La sensazione che si ricava riflettendo su quanto abbiamo detto nelle pagine precedenti è che, se lo scienziato tornasse ad occuparsi di sé stesso, della sua cultura, ad interrogarsi quotidianamente sulle sue modalità di approccio ai fenomeni, forse la sua produzione ne trarrebbe tangibili vantaggi perché, in definitiva, resta sempre l’uomo al centro del processo conoscitivo, esattamente come al tempo dei filosofi di Mileto o della scuola pitagorica, ed è forse grazie a questa attenzione al metodo che gli antichi scienziati, nella più assoluta carenza di mezzi, erano in grado di giungere a risultati che ancor oggi ci paiono strabilianti, come ci ricorda Karl Popper.

“…Parmenide sostenne audacemente che la terra, la luna ed il sole erano sfere, che la luna girava intorno alla terra, per quanto cercasse sempre ansiosamente i raggi del sole, e che ciò poteva essere spiegato assumendo che essa ne prendesse a prestito la luce; poco dopo Parmenide, la scuola di Platone propose l’ipotesi secondo cui la terra ruota su sé stessa e gira attorno al sole. Ma tali ultime ipotesi, dovute soprattutto ad Aristarco, sembra siano apparse troppo ardite, e furono presto dimenticate”.

(da: “Il mito della cornice”).

In effetti si ritiene comunemente che la scienza moderna sia nata non prima del XVII secolo, nell’età dei Lumi. Credo che questa sia un’idea alquanto errata, poiché confonde la nascita con lo sviluppo: se dall’illuminismo in poi la scienza ha avuto il suo massimo impulso, è pur vero che è stato il medioevo a porre le basi del pensiero scientifico, mutuando e rielaborando esperienze ancora più antiche come quella greca o egizia. Questa paternità, nell’ambito di una generale sottovalutazione dell’età medievale, è stata da sempre negata, ma si comprenderebbero molto meglio gli attuali problemi di metodo della scienza se si tornasse a studiare lo sviluppo del suo pensiero a partire perlomeno da allora.

“L’evo moderno è figlio del Medioevo e non rinnega i suoi genitori” (da: “Psicologia e alchimia” di C. G. Jung).

E’ probabilmente giunto il momento di tornare a porsi quell’interrogativo centrale che a tratti è emerso nella storia del pensiero scientifico,  soprattutto nelle età più antiche: è possibile potenziare le capacità conoscitive dello scienziato, perfezionando la sua mente, piuttosto che i suoi strumenti scientifici?

I Pitagorici erano profondamente convinti delle potenzialità nascoste dell’intelletto: essi infatti sono stati i primi a propugnare l’esistenza di una capacità superiore della mente umana che trascende i semplici limiti della razionalità. Ed hanno identificato questo potere con un simbolo ripreso più tardi da un’altra scuola iniziatica laica, quella degli Esseni. Tale simbolo era una stella a cinque punte con vertice in alto, a cui diedero il nome di Pentalfa, o Stella fiammeggiante. Al suo interno, idealmente, essi immaginavano inscritto un corpo umano con arti superiori ed inferiori abdotti. Le cinque punte della stella indicano i cinque sensi dell’uomo, ma tutta la stella simboleggia una luce immanente, un’energia che la mente umana è in grado di irradiare, una potenza che va ben al di là della semplice sommatoria delle capacità dei suoi sensi.

Gli Esseni erano una setta ebraica, sorta forse nel II secolo a.C.  Essi sono ormai noti al grande pubblico per la vicenda dei rotoli di Qumran e per i supposti rapporti con la figura del Cristo. Meno noto è il fatto che questa setta religiosa ebraica richiedeva, nella formazione dei suoi adepti, oltre ad una rigida scuola religiosa, anche la conoscenza di piante medicinali e minerali e dei loro effetti sul corpo umano. Come ricorda infatti Shurè, il loro nome proveniva dalla parola siriaca “asaya”: medici o terapeuti. Infatti il loro ministero, per quella parte che era conosciuta dal pubblico, consisteva nel guarire malattie fisiche o morali.

In questo caso, come in quello dei Pitagorici ed in altri che andremo successivamente ad esaminare,  ci troviamo di fronte ad una commistione di religiosità, magia e scienza in cui è opportuno cercare di far chiarezza il più possibile. La dottrina degli Esseni è squisitamente religiosa, ciò nonostante essa coltiva al tempo stesso principi di medicina. Come si conciliano questi due aspetti così apparentemente lontani se non contrastanti? Il segreto sta nel fatto che la visione religiosa essenica considerava corpo ed anima come un’unità inscindibile, a differenza di molte altre religioni che tendevano (e tendono) a vederli in antitesi fra loro. E’ opinione comune di questa ed altre dottrine mistiche che il corpo dell’uomo sia il prodotto del lavoro incessante dell’anima, che agisce su di esso in analogia con la divinità, che agisce sulla materia che compone l’universo.

La dottrina essenica dunque, come le altre dottrine mediche basate su filosofie iniziatiche, ritiene di poter guarire il corpo lavorando essenzialmente sull’anima. Ma il corpo è il tempio dell’anima e deve essere curato, se soffre, con ogni mezzo, religioso o farmacologico.

Questo può essere un concetto assai difficile da comprendere, visto con gli occhi della nostra cultura. Se corpo ed anima sono un tutt’uno, è atto medico somministrare una sostanza farmacologicamente attiva, ma lo è ancora di più ordinare l’evangelico “Alzati e cammina”. Infatti, per queste antiche filosofie, la guarigione dell’anima è il presupposto per la guarigione delle principali malattie del corpo.

Ma accanto a questo aspetto della dottrina iniziatica che postula l’unità di corpo e anima,  ve n’è un altro non meno importante che giustifica una specifica attenzione verso le discipline mediche e naturalistiche:  la divinità è vista come una sorta di grande “medico” dell’universo che, come dicevamo prima, agisce incessantemente sulla materia naturale. Per quella sorta di “religiosità del fare” tipicamente iniziatica, si riteneva che l’uomo degno di comunicare con la divinità è colui che, nel suo microcosmo, agisce analogamente, facendosi modellatore e riordinatore del mondo che lo circonda, dunque anche del corpo umano, se ammalato.

Certamente, alla luce delle nostre attuali conoscenze scientifiche, un simile approccio alla malattia, appare oggi inaccettabile. Tuttavia, non per questo dobbiamo credere che, rispetto ai loro tempi, queste teorie fossero poco dignitose o poco “scientifiche”. Ogni dottrina medica si è basata su precise teorie che giustificavano l’approccio terapeutico. Pensiamo, per esempio, alla successiva, ben più complessa teoria degli umori, di Avicenna, su cui ritorneremo.

Come suggerisce Popper, le teorie si succedono le une alle altre in una catena virtualmente infinita, con approcci progressivamente più perfezionati e conseguenti  interventi (terapeutici, se si tratta di teorie mediche) progressivamente più appropriati. Dunque è fin troppo ovvio che una terapia moderna risulti più efficace di quella prescritta da un sacerdote esseno. E tuttavia, sappiamo bene che nell’antichità si cercava di rimediare alla scarsità di conoscenze scientifiche con strumenti intellettuali, oggi quasi del tutto obsoleti.

Riprendiamo il simbolo del pentalfa, che ritroviamo nella tradizione essenica come eredità della scuola di Pitagora. L’approccio ai fenomeni naturali insegnato da queste scuole è interamente basato sulla capacità di percepire gli eventi oltre i dati sensoriali. Possiamo quindi facilmente immaginarci il terapeuta esseno come una persona di grande sensibilità, intento a creare con l’uomo ammalato un rapporto interpersonale di una intensità del tutto speciale, visto che l’obiettivo è il colloquio con un’anima.

Successivamente spetterà all’Alchimia valorizzare al massimo grado l’importanza della ricerca spirituale nella cultura dell’uomo di scienza.

La storia del pensiero alchemico è estremamente complessa per essere riassunta in questa sede, sia perché copre un arco storico assai lungo, sia perché è ricca di sfaccettature, ma anche di aspetti controversi o francamente contraddittori. L’iconografia popolare ci descrive gli alchimisti come personaggi eccentrici, impegnati nella vana ricerca della Pietra filosofale: in effetti, della loro multiforme cultura resta, nell’immaginario collettivo, essenzialmente il tentativo posto in opera da alcuni di essi di giungere alla fabbricazione dell’oro. Sebbene definire in modo sommario il movimento alchemico come un gruppo di cercatori di oro sia riduttivo e scorretto, certamente non è del tutto falso poiché le loro teorie sulla natura si basavano sul principio aristotelico della divisione in quattro elementi naturali primari: terra, acqua, aria e fuoco e sulla loro capacità di transmutarsi l’uno nell’altro. In effetti, fino al XVIII secolo, in piena fase di passaggio dall’alchimia alla chimica, era ancora diffusa la convinzione che gli elementi in natura potessero transmutarsi.

In realtà gli Alchimisti hanno lasciato profondi segni del loro passaggio nella storia della scienza. E’ innegabile che essi abbiano posto le basi della medicina, della farmacia e della chimica moderna.

“…da quei laboratori uscivano di tanto in tanto utili scoperte, sia pur accessorie. Come precorritrice della chimica, l’alchimia ebbe una ragion d’essere sufficiente. Quindi, se anche fosse consistita in una serie infinita di esperimenti chimici, sia pure assurdi e infruttuosi, ciò non dovrebbe destare maggior stupore degli avventurosi tentativi compiuti dalla medicina e dalla farmacologia medievale.”

(da: Psicologia  e alchimia, di C.G. Jung).

E’ stupefacente scorrere l’elenco delle scoperte e delle invenzioni degli alchimisti, soprattutto se consideriamo che esse sono state fatte, con mezzi tecnici quasi inesistenti e conoscenze di base scarsissime. Eppure le intuizioni degli antichi scienziati sono state alla base della rivoluzione scientifica iniziata alla fine del XVII secolo.

Se analizziamo, ad esempio, le conoscenze dei medici dell’antichità scopriamo, non senza un certo stupore, che essi avevano nozioni assai precise di medicina preventiva ed igiene (pensiamo alla scuola medica, salernitana, ad Avicenna, ai medici levitici…). Inoltre conoscevano una varietà di metodiche: sapevano filtrare, far decotti, torchiare, preparare pillole e polveri, conoscevano l’uso degli eccipienti (gli egizi usavano vino di palma, miele, birra). In Oriente, ben prima di Jenner, conoscevano l’uso dei vaccini. Se analizziamo i principi attivi che maneggiavano, scopriamo che conoscevano i derivati della china, della belladonna, le xantine metilate, gli oppiacei, la canfora, il ricino, la valeriana, l’antimonio, il laudano, la canapa indiana, la camomilla, la cicuta, il giusquiamo, il rabarbaro, il chenopodium, la senape, il ginepro, la birra, l’incenso, la scilla, la menta piperita, il bitume di giudea, i chiodi di garofano. Inoltre, nel medioevo Alberto Magno scopriva la lisciva di potassio e descriveva il cinabro, la biacca e il minio, Raimondo Lullo scopriva il bicarbonato di potassio, Johann Rudolf Glauber il solfato di sodio, Blaise Vignere l’acido benzoico, Giovanbattista della Porta il monossido di stagno, Basilio Valentino l’acido solforico e l’acido cloridrico, Johannes Baptista Van Helmont i gas, Brandt il fosforo. Si deve inoltre ad una donna, Maria l’ebrea, la scoperta del “bagno-maria”. Particolarmente feconda è poi l’opera di  Paracelso, che scopre lo zinco e introduce in medicina l’uso dei composti chimici: utilizza l’ossido di ferro, nei sanguinamenti di superficie, i sali mercuriali per le lesioni cutanee della lue, l’acetato di piombo detto anche acqua vegeto-minerale come astringente topico e antiflogistico, il potassio azotato come diuretico, lo stagno come antielmintico, lo zolfo come antipiretico. E questo elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

In campo chirurgico ricorderò, fra le altre, solo due tecniche note da epoche antichissime: la trapanazione del cranio, che sicuramente ha salvato molte vite di pazienti con processi espansivi intracranici post-traumatici e la lussazione del cristallino nella cataratta.

Certo, la scienza nell’antichità non era tutto oro: le nozioni che abbiamo appena ricordato convivevano con un’enorme quantità di strampalatezze, basti ricordare il principio dell’unguentum armarum, per cui si curavano le ferite medicando l’arma che le aveva determinate, o quell’incredibile guazzabuglio delle più diverse sostanze che era la triaca o, ancora la medicina fecale. E tuttavia, a guardarla da vicino, la scienza dell’antichità e del medioevo ci appaiono ben diverse da come siamo generalmente abituati a considerarla, essendo tutt’altro che il parto di un’epoca oscura. Basta del resto leggere qualcosa di quanto gli antichi medici e scienziati scrivevano nel medioevo per rendersi conto di quale ricchezza d’idee, di quanto fermento di ricerca e di cultura vi fosse in quell’epoca. E’ il momento di smettere di confondere le cause con gli effetti: l’esplosione dei conoscenze dall’età dei lumi in poi è l’effetto noto di una causa nascosta che ha lavorato nel buio per secoli e che ha raggiunto il culmine nel medioevo.

La tradizione alchemica ha avuto inoltre una profonda influenza sulle origini del metodo sperimentale moderno. Infatti tutti i grandi uomini di scienza che hanno animato la cosiddetta Rivoluzione Scientifica a cavallo fra il XVII e il XVIII secolo avevano abbandonato quel tipo di studio della natura che veniva insegnato nelle università, noto come “filosofia naturale” e avevano adottato un approccio empirico più vicino alla tradizione magico-alchemica. La filosofia naturale era una dottrina dogmatica che non si basava sulla sperimentazione, ma sull’autorità della tradizione e sul principio di autorità. Essa non  accettava che i fenomeni naturali dovessero essere esplorati in modo pragmatico e non riconosceva il metodo sperimentale come una strada pienamente valida per raggiungere la conoscenza  della realtà. I maestri della rivoluzione scientifica, tuttavia, giocando a fare i maghi, adottarono e svilupparono il metodo sperimentale rendendolo uno dei più efficaci strumenti di investigazione della natura.

Diceva Paracelso a questo proposito con il suo colorito linguaggio:

“I miei scritti non sono come quelli degli altri medici, compilati sulle tracce di Ippocrate e Galeno, con incessante lavoro li ho creati basandomi sulla esperienza che è maestra e suprema signora di tutte le cose…io non cito verbalmente le autorità mediche ma faccio appello alla sperimentazione e alla ragione…Io sono me stesso, Monarca Medicorum, e le fibbie delle mie scarpe hanno più scienza di Galeno e di Avicenna”.

Infine, un contributo assai meno noto ma non certo trascurabile gli Alchimisti lo hanno dato nel campo del pensiero: essi sono stati i propugnatori di un metodo di approccio alla fenomenologia che è scomparso dalla ribalta della cultura ufficiale insieme a loro. Il processo di ricerca alchemico si svolge infatti su un doppio binario, conoscitivo e spirituale. Da un lato esso è rivolto al compimento della “Grande Opera”, la progressiva purificazione della materia fino a giungere alla Pietra Filosofale (ed è stato proprio da questa ricerca – come dicevamo – che sono nate molte delle conoscenze e delle metodologie operative alla base della chimica moderna), dall’altro alla purificazione dello spirito del ricercatore. L’alchimista è un uomo virtuoso, perché solo l’uomo virtuoso è degno della rivelazione da parte della natura, dei propri segreti.  Ma all’Alchimista non basta essere solo un uomo virtuoso: la sua è una continua ricerca nel profondo della propria anima:  l’opera alchemica agisce, in definitiva, come una ricerca in parallelo, tra mondo interiore e mondo fenomenico.

Questa operazione di “ricerca parallela” dunque non è né un puro esercizio di virtù, né il mero riproporsi della figura del “medicus et philosophus”, tante volte ricorrente nella storia della scienza: le due direttrici del processo conoscitivo sono strettamente interdipendenti, non può esservi una in assenza dell’altra. Esse possono essere interpretate come due direttrici che danno come risultante una forza nella direzione voluta. Ecco dunque come il classico motto alchemico

“Visita interiora terrae rectificando inveniens occultum lapidem” (Basilio Valentino, 90 bis)

deve essere letto secondo una duplice chiave: di ricerca naturalistica, ma anche di ricerca spirituale. In questa luce la pietra filosofale non appare più come una curiosa leggenda, ma come un simulacro, il simbolo  di ciò che si cela agli occhi dell’uomo, tanto nella natura quanto all’interno dell’uomo stesso, e non è possibile intraprendere il cammino per giungere alla conoscenza di uno di questi due mondi  se non si ricerca nel contempo l’altro.

“E’ quanto fanno gli Alchimisti: dimostrano che, ogniqualvolta cerchiamo di essere migliori di quello che siamo, anche tutto quanto ci circonda diventa migliore”

Da:  “L’Alchimista” di Paulo Coelho.

In realtà, questo comporta, come immediata ricaduta, che il processo conoscitivo nel pensiero alchemico è altamente influenzato dal ricercatore: la conoscenza non è un processo oggettivo, ma soggettivo e lo studioso non è un mero spettatore del fenomeno, più o meno armato di acutezza mentale o di strumenti efficaci, ma è in grado di influenzare il fenomeno, poiché, in qualche maniera, la natura “sceglie” a chi rivelarsi, come ricorda l’antico detto alchemico “Il maestro arriverà quando il discepolo sarà pronto” .

La capacità del soggetto di influenzare l’oggetto dell’osservazione e, quindi, di indurlo a svelarsi, fa parte della tradizione di una serie di scuole iniziatiche. Come per la tradizione “medica” degli Esseni, anche in questo caso le ragioni di tale convinzione affondano nella visione religiosa propria di queste culture. La tradizione iniziatica contrappone ad una religiosità di tipo “mistico” (in cui è il dio che illumina e libera l’uomo), una religiosità di tipo “iniziatico” (in cui è l’uomo che, autonomamente, scopre dentro di sé le chiavi per raggiungere l’illuminazione e, dunque, liberarsi). Continuando la tradizione gnostica, queste culture poggiano dunque il loro credo sulla capacità insita nello spirito dell’uomo di tendere ad una saggezza perfetta, tale da meritarsi la rivelazione divina.  Poiché inoltre per la cultura gnostica il dio, l’uomo e la natura sono tutte parti di un “uno”, la via iniziatica è una potente molla che spinge l’uomo allo studio della natura, poiché per essa, la strada che conduce al dio è la medesima che consente la comprensione dei meccanismi che muovono la natura e il corpo umano.

Questi principi contribuiscono a chiarire perché l’indagine sui fenomeni naturali era sempre, ad un tempo, anche un’indagine interiore, ispirata da una profonda religiosità. Le culture iniziatiche hanno, così, notevolmente favorito il formarsi al loro interno di grandi scienziati e medici, poiché per loro compito dell’uomo non è quello di vivere in santità, in attesa dell’illuminazione divina, ma quello di cercare attivamente il dio che è in lui e nella natura circostante.

“Al filosofo intelligente Dio permette per mezzo della natura di far apparire tutte le cose nascoste nell’ombra e di togliere da esse l’ombra (…) Tutte queste cose avvengono , e gli occhi dell’uomo comune non le vedono, ma gli occhi dell’intelletto e della forza d’immaginazione le percepiscono come vera, verissima visione.”

(Sendivogius, Novum lumen, in Musaeum hermeticum).

Questo muoversi parallelo dell’alchimista fra spiritualità e alambicchi, cioè fra scienza e filosofia, non durò però a lungo, tra il XVII e il XVIII secolo, le due figure si separarono, determinando l’inarrestabile disgregazione della cultura alchemica e la sua caduta in disgrazia, cosa di cui più avanti ci occuperemo. Così Carl Gustav Jung descrive il declino degli alchimisti:

“Nel corso del diciottesimo secolo l’alchimia è andata lentamente declinando per colpa della propria oscurità. Il suo metodo di spiegazione: “Obscurum per obscurius, ignotum per ignotius” era difficilmente compatibile con lo spirito dell’illuminismo, e particolarmente con la scientificità della chimica che verso la fine del secolo si andava perfezionando. Queste due nuove forze intellettuali non fecero altro che darle il colpo di grazia. La disgregazione interna dell’alchimia era cominciata un buon secolo prima, all’epoca di Jakob Böhme, quando molti alchimisti avevano abbandonato alambicchi e crogioli per dedicarsi esclusivamente alla filosofia (ermetica). Allora il “chimico” si separò dal “filosofo ermetico”. La chimica divenne una scienza naturale. La filosofia ermetica abbandonò le sue basi empiriche e si smarrì in allegorie e speculazioni pletoriche e prive di contenuto che sopravvissero esclusivamente grazie al ricordo di tempi migliori”.

(da: “Psicologia e alchimia” di C. G. Jung).

C’è chi poi ha sostenuto, come Julius Evola, che la vera Alchimia era, in realtà, solo filosofia ermetica. Egli infatti considera l’alchimia come una dottrina puramente spirituale e confina il suo aspetto scientifico ad una sorta di “copertura” simbolica, senza alcun valore reale. Che l’Alchimia avesse alla base un profondo fondamento spirituale è fuori di ogni ragionevole dubbio. Ma Evola, che pure ha il merito di essere un grande studioso dell’Alchimia ed un prezioso divulgatore, sembra ignorare che grandi uomini di scienza, da Paracelso a Bacone e Newton erano impregnati di alchimia. La realtà è che la visione alchemica è stata una delle grandi cosmogonie della cultura antica, una chiave interpretativa, ad un tempo, della natura, dell’uomo e della trascendenza. Ed il suo pregio universale è stato quello di costituire un potente stimolo alla creatività scientifica e allo spirito di indagine.

Un ultimo aspetto del pensiero alchemico che è opportuno richiamare in questa sede è la concezione delle capacità conoscitive dell’uomo, che gli alchimisti riprendono dalle precedenti eredità delle scuole iniziatiche: anch’essi sono convinti che la razionalità non sia lo strumento conoscitivo più efficace, anch’essi sono convinti che la mente umana possieda una potenza superiore. Fede in un potere sovrannaturale? O più semplicemente capacità di utilizzare la propria mente in tutte le sue potenzialità, di valorizzare al massimo grado il proprio “io subliminale”? Le interpretazioni sono state molteplici e, da questa oggettiva ambiguità interpretativa, sono nati i diversi e contrastanti giudizi sull’Alchimia. Un’interpretazione in chiave scientifica è stata fornita da Archibald Cockren, storico e moderno continuatore del pensiero alchemico, che vede in questo principio l’espressione di un diverso approccio alla conoscenza:

“Una scienza, per essere tale, deve essere capace di manifestarsi su ogni piano della coscienza; in altre parole, deve essere in grado di dimostrare l’assioma “come in alto, così in basso”. L’alchimia può affrontare questa prova, perché si tratta di una scienza che si manifesta nella vita, in tutte le sue molteplici forme, nelle dimensioni spirituali, fisiche e psichiche”.

(Archibald Cockren, Alchemy discovered and restored).

Secondo questa interpretazione, fine della scuola alchemica non è quello di trascendere la realtà, ma di comprenderne gli aspetti più reconditi. Non dunque di allontanarsi dal dato fenomenologico, ma di comprenderlo più a fondo, espandendo le proprie capacità cognitive.

Ma la cultura ufficiale non dà molti spazi a queste concezioni: per essa l’arma più potente della mente umana è la ragione, intesa nella concezione aristotelica del termine. Tutto il resto è regno della fede o, peggio, del sovrannaturale. Ed in realtà è innegabile che l’eredità della scuola alchemica, come di altre scuole iniziatiche del passato, non  è attualmente appannaggio della scienza, che le percepisce più vicine alla magia, all’astrologia o a quant’altro attualmente nega nei fatti la conoscenza scientifica. Ciò è dovuto a quella componente magica di tali scuole che attingeva al trascendente, al sovrannaturale, al prodigioso. L’aver rinnegato globalmente tale tradizione ha fatto, come si suol dire, gettare l’acqua sporca con tutto il bambino dentro (rimando alla lettura della citazione di Hesse, in apertura del lavoro). E’ stata cancellata cioè la possibilità di servirsi del profondo apporto in campo metodologico di tali scuole, tanto che appare persino eretico parlare di “metodo” riferendosi al Pitagorismo o all’Alchimia. L’Alchimia, agli occhi degli attuali uomini di scienza, ha l’imperdonabile colpa di aver generato, contemporaneamente, i chimici e i maghi di oggi, ma soprattutto, di aver postulato una soggettività dei fenomeni naturali che appare, ad una visione molto superficiale, il presupposto teorico della parapsicologia e non, come sarebbe più logico e naturale pensare, un metodo atto ad una migliore utilizzazione delle nostre potenzialità psichiche e sensoriali. Per la verità, questa confusione tra chi si sforzava di perseguire la conoscenza, chi delirava, sia pure in buona fede, e chi ne approfittava bassamente per arricchirsi a spese degli sprovveduti è un problema assai antico, che nasce contemporaneamente al movimento alchemico stesso. E’ molto interessante osservare che già nel 1613 Ruggero Bacone sentiva la necessità di fare chiarezza su questo punto. Così egli scrive nella “Lettera sui prodigi”:

“In queste cose bisogna regolarsi con prudenza, perché è facile all’uomo ingannarsi, e ci si trova in presenza di due errori: gli uni negano tutto ciò che è straordinario; gli altri, oltrepassando la ragione, cadono nella magia. Bisogna dunque guardarsi da quei numerosi libri che contengono versi, segni, preghiere, scongiuri, sacrifici, perché sono libri di pura magia, e da altri infinitamente numerosi, che non contengono né la potenza dell’arte, né quella della natura, ma finzioni di stregoni. D’altra parte bisogna considerare che, fra i libri che sono ritenuti magici, alcuni non lo sono affatto e contengono il segreto dei saggi…Se qualcuno trova in questi libri qualche opera della natura o dell’arte, lo conservi”.

Fatta chiarezza su questo delicatissimo aspetto, io credo che l’attualità del messaggio alchemico sia ancor oggi reale. Abbiamo visto che l’Alchimia innanzitutto affermava che lo scienziato, per ottenere successo dovesse essere virtuoso e colto: non sfugge a nessuno che molti dei mali della ricerca contemporanea sono legati al completo abbandono di questi pur semplici valori. Ma soprattutto l’eredità alchemica ci pone di fronte ad un problema centrale del pensiero scientifico: il soggetto può in qualche modo influenzare l’oggetto? L’osservatore può influenzare il fenomeno? La risposta della cultura ufficiale, nella sua semplicità e superficialità è no: il fenomeno naturale è neutrale rispetto a chi lo osserva. Ma proviamo a riflettere un attimo.

E’ a tutti evidente che l’osservatore può esercitare sul fenomeno un’influenza negativa: il soggetto, infatti, è in grado di falsificare i dati di un’osservazione. E’ ovvio che può farlo volontariamente, a scopo fraudolento. Ma può farlo anche involontariamente, ponendosi in modo errato nei confronti del fenomeno. Ne discende dunque che è almeno teoricamente possibile porsi in una condizione d’osservazione particolarmente privilegiata che ci permetta di cogliere determinati dati fenomenici anche quando essi siano celati alla vista dei più. Dunque non esistono solo due posizioni dell’osservatore di fronte al fenomeno: negativa e neutrale, ma ve n’è una terza: positiva, un punto visuale tanto difficoltoso da raggiungersi quanto auspicabile, nel quale il dato fenomenico non si osserva semplicemente, ma, per così dire, si “porge” all’osservatore.

Ma in quale condizione deve porsi l’uomo di scienza per consentire tutto ciò? Gli Alchimisti, per essere considerati tali fra loro, dovevano coltivare un profondo amore per la loro opera, la virtù morale, la cultura.

E’ semplicemente questo il messaggio che cerca di trasmetterci l’Alchimia? Cerchiamo di analizzare la questione nel dettaglio.

ALLA RICERCA DI UN’ ENERGIA NELLA MENTE UMANA

Come dicevo, la cultura alchemica è soprattutto convinta del fatto che nella mente umana sia insita una “forza” capace di piegare al suo volere gli elementi della natura e costringerli a svelarsi ad essa. Abbiamo anche visto che tale principio risale già alla tradizione pitagorica.

Il concetto trascendente delle capacità conoscitive della mente umana che possedeva la scuola Pitagorica è ben illustrato dalle parole di Bertrand Russell che così ci descrive la nascita della parola “teoria” :

“Era originariamente una parola orfica che Cornford interpreta come “appassionata e intima contemplazione”. In questo stato, egli dice, “l’adoratore si identifica con il Dio che soffre, muore della Sua morte e risorge nella nuova vita di Lui”. Per Pitagora “l’appassionata e intima contemplazione” era intellettuale e si esprimeva nella conoscenza matematica. In questa maniera, attraverso il pitagorismo, “teoria” acquistò il suo significato moderno, ma per chi era sotto l’influenza di Pitagora conservò sempre un carattere di rivelazione estatica. A chi, riluttante, ha imparato un po’ di matematica a scuola, ciò può sembrare strano; ma a chi ha esperimentato l’inebriante piacere di un’improvvisa comprensione che può dare di quando in quando la matematica, a chi ne è appassionato, il punto di vista pitagorico sembrerà del tutto naturale, anche se non esatto.”

(Bertrand Russell: “Storia della filosofia occidentale”)

Anche in questo esempio appare evidente come fosse profondo nell’antichità il nesso fra scienza e trascendenza, nesso di cui noi oggi abbiamo perduto ogni traccia.

Infatti, come si diceva in precedenza, la cultura ufficiale da molto tempo rifiuta drasticamente simili commistioni, poiché per essa l’arma più potente della mente umana è la razionalità. Tuttavia, a dispetto della guerra senza quartiere che la scienza ufficiale ha dichiarato, soprattutto dal XIX secolo in poi, a tutto ciò che si contrappone alla razionalità, è pur vero che l’idea che esista un’energia psichica superiore ed altamente condizionante gli atti della mente umana, scacciata dalla porta, rientra dalla finestra, in altre forme ed in tempi più recenti.

La psicanalisi freudiana è per gran parte fondata sulla teoria della “libido”, che rappresenta un potere non sottoposto al dominio della razionalità e che, nei fatti risulta essere più forte della razionalità stessa.

Un altro uomo di scienza che ha costruito una complessa teoria su una forza extra- razionale è stato Konrad Lorenz che, mutuando il concetto di “aggressività” dal mondo animale, ne ha analizzato l’importanza nella vita dell’uomo evidenziandone, anche in questo caso, il ruolo spesso dominante nei suoi comportamenti.

Ma, anche nei casi citati, queste forze -la libido o l’aggressività- che sono assai simili fra loro e, per certi aspetti, facce di una stessa medaglia, sono stati visti come valori negativi, come un “vizio segreto” della mente umana, di cui non andare certo fieri. Per la verità, entrambi gli scienziati ammettono che gli “istinti” da loro studiati possiedono una potenzialità positiva: per entrambi è possibile, grazie a processi di sublimazione, incanalare tali energie verso fini più nobili.

Si potrebbe ipotizzare dunque che la mente umana ha grandi potenzialità, definiamole extra- razionali, che non hanno in realtà alcuna colorazione morale, ma, come qualsiasi forma di energia in natura, sono qualcosa che può manifestarsi in forme culturalmente positive quanto negative.

E perché non cercare le espressioni positive di queste grandi potenzialità della nostra mente?

LA RICERCA E L’AMORE

Ovvero: l’approccio sinestesico alla conoscenza

Parte integrante ed irrinunciabile della tradizione alchemica è un profondo atto d’amore nei confronti dei propri studi, che permea ogni descrizione della ricerca della Grande Opera. Il vero Alchimista dedica la sua vita alla sua Arte, sacrificando ad essa denaro, affetti e salute, con una passione che, vista dall’esterno, può apparire maniacale. Eppure sappiamo che un profondo amore per la causa che si persegue è il miglior presupposto per il successo finale. Così l’alchimista Morieno Romano spiega la sua arte al principe omniade Khãlid:

“Questa cosa che tu hai cercato così a lungo non può essere ottenuta o imposta con violenza o passione. Essa viene ottenuta soltanto con pazienza e umiltà e con un amore risoluto e perfettissimo.”

“Era il linguaggio dell’entusiasmo, delle cose fatte con amore e con volontà, in cerca di qualcosa che si desiderava o nella quale si credeva”.

Da: “L’Alchimista” di Paulo Coelho.

Ogni stato di amore, sia esso amore filiale, per il proprio partner, per un grande ideale, o per quant’altro, determina una vera e propria moltiplicazione del potere dei propri sensi. Gli stati di amore, ciascuno di essi in forme diverse, portano a sviluppare in maniera insolita le proprie capacità sensitive, per cui chi ama è in grado di abbassare in maniera notevole la soglia delle proprie percezioni in rapporto a tutta la sfera che coinvolge la persona o la cosa amata. A questo proposito si porta spesso l’esempio di quella sorta di stato di ipnosi che hanno sperimentato molte madri durante la seconda guerra mondiale, per cui, durante il sonno esse potevano continuare a dormire nonostante le cannonate, ma era sufficiente un fruscio, un gemito del proprio bambino, per determinare un immediato risveglio. E’ del pari noto e comunemente sperimentato che l’innamoramento determina (ahimè talvolta temporaneamente) uno stato di peculiare sensibilizzazione capace di trasformare i soggetti più rudi e grossolani in creature sensibili. L’amore dell’uomo verso gli animali lo porta talvolta a stabilire un’intesa con essi equivalente ad un vero e proprio linguaggio comune, così da riuscire a comprendere le più piccole sfumature del loro comportamento che sfuggirebbero inevitabilmente al più attento osservatore che non sia tuttavia coinvolto in un rapporto “empatico” (ma su questo termine ritorneremo fra breve).

Certamente dunque, l’amore, continuando a definirlo nella sua accezione più vasta, possiede in sé un potenziale di energia psichica notevolissimo, e la sua dinamica è stata, perlomeno in parte, interpretata da Freud nella sua teoria sulla sublimazione. Ragionando in termini di conoscenza, un rapporto passionale con l’oggetto della propria osservazione determina una sorta di polarizzazione dei propri potenziali intellettivi che “taglia fuori” ogni altro elemento disturbante. Per tornare all’esempio della madre, per i suoi organi sensoriali esisterà solamente il rumore prodotto dal proprio bambino, null’altro. E questo le consentirà, anche tra altri rumori, anche nel sonno, di percepirne il minimo fruscio.

L’esempio del rapporto madre- figlio è un esempio cardine dell’approccio empatico alla realtà e va approfondito ulteriormente.

In effetti il vero protagonista di questa modalità alternativa di conoscenza non è tanto la madre, quanto il bambino. E il vero cardine di questa conoscenza non è l’amore in quanto tale, ma in quanto parte di un approccio alla realtà che alcuni definiscono “conoscenza empatica”. Ed in questa dinamica, il ruolo della madre è importante perché in questo rapporto utilizza (o, meglio, riutilizza) un linguaggio che è proprio del bambino.

L’approccio empatico alla conoscenza può, infatti, in alcune condizioni, addirittura sostituire l’approccio logico: come altro definiremmo il processo conoscitivo del bambino nel primo periodo di vita, pur così fertile in termini di acquisizioni, se non un processo di tipo empatico, mediato dal sentimento e non certo dalla ragione? Ed è il bambino il grande utilizzatore di questo approccio alla conoscenza. Egli non possiede un linguaggio codificato, non possiede strumenti logici, non possiede metodologie conoscitive razionali, né un bagaglio di esperienza a cui agganciare la sua esperienza sensibile. Eppure, nelle prime età della vita è in grado di apprendere un numero di cognizioni che, per quantità e per velocità di assimilazioni, non avrà il pari in nessun altro momento della sua vita. Ci chiediamo come questo sia possibile.

La risposta è nella capacità della sua mente di utilizzare la conoscenza empatica anziché quella razionale che il bambino ancora non possiede, con risultati straordinari in termini di efficacia conoscitiva.

Un altro momento in cui l’approccio empatico alla realtà emerge nel bambino è il gioco: nel gioco egli utilizza elementi della realtà, ma ne spezza le correlazioni convenzionali, ricreandone di proprie, dettate dalla sua intelligenza, dalla sua sensibilità, dal suo amore per gli oggetti coinvolti nel gioco, da una sorta di “io subliminale bambino” in cui egli tira in ballo tutto il suo universo conoscitivo. Questo ricorda molto quel processo di libera scomposizione e ricomposizione delle correlazioni fra i dati che Poincarè descriveva nella dinamica delle sue scoperte matematiche. Il processo conoscitivo del bambino è, dunque, quello dell’“homo ludens”, che apprende con tutto sé stesso, in un’unità fra mente ed emozione.

Non a caso, come abbiamo detto in precedenza, Einstein parla di “gioco” riferendosi alle leggi che regolano l’ordine cosmico e sempre ad un gioco egli paragona la costruzione della sua teoria della relatività.

“Il vero e proprio vantaggio del gioco sta nella sua illimitata disponibilità. E’ la sua libertà da schemi e da vincoli che permette al caso di accostare cose che altrimenti non sarebbero state disposte in questa maniera, che permette di costruire sequenze di eventi impossibili da realizzare in altro modo”

(da Edward de Bono: “Il pensiero laterale”).

Tale modalità di conoscenza viene in gran parte persa durante la crescita e, tranne alcuni casi, ridotta ad una forma vestigiale: con la crescita si apprende un altro processo conoscitivo, che è quello razionale, non più quello, dunque dell’“homo ludens”, ma dell’“homo sapiens” che separa rigidamente la razionalità dall’emozione, utilizzando solo la prima nei processi conoscitivi. In questo l’uomo opera dentro di sé un processo di scissione e, per di più, lo eleva a dignità di metodo.

E, dal momento che filogenesi ed ontogenesi, spesso, si somigliano, è legittimo credere che un fenomeno analogo sia accaduto nella storia del pensiero dell’umanità: vi è stato un momento in cui l’approccio empatico alla conoscenza, ben conosciuto dalle antiche scuole sapienziali, è stato via via dimenticato a favore di un tipo di approccio probabilmente più idoneo ai nuovi contesti in cui la civiltà umana si trovava a dover operare. Ciò nondimeno, la perdita totale di questa antica acutezza è stata un’oggettiva menomazione. Il grande scienziato è colui che, accanto alla conoscenza razionale possiede ancora una consistente potenzialità di conoscenza empatica.

“L’unica cosa di cui abbiamo bisogno per diventare filosofi è la capacità di stupirci. Tutti i bambini piccoli ce l’hanno…

Hume avrebbe affermato che il bambino non è ancora diventato schiavo delle aspettative causate dall’abitudine. Il piccolo quindi è il più libero da pregiudizi, forse è addirittura il più grande filosofo: infatti non ha prevenzioni e questa, mia cara Sofia, è la virtù più alta della filosofia.”

(da Jostein Gaarder: Il mondo di Sofia”)

Nelle righe precedenti ho inserito il concetto di “empatia”, un concetto che sarà più volte ripreso nel mio studio, per cui ritengo che sia opportuno soffermarsi su di esso. Il significato che gli si attribuisce letteralmente è: en-pathos: sentire il dolore altrui dentro di se’.

Il concetto di empatia è mutuato dalla psicanalisi, ed è stato utilizzato per la prima volta dagli psicanalisti post- freudiani. Freud infatti riteneva che il terapeuta dovesse mostrarsi emotivamente “neutrale” nei confronti del suo paziente, cioè freddo: non raccogliere per alcun motivo le emozioni trasmesse dal paziente. La psicanalisi post- freudiana invece ha completamente ribaltato questo concetto, ritenendo quello che Freud definiva il “controtransfert” (cioè la raccolta delle emozioni del paziente) una condicio sine qua non per comprendere lo stato d’animo del paziente. Questo concetto è stato correttamente mutuato dalla medicina in generale, che attualmente tende ad utilizzare il processo empatico per favorire il flusso comunicativo fra il medico ed il suo paziente. Dunque, per opera dell’empatia, io riesco ad entrare nell’anima del paziente e riesco a vedere il mondo con i suoi occhi.

In realtà, io utilizzerò d’ora in avanti, un termine diverso con lo stesso significato, che però mi sembra più corretto dal punto di vista semantico, il termine è “sinestesia”: provare insieme le medesime sensazioni.

Questo, in altre parole, vuol dire impegnare non soltanto i sensi e la razionalità nello studio di un fenomeno, ma anche la nostra sfera emotiva: per un medico questo vorrà dire mettersi nei panni del suo paziente in modo da capire i suoi sintomi avendoli percepiti. Per un naturalista questo vorrà dire compenetrarsi profondamente in ciò che si sta osservando: sentirsi pianta, insetto o stella.

Ci domandiamo allora: questo oggettivo potere della mente che si sprigiona nel momento in cui si crea un profondo rapporto di sinestesia tra soggetto ed oggetto, questa capacità di cogliere nell’oggetto le sfumature più nascoste, i nessi apparentemente meno accessibili, questa peculiare condizione che produce un abbassamento delle soglie di sensibilità, non può essere considerato in qualche maniera un potenziale in grado di espandere le nostre capacità conoscitive, se correttamente orientato?

Mi sono sforzato sino a questo momento (e spero di esserci riuscito) di rendere evidente che tutto questo ragionamento non possiede in sé alcunché di arcano o paranormale. Parliamo di una forza della psiche assolutamente fisiologica, anche se l’equivoco è in agguato e, storicamente, si è ampiamente equivocato. In realtà qui io ipotizzo semplicemente che la grande forza psichica determinata da un rapporto sinestesico con l’oggetto della propria osservazione possa generare un’espansione del proprio potere conoscitivo perché in grado di superare gli angusti limiti del freddo ragionamento logico.

Probabilmente questa era l’intuizione della scuola alchemica racchiusa nella frase:

“Una natura si compiace di un’altra natura,

una natura conquista un’altra natura,

una natura domina un’altra natura”.

(Pseudo-Democrito)

La fredda razionalità infatti non è natura, è uno strumento artificioso della nostra mente e forse da ciò deriva la sua estrema limitatezza a paragone del mondo dei fenomeni.

Dunque, nel momento in cui si instaura un rapporto sinestetico, i due protagonisti, soggetto ed oggetto, intrecciano un dialogo con un linguaggio nuovo, i ruoli reciproci si modificano radicalmente sino all’annullamento delle consuete divisioni fra il soggetto e l’oggetto, fra l’osservatore e l’osservato, fra lo studioso e il suo fenomeno. Essi si fondono in un tutto unico. Forse si realizza così quel processo caro agli Alchimisti e che a loro sembrava un evento magico: la conoscenza perde la sua oggettività, diviene un processo squisitamente soggettivo e il fenomeno premia il suo osservatore svelandosi ad esso.

A questo proposito, un’interessante teoria è stata formulata da Louis Pauwels e Jacques Bergier, gli autori di un libro che ebbe un certo successo negli anni ’70: “Il mattino dei maghi” (vedi anche “Bibliografia discussa”). Essi sostengono che il pensiero razionale somigli al calcolo binario, inevitabilmente schematico e limitativo, perché riduce tutto ad antinomie: si-no, bianco-nero, buono-cattivo. Per contro, essi sostengono che il pensiero, in determinate condizioni, possa abbandonare il ragionamento binario e lavorare con un sistema diverso, simile a quello analogico, infinitamente più libero, plastico e produttivo. Grazie a questo salto di qualità nel metodo di ragionamento, fra l’altro, si crea una possibilità nuova: quella di costruire nella mente una sorta di “modello sperimentale” dell’oggetto della propria osservazione: così il guaritore “diviene” il malato o la malattia, l’astronomo, stella e il naturalista, fiore, e così via. Ma l’aspetto più interessante della teoria di Pauwels e Bergier è che l’attivazione di questa modalità di ragionamento analogico sarebbe alla base di tutti quegli stati di coscienza “superiore”, o di “risveglio”, cari a tutte le culture iniziatiche, quella che alcuni chiamano “l’apertura del terzo occhio”.

Un aspetto da considerare con grande attenzione è il fatto che questo passaggio ad un livello di coscienza superiore, ovvero ad un ragionamento analogico o, se preferite, sinestesico, può avvenire solo se si creano delle “coppie”: osservatore-fenomeno, medico-paziente, ma anche (ricordate?) madre-bambino. Se dunque è la creazione di una “coppia” la condizione necessaria (ma non sufficiente) perché si attivino livelli di coscienza superiore, a questo punto è assai chiaro perché gli antichi alchimisti diedero così tanta importanza nel loro lavoro al concetto di “amore”, perché evidentemente questo rapporto di “coppia”, quale che sia, somiglia molto ad un rapporto amoroso.

Dunque, nel momento in cui l’osservatore crea una “coppia” insieme all’oggetto della sua osservazione, quest’ultimo s’interiorizza nella sua mente. In questo modo l’osservatore “diviene” l’oggetto e sarà in condizione di attivare una modalità di pensiero di tipo diverso, appunto, sinestesic

Il rapporto sinestesico fra studioso e oggetto della sua osservazione è quello che Jacques Monod definisce “l’alleanza animistica con la natura”. Ma, mentre lui rifiuta questa modalità conoscitiva, secondo me è stato il più prezioso strumento intellettuale degli antichi studiosi.

Tuttavia, come dicevamo, l’equivoco è in agguato. Parlare di espansione delle capacità cognitive dell’uomo può essere inteso come un’accettazione dell’esistenza del paranormale e dei fenomeni cosiddetti extrasensoriali.

Forse il grande limite del pensiero moderno consiste nell’incapacità di comprendere le reali capacità della mente umana, per paura di cadere nell’irrazionale. Ma molte volte, ciò che appare come un “potere extrasensoriale”, è in realtà semplicemente un uso migliore delle nostre capacità sensoriali e mentali, come ci ricorda, a proposito delle profezie lo stesso Erich Fromm, ne “Il linguaggio dimenticato”:

“L’intuizione è strettamente collegata con la profezia. Predire significa dedurre il corso futuro di certi eventi dalla direzione e dall’intensità delle forze che vediamo operare nel presente. Qualsiasi conoscenza completa, non dell’apparenza ma delle forze che operano dietro di essa, condurrà a formulare delle predizioni e qualsiasi predizione valida deve essere basata su una tale conoscenza”.

E’ pur vero che una frangia “anarchica” dell’epistemologia riconosce alla parapsicologia dignità di “metodo scientifico alternativo” (e di questo troviamo più di una traccia nell’epistemologia di Feyerabend) ma le conclusioni a cui sono fin qui giunto, sono molto più concrete e ragionevoli e stanno alla razionalità più o meno quanto il platonismo sta all’aristotelismo.

Come si pone, invece, Karl Popper, vale a dire la cultura ufficiale, nei confronti di questo aspetto della conoscenza scientifica? Egli, in realtà, parte da presupposti diametralmente opposti: per Popper “le teorie sono simili agli organi di senso”, in altri termini egli ritiene che la scienza sia un po’ un’estensione delle naturali capacità di ogni essere vivente evoluto di apprendere dall’ambiente circostante e adattarsi ad esso. Vi è secondo lui un livello di adattamento “genetico”, uno “comportamentale” ed uno “scientifico”. In tutti e tre questi livelli si opera attraverso strutture “..ereditate, trasmesse dall’istruzione per mezzo del codice genetico o della tradizione. In tutti e tre i livelli sorgono nuove strutture e nuove istruzioni attraverso cambiamenti provvisori che hanno luogo all’interno della struttura: tentativi provvisori che sono soggetti alla selezione naturale o eliminazione dell’errore” (da: “Il mito della cornice”).

Certo, secondo Popper le differenze fra i tre livelli esistono: la scienza, a differenza dell’adattamento genetico e comportamentale è rivoluzionaria e creativa, in essa le idee possono essere teorizzate e, quindi, eliminate se non funzionano, senza fare danno ma, nei fatti, Popper stabilisce una continuità dal basso verso l’alto. Tale lettura della dinamica della ricerca scientifica non lascia dunque molti spazi all’idea che vi siano potenzialità nascoste nella mente dello scienziato. Ma, per di più, tale teoria è, secondo me, altamente falsante. Come sarà infatti più chiaro in seguito, quando analizzerò il meccanismo dei sistemi caotici, la mente umana non può essere compresa in modo semplicistico paragonandola ad eventi elementari, poiché, sebbene generata da moltitudini di fenomeni elementari, è divenuta un universo così complesso che deve essere letto con chiavi interpretative tutte sue, soprattutto se si parla di eventi, come la ricerca scientifica, che si pongono al vertice delle sue capacità di elaborazione. Per cui, credo che una scoperta scientifica sia più vicina al concetto di anima che a quello di cellula.

ALTRI STRUMENTI DELL’ APPROCCIO SINESTESICO ALLA CONOSCENZA: IL SOGNO E IL SIMBOLO

Il sogno: tra alchimia e psicanalisi

” I sogni, come è noto, sono una cosa stranissima: una cosa ti si presenta con terrificante chiarezza, con una finitezza di particolari minuziosa, da oreficeria, su altro invece sorvoli come se non te ne accorgessi affatto, per esempio sullo spazio e sul tempo. I sogni li indirizza, pare, non la ragione ma il desiderio, non la testa, ma il cuore e intanto quali ingegnosissime cose ha operato a volte la mia ragione nel sogno!.”

da Dostoevskij: il sogno di un uomo ridicolo.

Il rapporto fra i sogni e la razionalità è stato nei secoli ampiamente studiato e dibattuto: chi non si è cimentato con l’interpretazione dei sogni? Se ne parla nella Bibbia e in Omero, l’hanno studiata Socrate, Aristotele, Platone, Lucrezio, Artemidoro, Cicerone, Sinesio da Cirene, Maimonide, Tommaso d’Aquino, Hobbes, Kant, Voltaire, Goethe, Emerson, Bergson, Nietzsche e, naturalmente le grandi scuole della psicanalisi. Erich Fromm ne “Il linguaggio dimenticato”, riassume così le tre principali teorie sull’argomento: “..prima quella di Freud secondo cui tutti i sogni sono l’espressione della natura irrazionale e asociale dell’uomo; indi quella di Jung, per il quale i sogni sono rivelazioni di una saggezza inconscia, che trascende l’individuo; e infine la teoria per cui i sogni esprimono ogni genere di attività mentale: tanto i nostri impulsi irrazionali quanto la nostra ragione e la nostra moralità, rendendo così manifesto il meglio e il peggio di noi stessi”.

Naturalmente l’ultima delle tre teorie sul sogno è dello stesso Fromm. Ma, senza addentrarci troppo in questo campo, vogliamo chiederci se il sogno può aiutare a comprendere meglio la realtà. Può il sogno contenere in sé elementi di quello che Poincarè definiva l’”io subliminale”? Sappiamo bene che nella storia della scienza è frequente imbattersi in sogni che hanno ispirato grandi intuizioni.

Cartesio, di salute piuttosto cagionevole, per gran parte della sua vita era stato costretto dai medici a rimanere (beato lui) a letto assai a lungo. Il “Discorso sul metodo” maturò proprio durante le lunghe ore di dormiveglia mattutino, in uno stato di semi-coscienza nel quale affioravano idee che poi, da sveglio, fissava sulla carta.

Friedrich August Kekule Von Stradonitz, ritenuto il fondatore della moderna chimica organica, studiando il concatenamento degli atomi di carbonio nei composti organici, ebbe l’intuizione della struttura dell’anello di benzene dopo aver sognato un serpente che, mordendosi la sua coda, descriveva un cerchio.

Per gli Alchimisti il sogno riveste un ruolo di primaria importanza: esso ispira l’Alchimista nel suo percorso verso la Grande Opera, perché è tramite esso che ai più degni giunge l’intervento del Dio stesso o di uno spirito- guida. La teoria di Fromm fornisce in parte una risposta alla nostra domanda:

“Nei nostri sogni non soltanto siamo meno ragionevoli e meno discreti, ma siamo anche più intelligenti, più saggi e più capaci di giudicare quando dormiamo che non quando siamo svegli.”

da: Erich Fromm, “Il linguaggio dimenticato”

Abbiamo visto infatti come spesso le intuizioni nascono da processi mentali che non solo sfuggono ai meccanismi logici tradizionali, ma che addirittura possono sembrare stati di negazione della “cosiddetta” razionalità. Come nel simbolo, nel gioco, nell’arte e, ovviamente, nel sogno.

In ciascuna di queste attività della mente gli elementi conoscitivi sono scissi e ricomposti senza limiti o vincoli imposti dalla razionalità. Anche per il sogno riemergono le analogie con le modalità di apprendimento sinestesico utilizzate dal bambino: probabilmente il sogno è uno dei meccanismi utilizzati dal bambino per rielaborare e riordinare le nozioni apprese durante la veglia.

Ci sono persone che sanno lavorare con i propri sogni: ci ragionano durante il giorno, ne seguono le reiterazioni, si svegliano e prendono appunti, anche in piena notte. E non sempre si tratta di visionari o di eccentrici: questi “messaggi divini” possono essere idee che emergono allo stato puro, liberatesi dai vincoli e dalle mascherature che il pensiero razionale impone alle nostre costruzioni mentali.

Nella teoria di Freud il sogno è ispirato da una “forza”, l’inconscio, che per lui ha una valenza del tutto negativa. Per Jung tale “forza” è invece costituita da materia divina. Come vedremo oltre, Karl Gustav Jung è stato uno degli ultimi uomini di scienza che hanno tratto palese ispirazione dalla scuola alchemica; egli ha voluto vedere, nell’inconscio, una saggezza universale che trascende l’individuo. Jung ha inoltre recuperato nelle sue teorie il binomio ricerca interiore – ricerca scientifica.

Per Fromm il sogno ha una valenza mista: la mente, libera dai condizionamenti che subisce durante la veglia può dare, a caso, tanto il meglio quanto il peggio di sé.

La verità potrebbe essere differente: certo, il valore principale del sogno consiste nella perdita di una serie di costrizioni che la razionalità impone alla nostra mente, ma forse è proprio questo che permette alla mente di creare quella “coppia” che abbiamo visto nel capitolo precedente e che innesca quelli che noi identifichiamo con i processi sinestesici della conoscenza.

Il simbolo

Il simbolo ha un ruolo fondamentale nell’ambito del pensiero extra- razionale, ma per analizzarne il suo significato occorre compiere un salto indietro nel tempo, in epoche in cui esso era assai più radicato nella cultura e più utilizzato di quanto accade oggi.

Nell’antichità, prima della comparsa sulla scena dei grandi filosofi greci, la mitologia, attraverso il suo complesso gioco di simbolismi, costituiva il tramite attraverso cui veniva trasmesso il patrimonio culturale: non vi era in quell’epoca un “corpus” sistematico di nozioni, non vi erano diverse scuole di pensiero, come noi oggi le intendiamo, che si confrontavano e si succedevano l’una all’altra: vi era la mitologia a cui si affidava il compito di tramandare, modificare, arricchire, reinterpretare di città in città e di epoca in epoca il patrimonio culturale comune di quelle civiltà .

La mitologia verrà successivamente liquidata dai grandi pensatori come un’espressione primitiva ed infantile della conoscenza e verrà relegata ad un mondo fiabesco che poco ha a che spartire con il sapere.

In realtà il simbolo e il mito hanno un potere comunicativo ed una capacità di stimolo intellettuale di impressionante efficacia: non per nulla anche essi fanno parte dell’universo conoscitivo del bambino che, come abbiamo precedentemente osservato, è ricco di risorse di grande potenza in termini di apprendimento. Simbolo e mito non si servono del linguaggio verbale come tramite primario di espressione, ed è proprio questo il cardine del loro potere comunicativo: il linguaggio verbale ha, in realtà, notevoli limiti intrinseci, paragonabili a quelli del ragionamento logico: infatti esso non sempre risponde alla reale profondità e complessità del concetto che tenta di esprimere, può vincolare i concetti all’interno di definizioni spesso rigide e cristallizzate, limitandone la comprensione anziché agevolarla. La comunicazione simbolica invece, veicola intuizioni profonde, risveglia piani di coscienza diversi, in altre parole utilizza un meccanismo di comprensione che è insieme verbale ed extraverbale.

Edward de Bono annovera i simboli e le immagini visive, contrapposte alle parole, fra i suoi “trucchi” per stimolare la nascita delle idee:

“Uno degli accorgimenti per evitare l’effetto coartante delle denominazioni è quello di pensare per immagini visive, senza usare per nulla i vocaboli…Sfortunatamente solo pochi sanno pensare per immagini visive e non tutto si può esaminare concettualmente con questo sistema. E’ comunque un metodo che sarebbe utilissimo apprendere perché le immagini visive hanno una fluidità e una plasticità che le parole non potranno mai possedere”.

Qual è il meccanismo con cui il simbolo e il mito agiscono sulla nostra intelligenza?

Il simbolo e il mito sono metafore.

La metafora (dal greco metafèrein, trasportare) è una figura retorica che consiste nel sostituire una parola o un’espressione con un’altra. Dice Umberto Galimberti:“Metafora è quel modo di pensare che è un passare dalla cosa al mondo di suoi rinvii”

Molti di noi hanno conosciuto la metafora sui banchi della scuola, e dunque l’approccio può non essere stato necessariamente gradevole…La Divina Commedia, in realtà, è una miniera di metafore:

“Come i roman per l’essercito molto,

l‘anno del giubileo, su per lo ponte

hanno a passar la gente modo colto,

che da un lato tutti han la fronte

verso l’castello e vanno a Santo Pietro

da l’altra sponda vanno verso l’monte”

(Inferno, canto XVIII)

Per quanto possa essere stato arduo rincorrere le metafore dantesche sui banchi del liceo, il loro valore letterario è evidente: sostituire un concetto astratto, complesso, con uno di più immediata comprensione. E così, mentre la folla d’anime dannate che ingorga una bolgia infernale può essere difficile da immaginare, un bell’ingorgo al centro di Roma è un’esperienza che un po’ tutti noi abbiamo ben presente, già dai tempi del medioevo, soprattutto in anni giubilari.

Non è chi non veda il grande valore conoscitivo di un meccanismo che consenta di rendere concreto e comprensibile un concetto astratto e complesso.

Noi siamo spesso schiavi delle parole e dei concetti, siamo imprigionati nei loro significati letterali, imposti dalla cultura dominante o dal momento storico. Pensiamo al significato che tutti noi oggidì attribuiamo al termine “freccia”: è un significato prettamente direzionale, soprattutto quando pensiamo all’automobile. Ci sfugge spesso che esso è un significato traslato e del tutto convenzionale perché, in realtà, la vera natura di quel segnale è luminosa. Edward de Bono, ne “Il pensiero laterale” racconta il classico aneddoto delle automobili che dovevano indietreggiare nel vicolo buio ai tempi in cui poche auto avevano le luci di retromarcia: a pochissimi veniva in mente di usare le frecce come luci, perché i più erano schiavi del concetto direzionale di freccia.

E non c’è dubbio che si tratti di un mondo stimolante, ricco di fascino, ma soprattutto di sorprese conoscitive e, per questo, estesamente utilizzato nell’antichità.

Il ruolo del mito e del simbolo nella ricerca scientifica è stato di recente valorizzato da uno psichiatra inglese, Michael Sheperd che, in un libello dal titolo piuttosto intrigante: “Sherlock Holmes e il caso del dottor Freud”, sostiene che, in psichiatria, non esistono teorie scientifiche, ma solo miti e in realtà lo scienziato, il ricercatore, Freud come Sherlock Holmes sono grandi costruttori di miti, che spesso funzionano meglio delle teorie scientifiche tradizionali. Dunque, non più metodo scientifico, ma “mitodo”, secondo Sheperd:

“Per la scienza il valore del mito consiste nel fornire un cambiamento di metafora che crea un nuovo punto focale, un nuovo insieme di termini per trattare il materiale intellettuale, e così serve sia a risolvere i blocchi mentali, sia a fornire creatività nella ricerca delle risposte. Le soluzioni di problemi scientifici spesso richiedono metafore che a volte non sono state ancora concettualizzate”.

Dunque la metafora, il simbolo, il mito, servono a risolvere i nostri blocchi mentali, a scrollarci di dosso una definizione standardizzata di cui siamo prigionieri.

E ancora una volta ritroviamo, nell’Alchimia, un capostipite di questo principio. Essa infatti, riallacciandosi al patrimonio della tradizione pre-aristotelica, riprende e valorizza il simbolo, fino a farlo divenire un tratto caratterizzante della sua cultura e tramandandolo sino ai giorni nostri in un’imponente iconografia.

L’Alchimia, pur non conoscendo nulla dei principi basilari della chimica, ne crea i presupposti, inventa strumenti tecnici, scopre metodiche, osserva reazioni fra gli elementi, le descrive e le tramanda utilizzando suggestive simbologie. Riflettiamo sul fatto che questa disciplina non aveva certo la possibilità di descrivere i fenomeni scoperti in base a principi razionali, né poteva ovviamente possedere un linguaggio tecnico-scientifico come quello odierno. Eppure riesce a creare un “corpus” di conoscenze capace di essere trasmesso ai propri iniziati grazie ad un simbolismo di grande potenza didattica.

Va pur detto che spesso l’uso del linguaggio simbolico pecca di una totale mancanza di chiarezza, può essere ambiguo e fumoso, e questo è stato uno dei maggiori limiti del simbolismo alchemico e una fra le cause della sua decadenza a partire dal XVII secolo. Tuttavia è innegabile lo stimolo che esso ha esercitato sull’immaginazione dei suoi adepti.

Jung e i simboli dell’Alchimia

Uno dei pochissimi uomini di scienza moderni che ha affrontato organicamente lo studio delle scienze antiche in generale e dell’Alchimia in particolare, è stato Carl Gustav Jung. Opera centrale del suo studio è il testo “Psicologia e alchimia”, citato da me diverse volte. In esso Jung raccoglie 59 sogni di un suo paziente e li analizza in chiave di simbologia alchemica. Come abbiamo precedentemente visto in questo stesso capitolo, egli parte dal presupposto che il linguaggio dei sogni sia composto da simboli innati che tutti gli individui condividono e che sono custoditi nel nostro inconscio. Questo patrimonio comune di simboli, che lui chiama “archetipi” da sempre, fanno parte della psiche dell’uomo e costituiscono l’”inconscio collettivo”. Affiancando a questa analisi dei sogni un’imponente iconografia ed un attento studio documentale del pensiero alchemico, egli dimostra la coincidenza dei simboli utilizzati dagli alchimisti con il simbolismo dell’inconscio, emerso durante i sogni. Jung dunque conclude che i simboli alchemici altro non sono che archetipi innati della psiche umana, esperienze del nostro inconscio antichissime ed universali, nei quali l’alchimista era “inciampato” e che proiettava sui fenomeni della natura da lui osservati ed utilizzava per descriverli.

“Tendo perciò a supporre che l’effettiva radice dell’alchimia non vada ricercata tanto nelle concezioni filosofiche, quanto nelle esperienze di proiezione dei singoli indagatori. Con ciò intendo dire che durante l’esecuzione dell’esperimento chimico, l’adepto viveva certe esperienze che gli apparivano come un comportamento particolare del processo chimico….Ma ciò di cui viveva l’esperienza era in realtà il suo inconscio”.

In realtà egli estende il suo giudizio a molta parte della scienza antica, soprattutto l’astrologia: “L’astrologia è un’esperienza primordiale simile all’alchimia. Tali proiezioni si ripetono sempre dove l’uomo tenta di esplorare una vuota oscurità e la riempie di figurazioni vive”. Inoltre, analizzando i parallelismi fra i simboli alchemici e quelli delle diverse religioni, egli osserva che l’Alchimia condivide una serie di simboli appartenenti a religioni le più diverse, poiché anche il simbolismo religioso utilizzerebbe archetipi innati provenienti dall’inconscio.

“Benché le forme d’esperienza individuali siano d’una molteplicità infinita, pure esse si muovono, come anche il simbolismo alchimistico dimostra, attorno a certi tipi centrali che sono universalmente presenti. Intendo riferirmi a quelle immagini primordiali alle quali le confessioni religiose attingono la loro verità, di volta in volta assoluta”.

La tesi di Jung non contrasta con quello che ho sostenuto sin ora: lo scienziato antico faceva ampio uso di ogni strumento della sua mente, compreso il linguaggio dell’inconscio. Ma c’è di più: ho sin qui parlato di un “linguaggio naturale”, utilizzato dalla scienza antica, di una sorta di codice comune fra uomo e natura: questo linguaggio formato da simboli innati ed universali che emergono dal profondo della psiche, che Jung ha analizzato, rappresenta un’indiretta conferma di quanto ho esposto fin ora. Il limite della visione junghiana è quello di ridurre tutto ad un’espressione dell’inconscio, mentre ritengo si tratti di un processo mentale più ampio e che coinvolge aspetti della psiche che non sono assimilabili al puro inconscio. Come ho precedentemente esposto, infatti, sono convinto che gli antichi avessero una precisa autocoscienza dei propri limiti, in termini tanto di conoscenze, quanto di strumenti conoscitivi, e ciò aveva imposto agli iniziatori delle diverse scienze di puntare il più possibile sulle potenzialità della propria mente (e non necessariamente della propria razionalità) operando un continuo perfezionamento di sé stessi finalizzato al miglioramento della conoscenza.

I PRESUPPOSTI ETICI DELLA SCIENZA ANTICA: LA CULTURA E LA VIRTU’

La cultura

“ Le teorie sono opere d’arte, però criticabili oggettivamente e questo fatto rende possibile progredire, progredire in senso oggettivo; tutti diamo il nostro contributo all’edificio della conoscenza oggettiva, come artigiani che costruiscono una cattedrale e tutto questo fa parte della grande avventura della vita”.

Da Karl Popper: “Logica della scoperta scientifica”.

L’uomo di scienza contemporaneo ha perduto una tipica caratteristica propria di altri tempi: l’universalità culturale. In passato l’uomo di scienza era, in generale, un erudito la cui cultura spaziava tra le diverse discipline scientifiche, umanistiche ed artistiche. La perdita di tale caratteristica è conseguenza della frammentazione del sapere scientifico: la super-specializzazione nella propria disciplina è interpretata in maniera totalizzante: chi si occupa, ad esempio, della genetica virologica percepisce il restante universo culturale come un qualcosa di superfluo per lui o, magari più semplicemente, non si pone neppure il problema di allargare i suoi orizzonti perché gli manca il tempo per farlo.

E’ di frequente riscontro oggigiorno un atteggiamento che può essere definito “vetero-positivista”, caratterizzato dalla consapevole, totale e spesso arrogante ignoranza di ogni altro interesse culturale tranne quello strettamente inerente al proprio campo di studio. Comunicare con personaggi che ragionano con simili parametri è, in genere, piuttosto difficile: a meno di non condividere lo stesso campo di interesse, in genere restano ben pochi altri argomenti di conversazione, come il campionato di calcio e, se ci va bene, l’ultimo LP di musica leggera.

“Un numero sempre maggiore di dottorandi riceve oggi una preparazione esclusivamente in tecniche di misurazione. Non viene iniziato alla tradizione scientifica – la tradizione critica che consiste nel porre domande, nel lasciarsi tentare da grandi e apparentemente insolubili enigmi, non da facili e irrilevanti rompicapi. E’ vero, quei tecnici, quegli esperti, sono in genere consapevoli dei propri limiti. Si autodefiniscono “specialisti” e respingono ogni pretesa di autorità al di fuori delle specializzazioni coltivate. E tuttavia lo fanno con orgoglio e proclamano necessaria la loro particolare competenza. Sennonché questo significa sfidare la realtà delle cose, la quale dimostra, infatti, che i grandi progressi sono ancora dovuti a chi coltiva una gamma di interessi ampia.”

(da K. Popper: Il mito della cornice).

La necessità di un’educazione dell’uomo di scienza alla cultura nel senso più generale del termine ci appare quanto mai evidente se poi spostiamo la nostra attenzione sulle scienze mediche, cioè sul fenomeno “uomo”. Qui ci troviamo in un campo di peculiare complessità (come discuteremo oltre, parlando dei sistemi caotici) e i fenomeni complessi non possono mai essere compresi se li osserviamo da un solo, ristretto, angolo visuale. Essi vanno in qualche modo abbracciati nelle loro molteplici sfaccettature. Facciamo un esempio: la funzione di un organo, anche il più semplice, può essere vista da molte angolature: il biochimico ne vedrà l’aspetto molecolare, il citologo la composizione e la funzione delle singole cellule, il fisiologo ne osserverà il comportamento in condizioni di normalità, il patologo le sue anomalie… Ma nessuno di loro, se non sarà in grado di abbracciare l’intero fenomeno, ne avrà ben compreso l’essenza. Certo, la capacità di lavorare in maniera interdisciplinare, la collaborazione fra esperti è una dote fondamentale per gli studiosi anche se, a volte, queste categorie di persone hanno qualche difficoltà a intessere reciproci dialoghi (e i pazienti ne fanno le spese…). Ma il lavoro di equipe non basta, se in ogni uomo di scienza non vi è un attitudine ad osservare i fenomeni da più angoli visuali, a considerarli in maniera “globale”.

“Contro l’errore di coloro che temono le dannose conseguenze di una eccessiva specializzazione, io distinguo una specializzazione utile, anzi necessaria, che è quella della tecnica, e una specializzazione dannosa, che è quella della cultura”.

(Claude Bernard)

A maggior ragione, la frammentazione del sapere ha diviso chi studia il metodo scientifico da chi lavora nel mondo scientifico, e ancora, chi si occupa di scienze esatte da chi si occupa di scienze empiriche, con gran danno di tutti. Il risultato della creazione di simili compartimenti stagni è che il tipo di ragionamento logico che ne consegue, risulterà sempre simile a sé stesso, seguirà costantemente i medesimi percorsi schematici e standardizzati, mentre sappiamo bene che la capacità di creare percorsi e connessioni logiche alternative è tipica di quegli intelletti che attingono le loro ispirazioni ad universi intellettuali variegati. Questo perché la nascita di un’intuizione scientifica è un fenomeno che avviene in campi logici che non sono esclusivamente propri della sensibilità scientifica, ma costituiscono una terra di confine con altre sensibilità, come quella umanistica e artistica. Nel suo “Dialogo sul metodo” Paul Feyerabend paragona la perfezione costruttiva di una commedia di Aristofane alla formulazione di una teoria scientifica. Rimando alla “Bibliografia discussa” per qualche altra considerazione sull’opera di Feyerabend.

Il fatto che una cultura disponibile a ricevere apporti di idee da diverse fonti, compresa l’arte, sia più fertile di idee e soluzioni creative è ben evidenziata anche da Edward de Bono nel suo “Il pensiero laterale”:

“Proprio per la sua ricerca di aspetti sempre nuovi della realtà, per il suo continuo sforzo di rompere le vecchie convenzioni intellettuali, non è l’artista il maggior utente del pensiero laterale?…L’ artista è aperto alle idee, alle influenze e agli inviti del caso. Egli cerca di approfondire la propria consapevolezza delle cose, cerca di sottrarsi a una visione scontata della realtà usando spesso di proposito l’irrazionale”.

Ma analizzeremo ulteriormente le relazioni fra pensiero scientifico e pensiero artistico parlando della ricerca medica.

Sfera razionale e sfera emotiva, mondo scientifico e cultura non sono entità separate e conflittuali, ma sono altrettante componenti di una medesima unità, attivamente cooperanti fra loro nella ricerca del vero. Per questo l’uomo di scienza dovrebbe tornare ad essere uomo di cultura, un erudito nel senso più universale e classico del termine: non è un caso che in passato, dai Filosofi greci alla scuola medica di Avicenna, gli studi filosofici e quelli scientifici erano considerati parte di un’unità inscindibile.

La virtù’

“Sappi che non potrai possedere questa scienza finché non avrai purificato per Dio la tua mente, cioè finché non avrai estinto dal tuo cuore ogni corruzione”.

(da: Afidio, in Aurora consurgens).

“Quindi dobbiamo sapere che vi sono due tipi di medici: quelli che agiscono in modo caritatevole e quelli che agiscono per il loro tornaconto. Gli uni e gli altri si riconoscono dalle opere: i probi si riconoscono dallo spirito di carità e dal fatto che non rinnegano l’amore verso il prossimo; i reprobi, invece…non avendo seminato nulla rasano via tutto…”

(da: Paracelso: “Contro i falsi medici”)

“Ammiro Paracelso perché sapeva che la conoscenza senza cuore è una cosa vuota”

(da: “Dialogo sul metodo” di P. Feyerabend)

“L’avido imbroglione dalle mani impure non può tentare quest’arte, né mai è posseduta

dall’ignorante e dal rozzo; la mente depravata dedita alla lussuria e alle mollezze, questa la colpisce e l’acceca,

così l’astuto vagabondo…

ma l’uomo savio e pio che ancora adora e ama il suo Creatore, e implora il suo amore,

chiunque gioisce nel ricercare la causa segreta e le serie dei suoi lavori, il loro amore e le loro leggi,

lasciatelo avvicinare e fategli congiungere forza a volontà

che studi quest’arte in tutta la sua ampiezza;

allora la grave esperienza sarà la sua consorte esperta nei più riposti segreti della vasta natura.

I dubbi e le esitazioni disturberanno spesso le sue cure e i suoi affanni, finché il tempo dichiarerà la verità,

e la costante pazienza, dopo essere passata per tutte le prove,

porterà il lieto fine da tempo desiderato.”

(da: Heinrich Nolle, “the chemist’s key”. (Traduzione dal tedesco attribuita a Henry Vaughan-1657).

“Un’altra antica fonte è costituita da Geber. Secondo il Rosarium, nel Liber perfecti magisterii, egli esige per l’artifex le seguenti premesse psicologiche e caratterologiche: dev’essere di mente sottilissima e disporre di una conoscenza sufficiente di metalli e minerali. Non deve avere invece uno spirito rigido e volgare, né essere avido e vorace o di carattere instabile e indeciso. Inoltre non deve avere fretta, né essere presuntuoso. Al contrario, dev’essere fermo nei suoi propositi, costante, paziente, mite, indulgente, misurato”.

(da: Psicologia e alchimia, di C.G. Jung).

Queste citazioni di antichi cultori della virtù degli uomini di scienza (intercalate dal giudizio di Feyerabend) potrebbero apparire tremendamente datate, se ad esse non facessero eco, ancora una volta, le parole di Einstein a dimostrare che in esse non vi è nulla di inattuale o antiscientifico:

” Nel tempio della scienza vi sono molte dimore… e diversi davvero sono coloro che le abitano e i motivi che ve li hanno condotti. Molti cercano nella scienza l’esaltante sensazione di superiore capacità intellettuale; la scienza è lo sport da cui trarre un’esperienza vivida e il soddisfacimento delle ambizioni; nel tempio vi saranno anche i molti che hanno immolato i prodotti del loro cervello a fini puramente utilitaristici. Se venisse un angelo del Signore a cacciare tutta la gente che appartiene a queste due categorie il tempio si svuoterebbe di molti fedeli.”

Il pretendere che l’opera degli uomini di scienza sia improntata esclusivamente a principi di virtù è solo un atteggiamento moralistico? Forse no:

L’arrivista, il disonesto, l’avido, non possono perseguire verità scientifiche. E questo non perché essi siano condannati da qualche maledizione soprannaturale, ma per un limite invalicabile creato da loro stessi: semplicemente perché non è quello il reale obiettivo della loro ricerca. La ricerca è un obiettivo puro, arduo da perseguire e il premio, se pure arriva, arriva a chi dirige tutti i suoi sforzi su di essa. In realtà la ricerca è spesso usata per altri fini e molti sono gli “idola” che condizionano pesantemente l’operato dei ricercatori: è comune incontrare persone o gruppi per cui essa è uno strumento per percorrere un iter di carriera o di potere. Il detto anglosassone “publish or perish” è assai indicativo di questa mentalità. Non è infrequente l’uso della ricerca per pura vanità personale, di fronte a colleghi o, nel caso della medicina, di fronte ai pazienti che saranno per questo indotti a pagare salati onorari. Lo stesso sistema economico che gravita attorno alla ricerca è un meccanismo in grado di determinare fortissime distorsioni; basti pensare a quanto sia condizionante la presenza in medicina dell’industria farmaceutica e la capacità di orientare la stessa scelta dei campi di studio (per esempio, la ricerca nel campo delle vaccinazioni può essere meno remunerativa, e dunque scoraggiata, rispetto a quella nel campo dei farmaci curativi).

Chi ricerca ha solo due possibilità: o vola alto, superando questi “idola“, oppure non vola affatto. Riprendendo le parole di Einstein:

” Una natura nobile desidera con tutte le sue forze di sfuggire al suo ambiente affollato e rumoroso per rifugiarsi nel silenzio delle vette più alte, dove l’occhio spazia liberamente nell’aria ancora pura e segue con sguardo amorevole i placidi contorni che paiono costruiti per l’eternità

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