Per secoli, le ragioni della scienza e quelle dello spirito si sono contrapposte frontalmente, nella migliore delle ipotesi i due contendenti si sono reciprocamente ignorati. Ma da qualche tempo si respira un’aria nuova: la ricerca scientifica ha cambiato strategia e irrompe sempre più spesso nell’universo della spiritualità. Il suo obiettivo questa volta è ambizioso: ricostruire la struttura  biologica di quell’entità generalmente conosciuta con il nome di “anima”.

Dean Hammer, biologo molecolare dell’ Oxford University National Cancer Institute, nel 2004, pubblica un libro, “The God gene” (“il gene di Dio”) in cui spiega che il livello di spiritualità varia da individuo a individuo in rapporto alla quantità di alcune sostanze chimiche prodotte all’interno del nostro cervello: la dopamina e la serotonina. Sono questi due mediatori ormonali responsabili del senso di unione con l’universo e di tutte quelle sensazioni che caratterizzano l’esperienza spirituale. Il gene che regola la loro produzione, il “gene di Dio”, appunto, è stato battezzato Vmat2. Hammer nel suo libro ci illustra la serie di studi da lui compiuti. Egli ha dapprima misurato con appositi questionari il “tasso di spiritualità” di una serie di volontari. Successivamente è andato a verificare l’attività del gene Vmat2. Secondo lo scienziato, quanto maggiore è l’attività del “gene di Dio” (cioè la produzione di dopamina e serotonina) tanto più intensa è la spiritualità della persona. Hammer ha poi compiuto una serie di studi sui gemelli e ha verificato che il principale determinante della loro spiritualità non è l’ambiente culturale in cui sono vissuti, si sono formati e sono stati educati, ma l’ereditarietà. Secondo lui infatti, mentre i gemelli uguali (monozigotici) possiedono lo stesso “tasso di spiritualità”, i gemelli diversi (dizigotici), in quanto a spiritualità si comportano in modo differente fra di loro, pur essendo vissuti nello stesso ambiente. Secondo Hammer dunque, stimolando in modo opportuno il nostro cervello, si può far sentire ad una persona il profumo di una rosa, anche se la rosa non c’è o fargli provare un’esperienza mistica anche se sta facendo shopping in un centro commerciale di Baltimora.

D’altronde questa visione meccanicistica dell’ esperienza spirituale è condivisa dallo stesso Francis Crick che, insieme a James Watson scoprì la struttura a doppia elica del DNA. Egli, in una delle sue ultime interviste prima di morire, affermò di aver individuato nelle cellule neuronali (le cellule che compongono il sistema nervoso) uno schema coerente della coscienza e, quindi, dell’anima. Insomma,vi è una scuola di scienziati convinta che le esperienze mistiche di San Francesco,  Confucio, Buddha e Maometto sarebbero tutta una questione di ormoni e neurotrasmettitori: più il nostro cervello ne produce, più noi siamo in grado di elevare la nostra mente al di sopra delle logiche della materia bruta.

Ma poi c’è da chiedersi perché quando viene individuato all’interno del nostro cervello la sede di un pensiero superiore, arriva subito qualcuno a dirci di aver “smascherato” l’imbroglio, e a gridare alla vittoria della razionalità sullo spirito? Perché, da diversi secoli, la nostra cultura scientifica si fonda su di una netta scissione tra le ragioni del corpo e quelle dello spirito. E’ la ben nota distinzione cartesiana tra res extensa e res cogitans. Grazie a questo dualismo, scienza e religione si sono potuti spartire i territori di reciproca competenza. Il corpo ai medici, l’anima alla religione. Così è stato stipulato un trattato di non belligeranza, che, a parte qualche scaramuccia di confine, ha retto per secoli. Questo dualismo ha fatto sì che la medicina gestisse il corpo umano secondo il cosiddetto “modello iatro-meccanico”, che lo considera alla stregua di una macchina fatta di leve e ingranaggi, pulegge e contrappesi, spinte e controspinte, in cui ad ogni causa corrisponde un effetto.

Ma cosa avviene se, per caso, res cogitans e res extensa si incontrano? Cosa accade se all’interno degli ingranaggi della macchina-uomo ci si imbatte in qualcosa che, manifestamente, appartiene all’“io pensante”? Accade che salta la logica duale tra corpo e anima: se si dimostra che l’anima si serve di strutture che lo scienziato può osservare, isolare, misurare, vuol dire che l’anima non è più anima: è anch’essa materia. E il dogma è infranto, la “truffa” è scoperta. E’ la materia a farla da padrona. E’dunque vero che, come affermava un certo positivismo agli inizi del’900, “le emozioni sono tutta una questione di chimica”.

Ma stanno proprio così le cose? Se scoprissimo la tecnica con cui nel medioevo si producevano i mattoni avremmo automaticamente anche scoperto i meravigliosi ed ineffabili segreti dei costruttori di cattedrali?

A chiarirci le cose, paradossalmente, potrebbero essere le più sofisticate tecnologie di cui si servono oggi le neuroscienze, come la risonanza magnetica funzionale. Questa tecnica consente di vedere le aree del cervello che sono coinvolte nei vari tipi di attività mentale.

Chi si fosse trovato a passare qualche anno fa per il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università del Wisconsin avrebbe assistito ad una scena a dir poco inconsueta: avrebbe visto monaci buddisti in meditazione all’interno del tubo di un apparecchio di risonanza magnetica funzionale. Nessun problema dal punto di vista morale: l’esperimento era stato autorizzato e incoraggiato nientemeno che dal Dalai Lama in persona. L’ideatore dell’inconsueta indagine era il neuroscienzato Richard Davidson. Studiando i tracciati di questo particolare tipo di risonanza magnetica, Davidson notò che, durante gli esercizi mentali in cui i monaci si concentrano su sentimenti di compassione pura, le regioni del cervello deputate a discernere ciò che è proprio da ciò che è estraneo, sembravano essere addormentate. Insomma sembrava proprio che, in questi esercizio  i monaci avessero abbattuto le barriere mentali che esistono fra il loro mondo e l’universo circostante.

Più interessanti ancora erano poi le differenze tra i monaci anziani e i novizi. Nei primi c’era un’attivazione significativamente maggiore dei percorsi cerebrali legati all’empatia e all’amore. Maggiori erano gli anni di allenamento alla meditazione, maggiori erano le connessioni tra le regioni frontali (molto attive durante le meditazioni di compassione) e le regioni dell’emozione.

Ma probabilmente le differenze più nette emergevano nell’area della corteccia prefrontale sinistra, il sito coinvolto nei sentimenti di felicità. Mentre i monaci anziani erano intenti in esercizi di compassione, l’attività nella regione prefrontale sinistra aumentava enormemente, travolgendo l’attività della regione destra, associata invece a sentimenti negativi. Questi livelli di attività non erano mai stati osservati durante il lavoro mentale di persone “normali”. Dunque anche il pensiero positivo è un’abilità che può essere allenata. Già qualche anno fa, Davidson aveva scoperto che una maggiore attività nella corteccia prefrontale sinistra rispetto a quella destra determinava un maggiore livello di serenità. La cosa più interessante era poi l’osservazione che, le persone allenate a far funzionare maggiormente la corteccia sinistra, tendono a tornare a quel livello di base anche dopo episodi di vita stressanti o dolorosi. In altre parole, riescono più degli altri a superare  le prove difficili della vita.

Insomma, da questi studi si conferma che il cervello funziona per certi versi come un muscolo che, allenato in modo appropriato, può rafforzare progressivamente alcune sue funzioni e persino la sua struttura anatomica. Il grande neurologo e scrittore Oliver Sacks ha di recente pubblicato il libro “Musicophilia: tales of music and the brain” (“Musicofilia: racconti sulla musica e sul cervello”) in cui spiega che il corpo calloso, quella struttura costituita da fibre nervose che collega i due emisferi del cervello, aumenta progressivamente di dimensioni in coloro che hanno molta dimestichezza con la musica, tanto che uno specialista esperto è in genere in grado di riconoscere senza esitazioni con una TAC o una risonanza magnetica, il cervello di un musicista di professione. Il cervello va quindi visto come una struttura plastica, in cui i pensieri possono modificarne le funzioni e la struttura, e non solo viceversa.

Un’altra grande lezione che ci viene da questi studi è che il pensiero emozionale, la visione spirituale del mondo possono essere portati ad un livello di consapevolezza. Possono essere una libera scelta. Inoltre, la parte emozionale del nostro pensiero può essere allenata e utilizzata attivamente per arricchire e migliorare il lavoro del pensiero razionale. E la nostra volontà su questo gioca un ruolo non da poco. Molto superiore a quello dei geni e degli ormoni da loro prodotti. E allora non è vero che siamo dominati da ormoni e neurotrasmettitori, come sostengono alcuni, ma possiamo servirci di essi per valorizzare alcune particolari attività mentali.

E se la ricerca scientifica abbatte i confini fra neurochimica e anima portando a risultati che nessuno si aspettava, la stessa drastica scissione cartesiana fra anima e corpo sembra reggere sempre meno: sempre più  si abbattono i confini tra funzioni biologiche e funzioni che sembravano assolutamente circoscritte alla mente. A questo argomento Antonio Damasio, brillante neurologo di origine portoghese dell’Università dello Iowa, dedica un corposo libro, non a caso intitolato : “L’errore di Cartesio”, dal sottotitolo “Emozione, ragione e cervello umano”.

Ad esempio, è noto da molto tempo che  condizioni di stress o sentimenti negativi come  gelosia e  invidia, determinano nel nostro cervello un calo dei livelli di serotonina che, oltre ad essere, come abbiamo visto, un ormone legato ai sentimenti di spiritualità, ha la capacità più in generale di stabilizzare l’umore, favorire il sonno, il relax e la distensione e determinare sentimenti positivi, tanto da essere identificato in genere come l’ormone della serenità. Per di più, negli stati di stress aumentano pericolosamente i livelli di noradrenalina, Questo accade perché serotonina e noradrenalina si comportano come due bambini sull’altalena: se uno sale, l’altro scende, ma non possono mai essere tutt’e due contemporaneamente in alto. E’ ben noto che la noradrenalina stimola la memoria e l’attenzione, ma anche la carica energetica e l’aggressività, ed aumenta il rischio di malattie cardiovascolari. Ma la sua è un’azione di breve durata, a tipo “mordi e fuggi”. Nello stress cronico un altro ormone prende il posto dell’adrenalina: il cortisolo, un potente cortisone naturale che, alla lunga, può determinare molti problemi. I ricercatori infatti correlano livelli cronicamente elevati di cortisolo con l’insorgenza di diabete,  obesità, osteoporosi ma soprattutto immunodepressione e, ancora una volta, problemi cardiaci. Del resto non è necessario essere monaci buddisti per sperimentare nella vita di tutti i giorni che combattere sentimenti negativi come l’invidia aumenta i livelli degli ormoni del benessere e aiuta a prevenire il rischio cardiovascolare. Quindi, gelosi e invidiosi dei successi altrui: occhio al cuore e al sistema immunitario!

Ma Cartesio non aveva poi tutti i torti. Nelle Passioni dell’anima, egli  sosteneva che siamo diventati umani quando siamo stati capaci di controllare le nostre pulsioni animali grazie al pensiero, alla ragione e alla volontà, e questo è senz’altro vero, e  le nuove tecnologie applicate alla medicina ci consentono di vedere queste interazioni  con i nostri occhi e di scoprire che altre e più ammirevoli interazioni coinvolgono la parte emotiva del nostro cervello. Tuttavia Cartesio era convinto che la mente potesse controllare il corpo attraverso l’intervento di un agente non fisico. L’aver scoperto che, alla base di queste meravigliose potenzialità  esiste un’attività biologica fatta di cellule, ormoni e circuiti neuronali strutturata all’interno del nostro cervello non le rende per nulla meno affascinanti, anzi apre in questo campo nuove e promettenti prospettive.

Bibliografia

Dean H. Hammer, The God gene: How faith is hardwired into our genes. Paperback.

Oliver Sacks . Musicophilia: tales of music and the brain. Random House Audio Assets .

Antonio R. Damasio. L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano. Adelphi Milano.

Sharon Begley. How the brain rewires itself. Time 12/2/2007:48-52.

Sandro Magister. La chimica dell’anima. L’Espresso 11/11/2004: 196-202.

8 Risposte to “L’anima e i suoi ormoni”

  1. luciana caluri Says:

    ho provato un sentimento di appagamento interiore e soddisfacimento fin quasi fisico nel leggere questo ed altri suoi articoli . davvero amerei ascoltarla dal vivo ,per abbandonarmi allo stupore e all ‘ emozione che il gusto della conoscenza offre. faccio parte dell ‘ accademia dell ‘ ussero a pisa , chissa se un giorno , vorrà onorarci della sua presenza compatibilmente ai suoi impegni di ricercatore , di medico ma soprattutto di uomo di grande sensibilità e profonda umanità .

  2. Tiziano Calabrese Says:

    Complimenti! Bellissimo post. Tiziano


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