoperta importante gli si affacciò alla mente mentre camminava per la strada. C’è chi vede in questo processo l’opera misteriosa del genio, ma Poincarè non poteva contentarsi di una spiegazione così superficiale. Cercò di scandagliare più a fondo la natura di quanto era successo. La matematica, disse, proprio come la scienza, non consiste semplicemente nell’applicare regole. Non si limita a dare il maggior numero possibile di combinazioni secondo determinate leggi fisse: esse sarebbero di gran lunga troppo numerose, inutili ed ingombranti. Il vero lavoro dell’inventore è quello di scegliere, in modo da scartare quelle inutili o addirittura risparmiarsi la noia di ottenerle. I criteri che devono guidare la scelta sono estremamente sottili e delicati. E’ quasi impossibile stabilirli con precisione; più che formularli bisogna sentirli. Poincarè fece poi l’ipotesi che la selezione venisse operata da quello che egli definì l’”io subliminale”…L’ «”io subliminale», disse Poincarè, valuta un numero enorme di possibili soluzioni, ma soltanto quelle interessanti irrompono nel dominio della coscienza”.

Dunque, una vera scoperta, per essere definita tale, è il frutto di una sintesi di dati fenomenologici disparati: essi sono stati ordinati e interconnessi tra loro e le reciproche interazioni sono state racchiuse in una legge: l’uomo di scienza non ha solamente fatto proliferare dai dati altri dati, da ipotesi altre ipotesi: ha chiuso un cerchio. Una tipica situazione del genere si verifica in medicina: spesso il buon medico non è quello che possiede più nozioni, ma quello che sa usare meglio le nozioni in suo possesso.

Quando una scienza non è più in grado di produrre grandi teorie, sforna dati frammentari, destinati ad una breve sopravvivenza: è questo il momento di iniziare a porre in dubbio la qualità del metodo con cui si lavora.

Ma, come Einstein ci ha aiutato a comprendere, una legge naturale è, il più delle volte, un fatto assai complesso, se rapportato alla nostra mente, e noi abbiamo la possibilità di riuscire a comprenderlo solo se siamo in grado di intuire, fra i molteplici, gli elementi fondamentali e racchiuderli in un’approssimazione che definiamo “teoria”. Non ha dunque ragione chi sostiene che, per giungere a questa sintesi la semplice logica può risultare uno strumento rudimentale e del tutto inadeguato? Non è il caso di chiedersi se la mente non abbia altre risorse a cui affidare tale compito? Qual’ è stata la forza delle sintesi scientifiche di Einstein e Poincarè?

Poincarè, definisce “io subliminale” quella capacità soggettiva di trovare una connessione tra una varietà di dati acquisiti e di far scaturire da essi una scoperta scientifica. Tale capacità trova le sue radici al di fuori del pensiero raziocinante che, da solo, potrebbe rivelarsi uno strumento inadeguato per comprendere le ragioni della natura.

E’ suggestivo notare come, con intuito di letterato e filosofo, e non certo di scienziato, Giacomo Leopardi, nello Zibaldone di Pensieri, anticipava questi concetti scrivendo:

” La ragione è nemica di ogni grandezza: la ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola. Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande, quanto più sarà dominato dalla ragione: ché pochi possono essere grandi se non sono dominati dalle illusioni (…). La natura dunque è quella che spinge i grandi uomini alle grandi azioni. Ma la ragione li ritira: e però la ragione è nemica della natura; la natura è grande e la ragione è piccola”.

L’intuizione scientifica può nascere spesso in domini della mente che non appartengono alla razionalità: questo ormai è comunemente accettato e non ci meraviglia più di tanto che le idee di Poincarè trovino spazio nei dibattiti fra esperti di filosofia della scienza, prova ne sia, fra l’altro, che Karl R. Popper, “guru” dell’epistemologia moderna, afferma:

“Al pari dei grandi poeti, la grande scienza e i grandi scienziati sono spesso ispirati da intuizioni non razionali. E lo stesso si può dire dei grandi matematici. Come Poincarè e Hadamard hanno sottolineato, è possibile scoprire una prova matematica attraverso tentativi inconsci, guidati da un’ispirazione di natura decisamente estetica , piuttosto che da un’idea razionale.”

(da “Il mito della cornice”).

Tuttavia, nello stesso tempo, Popper tende a “liquidare” il fenomeno della scoperta scientifica, quasi che il contatto “impuro” con qualcosa che non sia rigidamente schematizzabile gli crei un imbarazzo:

“E’ irrilevante come si arrivi ai risultati, soprattutto se buoni: lo si può fare sognando, bevendo caffè forte, o persino ricorrendo ad una epistemologia sbagliata”.

In realtà non è affatto “irrilevante” come si arrivi ad un risultato. Il problema è invece tutto lì.

Come analizzeremo tra poco, la moderna epistemologia tende ad attribuire molto più peso all’analisi critica del risultato che al risultato stesso: è questa una logica da pedanti che è inevitabilmente destinata a determinare un avvitamento della scienza su sé stessa e a contribuire alla sua crisi ideale.

In realtà, se si accetta il concetto di “io subliminale” di Poincarè, si deve necessariamente giungere anche alle naturali conseguenze di un simile ragionamento e tagliare dunque decisamente i ponti con la logica scientifica tradizionale, da sempre punto di riferimento obbligatorio della scienza ufficiale. In questo modo si configurano scenari del tutto nuovi e rivoluzionari nel campo dell’intero metodo scientifico.

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