Bioetica e tradizioni iniziatiche

Sappi che non potrai possedere questa scienza finché non avrai purificato per Dio la tua mente, cioè finché non avrai estinto dal tuo cuore ogni corruzione”.

(da: Afidio, in Aurora consurgens).

 

 

Quando si inizia a parlare per la prima volta di bioetica nella storia del pensiero  scientifico? Probabilmente con le grandi scuole iniziatiche dell’antichità.

Sono i Pitagorici, gli Esseni, gli Alchimisti ad affermare per la prima volta che il perfezionamento di se stessi era un requisito indispensabile per poter osare accostarsi alla conoscenza dei fenomeni naturali. Peraltro non è affatto una novità che i più grandi scienziati dell’ antichità provenissero assai spesso dall’antica tradizione iniziatica. E gli scienziati dell’antichità, impregnati di magia e di alchimia, ponevano al centro di ogni loro percorso conoscitivo l’individualità. All’individuo e alle sue doti d’intuizione è affidato il compito di studiare l’universo. E’ l’individuo che deve lungamente preparare la sua mente per essere in grado di comprendere gli arcani meccanismi che muovono i fenomeni naturali.

La centralità dell’individuo nel processo di ricerca alchemico fa muovere contemporaneamente lo scienziato antico su un doppio binario, conoscitivo e spirituale. Da un lato esso è rivolto al compimento della “Grande Opera”, la progressiva purificazione della materia fino a giungere alla Pietra Filosofale (ed è stato proprio da questa ricerca che sono nate molte delle conoscenze e delle metodologie operative alla base della chimica moderna), dall’altro alla purificazione dello spirito del ricercatore. L’Alchimista è un uomo virtuoso, perché solo l’uomo virtuoso è degno della rivelazione da parte della natura, dei propri segreti. Ma all’Alchimista non basta essere solo un uomo virtuoso: la sua è una continua ricerca nel profondo della propria anima: l’opera alchemica agisce, in definitiva, come una ricerca in parallelo, tra mondo interiore e mondo fenomenico.

Questa operazione di “ricerca parallela” dunque non è né un puro esercizio di virtù, né il semplice riproporsi di quella figura del “medicus et philosophus”, che tante volte incontriamo nella storia della scienza: le due direttrici del processo conoscitivo sono strettamente interdipendenti. Non può esservi una in assenza dell’altra. Esse possono essere interpretate come due direttrici che danno come risultante una forza nella direzione voluta.

Eccoci dunque al classico motto alchemico “VITRIOL”, che viene tradotto contemporaneamente in due modi:

 

“Visita interiora terrae rectificando invenies occultum lapidem” e

“Visita interiora tuae rectificando invenies occultum lapidem”

(Basilio Valentino, 90 bis)

Cioè “visita le profondità della terra e, purificando, troverai la pietra occulta” e

“visita le profondità de tuo io e, purificandoti, troverai la pietra occulta”.

 

Le due traduzioni sono vere e valide contemporaneamente e consentono la lettura secondo una duplice chiave: di ricerca naturalistica (“Visita interiora terrae rectificando invenies occultum lapidem”), ma anche di ricerca spirituale (“Visita interiora tuae rectificando invenies occultum lapidem” ). In questa luce la pietra filosofale non appare più come una curiosa leggenda, ma come un simulacro, il simbolo di ciò che si cela agli occhi dell’uomo, tanto nella natura quanto all’interno dell’uomo stesso, e non è possibile intraprendere il cammino per giungere alla conoscenza di uno di questi due mondi se non si ricerca nel contempo l’altro. In realtà, questo comporta, come immediata ricaduta, che il processo conoscitivo nel pensiero alchemico è altamente influenzato dal ricercatore: la conoscenza non è un processo oggettivo, ma soggettivo e lo studioso non è semplicemente lo spettatore del fenomeno, più o meno armato di acutezza mentale o di strumenti efficaci, ma è in grado di influenzare il fenomeno, poiché, in qualche maniera, la natura “sceglie” a chi rivelarsi, come ricorda l’antico detto alchemico “Il maestro arriverà quando il discepolo sarà pronto”.

Per le antiche culture iniziatiche dunque, il ricercatore ha la capacità di influenzare l’oggetto dell’osservazione e, quindi, di indurlo a svelarsi.

Le ragioni di tale convinzione affondano nella visione religiosa propria di queste culture: la tradizione iniziatica contrappone ad una religiosità di tipo “mistico” (in cui è il dio che illumina e libera l’uomo), una religiosità di tipo “iniziatico” (in cui è l’uomo che, autonomamente, cerca dentro di sé le chiavi per raggiungere l’illuminazione e, dunque, liberarsi). Continuando la tradizione gnostica, queste culture poggiano dunque il loro credo sulla capacità insita nello spirito dell’uomo di tendere ad una saggezza perfetta, tale da meritarsi la rivelazione divina. Poiché inoltre per le culture iniziatiche il dio, l’uomo e la natura sono tutte parti di un “uno”, la via iniziatica è una potente molla che spinge l’uomo allo studio della natura, poiché per essa, la strada che conduce al dio è la medesima che consente la comprensione dei meccanismi che muovono la natura e il corpo umano.

Questi principi contribuiscono a chiarire perché l’indagine sui fenomeni naturali era sempre, ad un tempo, anche un’indagine interiore, ispirata da una profonda spiritualità. Le culture iniziatiche hanno, così, notevolmente favorito il formarsi al loro interno di grandi scienziati e medici poiché, per loro, compito dell’uomo non è quello di vivere in santità, in attesa dell’illuminazione divina, ma quello di cercare attivamente il dio che è in lui e nella natura circostante.

 

“Al filosofo intelligente Dio permette per mezzo della natura di far apparire tutte le cose nascoste nell’ombra e di togliere da esse l’ombra (…) Tutte queste cose avvengono, e gli occhi dell’uomo comune non le vedono, ma gli occhi dell’intelletto e della forza d’immaginazione le percepiscono come vera, verissima visione.”

(Sendivogius, Novum lumen, in Musaeum hermeticum).

 

E’ l’individuo che, se degno, influenza il comportamento di ciò che osserva, al punto da indurre l’oggetto del suo studio a svelarsi, quasi in un atto d’amore. La scienza moderna è nata dall’Alchimia, in una sorta di “terra di mezzo”, in un’area di contaminazione culturale, animata da uomini come Newton, Boyle, Keplero e Francis Bacon, che avevano i piedi piantati in una cultura magica e la testa rivolta verso l’incipiente rivoluzione scientifica e tecnologica. Nei secoli successivi, la scienza moderna ha poi espulso dai suoi processi conoscitivi la soggettività, di cui la scienza antica si nutriva.

Negli antichi scritti iniziatici non si trovano mai noiosi capitoli in cui si parla dei rapporti tra etica e scienza. Non si leggono mai sermoni moralistici in cui si arriva alla prevedibile conclusione che l’opera degli uomini di scienza deve essere improntata esclusivamente a principi di altruismo e di virtù. A ben guardare, pur con il loro linguaggio ermetico, spesso di difficile comprensione, quelle scritture parlano sempre di metodo e di tecniche della conoscenza. E non deve sorprenderci il fatto che lo scienziato antico faceva dell’etica uno strumento per migliorare la propria tecnica. A differenza di quanto accade oggi, che consideriamo l’ etica uno strumento esterno al metodo scientifico, a cui destiniamo il compito di controllare il suo operato, a cui a volte destiniamo il compito di porre dei limiti ad essa. Ma che certo nessuno considera parte integrante del metodo scientifico.

Secondo la visione della antica scienza, l’arrivista, il disonesto, l’avido, non possono perseguire verità scientifiche. E questo non perché essi siano condannati da qualche maledizione soprannaturale, ma per un limite invalicabile creato da loro stessi: semplicemente perché la verità non è il reale obiettivo della loro ricerca. La ricerca è un obiettivo puro, arduo da perseguire e il premio, se pure arriva, arriva a chi dirige tutti i suoi sforzi su di essa. In realtà la ricerca è spesso usata per altri fini e molti sono gli idola che condizionano pesantemente l’operato dei ricercatori. L’uomo di scienza ha solo due possibilità: o vola alto, superando questi idola, oppure non vola affatto.

L’ etica nella tradizione iniziatica, dunque, si distanzia nettamente dall’etica che nasce nell’ambito delle religioni positive. Non è l’uomo di chiesa che guida le scelte dell’uomo di scienza. Per la tradizione iniziatica l’etica non è separata dal metodo di ricerca, non è la sua guida. L’etica è essa stessa parte del metodo di ricerca.

Chi oggi, nel terzo millennio, nell’era della civiltà tecnologica, in una società che si fonda sul progresso scientifico, intende assumersi la responsabilità di porsi in continuità culturale e spirituale con le tradizioni iniziatiche del passato non può ignorare questo grande e impegnativo lascito: il perfezionamento di sé stessi deve accompagnare costantemente il lavoro dell’uomo di scienza.

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2 Risposte to “le lezioni dell’antichità: bioetica e tradizioni iniziatiche”

  1. tool Says:

    La ringrazio per Blog intiresny

    • paolomaggi Says:

      Mi sembra un commento molto centrato, per ciò Ti ringrazio. Daltronde, avendo i miei dialoghi come argomento la filosofia della medicina (che è filosofia della scienza), nel momento in cui entro inevitabilmente in tematiche più ampie, come quelle etiche o sociali, sono condannato all’incompletezza. Grazie al meccanismo del blog e di commenti come il Tuo, l’argomento si affronta in modo più esaustivo. Grazie ancora.


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