pediatrician Molte delle parole che noi oggi utilizziamo hanno attraversato millenni di storia. Tranne rare eccezioni, nel tempo, hanno modificato il loro suono e a volte hanno conservato solo una vaga somiglianza con la loro primitiva radice fonetica. Spesso anche il significato che noi diamo loro non è più quello originario, ma è il frutto di una lenta deriva semantica. Un utilissimo esercizio per la mente è quello di liberarci dal significato imposto dalla storia alle parole che oggi usiamo, e di riscoprirne il loro senso archetipo. E’un esercizio antidogmatico, perché spesso i significati delle parole ci rendono schiavi. E, oltretutto, può capitarci di imbatterci in sorprese inaspettate.
C’è una parola molto usata nel linguaggio comune che ha subito più delle altre una profonda metamorfosi nel corso dei secoli: la parola arte. Tutti noi oggi, quando pensiamo all’arte, pensiamo ad un’attività legata strettamente alla sfera creativa ed emozionale della mente umana, che genera forme di espressione estetica attraverso la musica, la pittura, la scultura, o le lettere. Questa parola è molto antica, e deriva dalla radice ar- che in sanscrito significa andare verso, ma anche adattare, fare, produrre. E’una radice che ritroviamo, quasi intatta, nel latino ars, Diversa è la radice della parola greca Τέχνη ma, sia la parola greca che quella latina, avevano il doppio significato di tecnica e di arte. Originariamente, quindi, la parola arte aveva un’accezione pratica: indicava l’abilità in un’attività produttiva, la capacità di costruire oggetti. Non che tutt’oggi l’artista manchi di capacità tecniche per generare i suoi manufatti, ma non vi è dubbio che l’aspetto tecnico della produzione artistica è attualmente considerato del tutto secondario. E dunque, in antico, il concetto di arte era molto più estensivo rispetto ad oggi, e sotto la sua definizione ricadevano molti campi dell’attività umana. Ora di questa idea originaria dell’arte resta assai poco. E se ancor oggi parliamo di artigiani, per carità, guai a confonderli con gli artisti.
Chi ha descritto con grande chiarezza che cosa fosse l’arte nel passato è stato Aristotele. E la sua definizione, nata dall’idea antica di un’attività squisitamente operativa, è tuttora attuale, ancorché ignorata dai più. L’arte, dice Aristotele, è figlia dell’esperienza ed è il punto di incontro fra molte competenze empiriche. Se provassimo ad applicare questa definizione al giorno d’oggi, forse vedremmo molte cose sotto una luce diversa, perché sono molteplici i campi della conoscenza umana che si generano dall’esperienza e collegano fra loro diverse aree di competenza. Questa idea di arte era ancora militante durante il medioevo che, come tutti noi ricordiamo, distingueva le arti in liberali (che includevano non a caso architettura e medicina) e meccaniche. E anche questo nasceva dall’idea di Aristotele, che già allora parlava di una radice comune da cui nasce la scienza e l’arte.
“L’esperienza è per gli uomini solo il punto di partenza da cui derivano scienza ed arte. L’arte nasce quando da una molteplicità di nozioni empiriche venga prodotto un unico giudizio universale che abbracci tutte le cose simili tra loro. Infatti l’esperienza si limita a ritenere che una certa medicina sia adatta a Callia colpito da una certa malattia, o anche a Socrate o a molti altri presi individualmente; ma a giudicare, invece, che una determinata medicina è adatta a tutti costoro considerati come un’unica specie (ossia affetti, ad esempio, da catarro o da bile o da febbre), è compito riservato all’arte.” (1).
E la medicina, secondo la visione aristotelica, allora come ora, è arte per eccellenza. Anche gli anglosassoni ne sono consapevoli e, a dispetto del loro spesso esasperato scientificismo, la definiscono tuttora medical art. Questo perché, è innegabile, gran parte della medicina nasce da un sapere empirico. Ma anche perché l’arte medica nasce tipicamente dall’incontro fra diverse discipline del sapere empirico: la scienza, la tecnica, la cultura, l’organizzazione sociale e politica. E il medico deve interessarsi di tutte queste discipline rimanendo sempre altro da ciò, restando un punto d’incontro e sintesi di questi diversi saperi, secondo la definizione che dà del’arte Aristotele.

Ma se è vero che l’arte è sapere empirico, vi è un grande motore che muove ogni sapere empirico: è la cosiddetta euristica. A stretta definizione di vocabolario l’euristica è un metodo di approccio alla soluzione dei problemi che non segue un chiaro percorso, ma che si affida all’intuito, al fine di generare nuova conoscenza. Una definizione che a me piace particolarmente è: “regole semplici, pratiche, facili da utilizzare che rendono facile la vita”(2). Ma a dispetto dell’apparente semplicità (e, forse, banalità) di questa definizione, l’euristica ha un grande ed occulto potere nell’evoluzione dell’uomo. Infatti, al pari dell’evoluzione, che opera sugli individui di qualsiasi specie, l’euristica lavora di generazione in generazione, con le sue tacite e inspiegabili regole. E’quella che Popper definisce epistemologia evoluzionistica. Ma in questo caso non si tratta di una competizione tra le idee, quanto piuttosto tra uomini e sistemi basati su determinate idee. Un’idea non sopravvive perché ha più successo di un’altra, ma perché l’uomo che l’ha adottata è sopravvissuto. Così come la saggezza che ci è stata trasmessa dai nostri nonni è di molto superiore a quella che si impara nelle scuole per manager. Purtroppo noi ascoltiamo sempre meno i nostri nonni.
Se in tutto questo fin ora non sono stato sufficientemente chiaro (e ciò è assai probabile), facciamo l’esempio più classico di come l’euristica ha lavorato nella storia dell’uomo: i grandi capolavori architettonici dell’antichità. Dalle piramidi alle grandi cattedrali gotiche, agli occhi di noi moderni, queste opere appaiono ancor oggi di fattura perfetta. E spesso ci chiediamo come sia stato possibile realizzarle con nozioni tecniche e matematiche di gran lunga inferiori rispetto alle nostre (peraltro le piramidi sono nate ancor prima che Euclide formulasse le sue teorie). E così, di volta in volta ipotizziamo l’intervento di sapienti e misteriosi maestri giunti da chissà dove e chissà come, di illuminazioni divine o, addirittura di menti extraplanetarie. I fatti, ovviamente, stanno in maniera molto diversa. Gli architetti di allora non si affidavano ad approfondite conoscenze matematiche, ma all’euristica: metodi empirici e ottimi strumenti di lavoro, trasmessi da bocca di maestro a orecchio di maestro, perfezionati e arricchiti di generazione in generazione nel corso di molti secoli, verificati nella pratica, e scartando di volta in volta ciò che portava a fallimento. Secondo lo storico della scienza Guy Beaujouan, prima del 13° secolo, non più di cinque persone in tutta Europa sapevano fare una divisione (3,4). Tuttavia gli architetti erano in grado di prevedere la resistenza dei materiali senza sapere cosa fossero le equazioni. E hanno costruito edifici che sono per la maggior parte ancora in piedi, se non sono stati bombardati da qualche imbecille nei secoli successivi. Potenza dell’euristica. L’architetto francese del 13° secolo Villard de Honnecourt, con il suo Livre de portraiture, una raccolta di disegni corredati da annotazioni, ci tramanda come venivano costruite le cattedrali: una serie di regole empiriche, che saranno successivamente ordinate da Philibert de l’Orme nel ‘500 nei suoi trattati architettonici. Tra questi vi era grande uso della simbologia, come il trucco del triangolo: per visualizzare mentalmente questa figura geometrica si immaginava una testa di cavallo. Era una saggezza figlia dell’ euristica sperimentale e, si sa, gli esperimenti insegnano molto di più delle teorie. Gli stessi architetti romani costruivano con poca matematica e molta euristica, non fosse altro perché la numerazione romana si prestava assai poco alle analisi quantitative. Se guardiamo al De architectura di Vitruvio, scritta 300 anni dopo gli Elementi di Euclide, vi troviamo pochissima geometria formale e, ovviamente, nessuna menzione ad Euclide. Con l’eccezione del teorema di Pitagora, che era citato. Vi è un corpo di conoscenze nella storia dell’uomo che era trasmesso da maestro ad allievo e trasmesso solo in questo modo, graduando opportunamente le conoscenze con un attento processo di selezione.
Forse l’arte che ancor’oggi più si avvale dell’euristica, e si avvicina alla modalità di trasmissione della conoscenza dell’antica architettura, è proprio la medicina. Certamente qui non parlo di ricerca medica a cui si applicano, e devono essere applicati, i più rigorosi criteri scientifici. Parlo di altro. Perché la medicina è anche, e forse soprattutto, molte altre cose. Perché l’arte, nella definizione aristotelica, è sempre molte cose insieme. Parlo di quella parte (sostanziale) della medicina fatta di empatia, sensibilità, intuito, capacità di comunicare. Tutto ciò resta ancora un apprendistato da maestro ad allievo, senza il quale le nozioni teoriche, la scienza medica e la tanto celebrata medicina basata sulle evidenze sarebbero totalmente inutili. E il dramma è che proprio questo aspetto della medicina sembra si stia oggi rapidamente perdendo.

1. Aristotele, Opere, Metafisica, Laterza Bari, 1988
2. Taleb NN. Antifragile: Things That Gain from Disorder. Radom House New York 2012.
3. Beaujouan G. Par raison penombre: l’art du calcule et les savoirs scientifiques medievaux. Variorum Publishing 1991.
4. Beaujouan G. Reflections sur les raports entre theorie et pratiques au moyen age. D. Reidel Pub.Co 1973.

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