“Perché è toccato proprio a me?”. In tutti i tempi, questo angoscioso interrogativo ha attraversato la mente degli uomini colpiti da una malattia, sia essa un male incurabile o un banale seppur tormentoso acciacco. E, in tutti i tempi, quando l’uomo non sa spiegarsi un fenomeno della natura, ricorre a teorie che coinvolgono prodigi, forze sovrannaturali e interventi divini.
    Per gli Egizi era Iside la dea della salute, sebbene Horus, da falco qual’era, proteggeva dai morsi di serpente e Thot, che aveva guarito l’occhio di Horus fatto a pezzi da Seth, si era ben meritato il titolo di protettore della vista. Sekhmet, dea dalla testa di leone e dal carattere irascibile, seminava invece le pestilenza. Ma i più sistematici assertori del ruolo degli dei nelle malattie furono i Romani, sempre affascinati dalla possibilità di avere un dio per ogni occasione…e la medicina, con la sua molteplicità di patologie ben si prestava alla creazione di un piccolo Olimpo sanitario. Così, accanto a divinità che si prendevano genericamente cura un po’ di tutte le malattie, come Salus, Valetudo, Igea, vi erano dei veri specialisti ante litteram: divinità il cui nome ricordava le malattie di cui si occupavano: Angina, Febris, Carna, Pomona, Fessona, Scabies, Paventa, Morbus….Anche gli dei maggiori avevano ovviamente un ruolo in questo Policlinico di divinità: così a Giove era dedicata la testa, a Nettuno il petto, a Plutone la schiena, a Mercurio i piedi e a Venere, ovviamente, gli organi genitali.
    Il dio guarisce, ma il dio fa anche ammalare l’uomo che deve essere punito. La malattia è il marchio che la divinità imprime nel corpo dell’uomo. E questo marchio non potrà essere cancellato da nessun altro uomo, a meno che questi non sia un uomo sacro, un unto dal dio stesso. L’uomo sacro è il sacerdos, a volte è il sovrano, espressione di un’investitura divina. Solo di rado la figura dell’uomo sacro s’identifica nella storia con quella del medico. Narra la leggenda che i re di Francia possedessero il dono di guarire con il tocco della mano la scrofola, la tubercolosi linfoghiandolare che colpisce i linfonodi del collo, soprattutto in età pediatrica. Ma cerchereste invano documenti ufficiali attestanti questa regale prerogativa, anche negli ambienti vicini alla Corte. Essa è rimasta sempre nel limbo del “qui lo dico e qui lo nego”: la censura della medicina ufficiale ha sempre fatto paura, anche ai re.
    La massima espressione dell’intervento della divinità sul corpo umano è, ovviamente, la malattia mentale, l’irruzione del dio nella parte più sacra dell’uomo. Malattia sacra per eccellenza è dunque la follia, stato permanente di alterazione della mente, ma ancor più sacre sono quelle patologie in cui l’irrazionale, il caos, irrompono imprevisti e improvvisi in una mente lucida. Come l’epilessia, una malattia che ancor oggi fa paura. Nei Tre Vangeli si parla di un ragazzo epilettico come di uno “spirito immondo”. Nel Medioevo l’epilessia era un marchio d’infamia e ripugnanza. L’improvvisa brutalità e violenza motoria delle crisi epilettiche giustificarono termini quali morbus astralis, morbus demoniacus, o caducus, a testimoniare la convinzione che un qualcosa di misterioso e ultraterreno causasse quelle terrificanti convulsioni che colpiscono in pieno benessere, come un fulmine a ciel sereno. Da qui la consuetudine dei Romani di sospendere i comizi se uno dei partecipanti fosse colpito da un attacco epilettico (che, per questo ancor oggi è anche detto “male comiziale”).
    Meno drammatica nel suo impatto sull’immaginario collettivo era il Morso della Tarantola. La tarantola è una bestia demoniaca: “tarantola d’abisso, empio serpente” canta la tarantella di Caresana. Il suo morso è l’equivalente della possessione diabolica. Per liberarsi dal male bisogna mimare la bestia che l’ha generato, imitandone i movimenti di danza. Ma si deve essere veloci, sempre più veloci, fino a batterla in velocità. Solo così ci si potrà liberare dal sortilegio. Per guarire, i malati, venivano portati nei santuari dedicati a San Vito, protettore dei danzatori. In realtà sotto il termine di male della Tarantola finivano un coacervo di malattie, dalla corea di Sydenham (assai frequente in era pre-antibiotica perché sequela di un’infezione streptococcica) alle convulsioni della più diversa natura, e soprattutto alle crisi funzionali di origine psichiatrica.
    Un’altra categoria di malattie vista come espressione del marchio divino sul corpo dell’uomo è quella delle malattie infettive. A iniziare dalla lebbra. E’ questa una delle malattie più antiche: ne abbiamo le tracce fin dal 2000 AC. Così, mentre i medici egizi tentavano le prime cure a base di antimonio, la Bibbia definiva “immondi” i lebbrosi e suggeriva di allontanarli dalla comunità. Ma le altre grandi religioni non erano meno crudeli nei confronti di questi malati: tra i precetti di Maometto vi era quello di fuggire i lebbrosi come si fuggirebbe da un leone. Nelle società asiatiche i lebbrosi venivano abbandonati, anche dai loro familiari. Nella Spagna medievale i lebbrosi erano dichiarati legalmente morti e i loro beni erano confiscati. E queste abitudini hanno resistito a lungo: in Norvegia, fino al XX secolo i lebbrosi dovevano portare appesi al collo campanacci affinché tutti fossero avvertiti del loro arrivo. Peraltro, i lebbrosari sono stati attivi fino a tutti gli anni ’40 dello scorso secolo, finche si resero finalmente disponibili i primi antibiotici efficaci.
    Colpisce l’immaginario collettivo la malattia che lascia un segno visibile, un marchio sul corpo, non solo la lebbra, ma anche il vaiolo e il carbonchio. E dalle Americhe venne la sifilide, le cui tracce indelebili sul corpo vennero ritenute il castigo per una vita trascorsa nei peccati e nelle dissolutezze. Così i Francesi la chiamarono “mal napoletano”, i Napoletani “mal francese” e gli Inglesi “mal spagnolo”, finché Girolamo Fracastoro tolse tutti dall’imbarazzo chiamandola sifilide (qualcuno sostiene che questo nome derivi da suis phylis, l’amica dei maiali).
    E se la malattia punisce le colpe di un uomo, vere o presunte che siano, le grandi epidemie sono l’espressione dell’ira divina contro un’intera popolazione. Le prime notizie di una grande pestilenza che, nell’anno 1000 AC, colpì i Filistei ci provengono, ancora una volta, dalla Bibbia. Guarda caso, proprio in quell’epoca i Filistei avevano avuto la malaugurata idea di sottrarre agli Ebrei l’Arca dell’Alleanza. Ovunque i Filistei si recassero nelle loro peregrinazioni di popolo nomade, erano perseguitati da una terribile epidemia portata dai topi. Era facile capire che si trattava della peste bubbonica. La pestilenza ebbe termine solo quando i Filistei resero l’Arca ai Levitici. Con l’omaggio di cinque topi d’oro.
    E sebbene Galeno, già dai tempi dei Romani, insegnasse che le epidemie si contrastano evacuando le zone più densamente abitate, il popolo continuò a invocare san Rocco, san Sebastiano e, in tempi più recenti, san Carlo Borromeo ma, soprattutto a organizzare processioni di flagellanti per espiare così i peccati che avevano attirato su di loro l’epidemia.
    In effetti, la medicina ufficiale, fin dall’antichità, ha sempre storto il naso di fronte a tutto ciò e ha cercato di razionalizzare le malattie, di ipotizzane una dimensione in cui vi fosse lo spazio per un intervento umano. Ha sempre cercato il modo di cambiare il corso dell’evento morboso. Insomma la malattia, per la scienza di tutti i tempi, è sempre stata a misura d’uomo o, meglio, a misura di medico…non fosse altro che per giustificare l’onorario a fine visita. Così il divorzio fra medicina sacra e medicina ufficiale, si consuma già dagli albori della civiltà. Nella Roma antica Plinio definisce la medicina magica come “vana, ridicola e illegale (Nat. XXX1,4). Gli fa eco Cicerone, che sostiene: “Che cosa può avere in comune la medicina, di cui conosco la natura, con le divinità, di cui non sappiamo neppure le origini? (Nat. 2, 26). “Potrebbe un indovino valutare con maggiore discernimento le caratteristiche di una malattia di quanto possa farlo un medico?” (Div 2,5). “Chiamiamo al letto del malato medici e non profeti o gli annunciatori di buona fortuna!” (Div 2,3). A volte devono intervenire le Autorità per opporsi alla medicina magica: Federico II che, come è noto, non era molto tenero, vieta l’esercizio della medicina a chi è sprovvisto di titoli e se, per caso qualcuno viene sorpreso a celebrare sacrifici notturni per scacciare i demoni o ad invocarli per turbare le menti sarà condannato alla flagellazione sulla pubblica piazza
    Il dio che invia punizioni utilizzando la malattia, il dio-morbo, che poi diviene dio-farmaco, è un’ evidente irruzione della morale umana nell’universo della malattia. Si tratta di una strategia assai vantaggiosa per almeno tre buone ragioni: innanzitutto fornisce al popolo una spiegazione indiscutibile delle cause di una malattia (come dubitare di un intervento divino?), poi consente di esorcizzare il male: vedendo un uomo che si ammala e muore ciascuno di noi è sgomento, ma se ci convinciamo che egli si è ammalato per colpa sua, siamo tutti più tranquilli: in fondo, se non ci macchiamo di alcun peccato, perché mai dovremmo ammalarci? Infine la medicina sacra rafforza il potere della dottrina morale e religiosa sulla società, minacciando terribili flagelli su quell’uomo o su quella comunità che si trovi nel peccato.
    Nel XIX secolo però le cose cambiano: la scienza medica comincia a chiarire molte cause di malattie, soprattutto dopo l’avvento della teoria dei germi di Pasteur, e sottrae molti dardi alla faretra dell’angelo della morte. Da quel momento in poi conosciamo i rapporti causa-effetto che sono alla base della maggior parte delle malattie e non abbiamo più bisogno di scomodare un dio per sapere perché ci siamo ammalati.
    Ma se il positivismo scaccia dalla porta principale la colpa come causa di malattia, paradossalmente la fa rientrare dalla finestra: ora non è più il dio a decidere dei peccati e dei castighi degli uomini, e tuttavia malattia e colpa restano un binomio inscindibile, perché grande è il bisogno di esorcizzare la sofferenza e di allontanarla da noi. Ora si tenterà di attribuire alla scienza e alla società i nuovi rapporti tra il malato e la sua colpa: hai avuto l’infarto? Colpa tua, perché sei obeso, e sedentario. Hai il cancro al polmone:? E’perché fumavi. Si arriva persino al paradosso di costruire un rapporto tra cancro e colpa con la teoria delle emozioni represse: il cancro colpisce quella parte del tuo corpo che tendi a reprimere.
    A volte è la figura dello Stato-leviatano che si sostituisce al dio: se ti ammali sei in colpa perché sottrai forza-lavoro e risorse alla società che ti dovrà curare. Ma è probabilmente con l’avvento dell’AIDS, all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso che si costruisce, in tempi moderni, il nesso più forte tra malattia e colpa. Hai avuto l’AIDS? Certamente sei in omosessuale, un drogato o un libertino. Il paziente sieropositivo viene confinato in un ghetto sociale e culturale. E’il morbo inconfessabile per definizione: l’ammissione di malattia è automaticamente ammissione di colpa e accettazione del destino di emarginazione dalla comunità.
    La prevenzione delle malattie è certamente un dovere: la medicina deve insegnare il rispetto delle armonie all’interno del nostro corpo e tra esso e il mondo circostante. E’un dovere insegnare a non fumare, a mangiare in modo sano, a praticare un’attività fisica, ad avere una sessualità responsabile. Ma se la medicina ha il dovere di prevenire la malattia, ha anche il dovere di non giudicare mai il malato. Il clinico sa benissimo che la malattie cardiovascolari non vengono solo a chi fuma o è sovrappeso: lo stesso avanzare dell’età è un potente fattore di rischio per l’infarto. E che per ogni tumore che colpisce un fumatore ve ne sono molti altri che colpiscono persone costrette a respirare aria inquinata, e altri ancora che colpiscono senza un’apparente ragione. E molti pazienti sono stati infettati dal virus dell’HIV senza averne alcuna responsabilità. La malattia è, etimologicamente, sumptoma, un evento fortuito, che può colpirci senza una ragione ricostruibile e senza un preavviso, per quanto questo possa apparirci inquietante.
    In realtà, pochi di noi realizzano che la vera eccezione non è lo stato di malattia ma quello di salute, perché il nostro corpo tende inesorabilmente, con maggiore o minore rapidità, a un destino di consunzione. La medicina ha, da questo punto di vista, un ruolo culturale e filosofico fondamentale. Qualcuno ha detto che la medicina è la madre di tutte le filosofie perché è l’unico campo del pensiero umano che si pone in quella zona grigia fra la vita e la sua fine, fra l’essere e il Nulla. Quest’area grigia è la malattia, punto di snodo nella dialettica fra vita e morte, di fronte alla quale ogni giudizio morale deve rispettosamente tacere.

  1. A.P. Leca. La medicina egizia. Edizioni Essebiemme 2002.
  2. G. Penso. La medicina romana. Edizioni Essebiemme 2002.
  3. G. Penso. La medicina medioevale. Edizioni Essebiemme 2002.
  4. Epilessia. Da L. Bergamini. Manuale di neurologia clinica. Edizioni Cortina 1983.
  5. R.H. Gelber, T.H. Rea. Leprosy. Da: Mandell, Douglas and Bennett’s principles and practice of infectious diseases. Churchill Livingstone. V edizione.
  6. W. Schreiber , F.K. Mathys. Infectio. Edizioni Roche 1987.

G. Cosmacini. La qualità del tuo medico. Per una filosofia della medicina. Laterza 1995

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