1988: Missione su Marte

12 aprile 2013

uomo scrive sulla sabbia

“Sul pianeta della filosofia tutti i continenti sono da un pezzo scoperti! Io sfoglio gli antichi saggi e vi ritrovo i miei pensieri più moderni”.
A. Solzenitsyn “Il primo cerchio”

“Questa volta noi di WikiLeaks abbiamo fatto il colpo grosso. Proprio quando pensavano di averci eliminati definitivamente, con una rocambolesca operazione, siamo riusciti ad infilarsi in un riservatissimo archivio della Presidenza degli Stati Uniti d’America E a tirarne fuori un bel po’ di roba. Certo, la maggior parte dei documenti, cosiddetti segreti, è davvero roba da buttare: le solite scappatelle extraconiugali di presidenti e ministri, i soliti alti funzionari gay, i soliti e noiosissimi pettegolezzi sui capi di stato e di governo esteri. E così via. Ma in mezzo a tutto questo ciarpame c’è il pesce grosso: la missione supersegreta su Marte negli anni ’80 dello scorso secolo. Dunque quello che si era sempre vociferato era proprio vero: gli astronauti americani sono effettivamente arrivati su Marte prima che fosse dichiarata la fine delle missioni spaziali.
Il file è immenso e contiene migliaia e migliaia di pagine di dati, le caratteristiche della navicella spaziale, la cronologia della missione, le rilevazioni compiute. Ma andiamo al sodo. Quello che pubblicheremo è contenuto nelle registrazioni dei colloquio fra i tre astronauti. Mentre un pilota è sulla navetta orbitante, gli altri due, sulla superficie del Pianeta Rosso, sono in esplorazione a bordo di un piccolo mezzo motorizzato. Le due postazioni comunicano tra loro:”
Postazione al suolo: “Stiamo percorrendo una piccola valle chiusa tra delle colline piuttosto basse. Ecco, ora stiamo uscendo su una spianata sabbiosa. Sembra il fondo prosciugato di un lago. Hei, Neil, facciamo qualche altro prelievo poi, per oggi basta. Ne ho abbastanza. Ma…Accidenti! Guarda là…”
“Oh cavolo…” Si sente uno stridere di pneumatici.
Postazione orbitante: “Dannazione, ragazzi cosa, sta succedendo? Tutto ok?”
Postazione al suolo: “Si Buzz, ma qui abbiamo visto qualcosa… o qualcuno”
Postazione orbitante: “Neil, Michael, riuscite a darmi l’immagine? Fate presto però”
Postazione al suolo: “Telecamera attivata. Riesci a vedere anche tu?”
Postazione orbitante: “Buon dio! Un essere vivente, un marziano! Anzi…sembra…no, è proprio un uomo!”
Spezzoni di filmato, E’molto mosso e sfocato. Inquadra quello che appare un uomo di pelle chiara. E’accovacciato sulla sabbia. Sembra molto, molto vecchio. Ha una lunga barba bianca e ha indosso una tunica. Non appare per nulla spaventato dall’arrivo dei visitatori. Anzi. Per alcuni fotogrammi sembra intento a scrivere qualcosa sulla sabbia con una bacchetta.
Tentativo di inquadrarla sabbia. Si intravedono figure geometriche, numeri e lettere incise dal vecchio. Difficile dire con esattezza, ma sembrano lettere greche. Il vecchio alza lo sguardo. Sorride. La telecamera gli gira attorno. L’uomo sembra divertito. Nuova inquadratura sui disegni. Sembrano proprio immagini geometriche. Un’equazione. Il filmato si interrompe.
Continua la registrazione delle voci.
Postazione al suolo: “Buzz, sembra disarmato e innocuo, Tentiamo di comunicare con lui”
Postazione orbitante: “Prudenza, ragazzi, io sono morto di paura qui…”
Si sovrappone una voce più lontana. Inizialmente parole poco comprensibili. Poi: “…….ma forse mi capite meglio se parlo così”
“Lei parla la nostra lingua? Ma da dove viene?”
“Esattamente da dove venite voi. Ma sono arrivato molto, molto tempo fa”
“E come diavolo ha fatto?”
“Hei, Neil, secondo me è un russo!”
“Non sono russo. Sono greco”
Le tre voci degli astronauti. più o meno contemporaneamente: “Greco???”
“E’una storia lunga. E molto antica. Lasciamola perdere perché per voi sarebbe un po’ complicata da capire”
“Si, credo anch’io. E, a questo punto, credo anche di sapere lei chi è. Pitagora, vero?”
“Per servirvi. Era molto tempo che vi aspettavo. Sinceramente pensavo che sareste arrivati prima”
“Ha ragione mister Pitagora, temo che per molti secoli siamo stati distratti da più futili faccende”
“Basta scherzare, ragazzi. Questa è roba seria. Qui bisogna far riunire subito l’unità di crisi, avvertire Reagan…”
“No, Neil, aspettiamo a dare l’allarme. Non ce n’è alcun bisogno. Sapevamo da molto tempo che nell’antichità avevano intuito leggi della fisica con incredibile anticipo. Qualcuno di voi ha letto “il Tao della fisica” di Fritjof Capra? A partire dal 600 avanti Cristo si è avuto uno straordinario fiorire di studi religiosi, filosofici e scientifici. Per motivi non chiari, questo è accaduto contemporaneamente in ogni parte del mondo e, come dice anche Jaspers, contemporaneamente in Oriente come in Occidente, si è giunti in molti campi dello scibile alle stesse conclusioni. Nei secoli successivi la scienza, soprattutto la fisica e l’astronomia, hanno spesso solo confermato di volta in volta quello che era stato intuito già nell’antichità. Certo però, era difficile pensare che si potesse giungere fino a questo punto…”
“No, aspetta un po’, Buzz. Troviamo su Marte un vecchio greco svitato, vestito con un lenzuoloe tu ti metti a parlare di filosofia come se tutto questo fosse normale!”
“Scusate se mi intrometto nei vostri discorsi, signori, ma è proprio come dice il vostro amico. Le cose sono più semplici di quanto voi potreste credere. Basta ragionare nel modo giusto. E un tempo qualcuno ci è riuscito, molto prima degli altri. Tutto qui”.
La voce che arriva è quella di una persona alterata: “No caro mio, non ci siamo proprio capiti. Io voglio sapere dove sono i calcoli, le formule…voglio vedere la navetta, le sue strumentazioni, tutto il dannato armamentario che vi ha fatto arrivare fin qui!”
La voce di Pitagora è calmissima: “E ammesso che io le facessi vedere tutto quello che chiede, lei, o qualcun altro dei suoi contemporanei, pensa davvero di essere in grado di interpretarlo? Io posso darle qualche formula, anche se forse non di quelle che intende lei”
“Hey, allora forse non sono stato abbastanza chiaro, non sono arrivato dalla Terra sin qui su Marte per farmi prendere in giro da lei. Allora, ripeto lentamente e per l’ultima volta. Poi agirò in nome degli Stati Uniti d’America: co-me è arri-vato sin qui?”
“Piantala Michael, non ha capito che cosa ci ha detto? E’tutta una questione di ragionare nel modo giusto. E forse il tipo di ragionamento a cui si riferisce, è qualcosa a cui, da molti secoli, non siamo più abituati e che potremmo anche non capire”
“Certo, miei gentili e giovani amici, è proprio così. Voi da moltissimo tempo avete dimenticato cosa sia l’intelligenza complessiva delle cose”
“E sarebbe?”
“E sarebbe quel tipo di ragionamento che praticava la scienza e la cultura dell’antichità: noi non tagliavamo il capello in mille sottili fettine, come fate voi. Non parcellizzavamo il sapere. Noi cercavamo un’unica grande risposta per ogni domanda, sia che coinvolgesse l’infinitamente grande, che l’infinitamente piccolo. Sia quello che accade dentro il nostro corpo che fuori da esso. Sia sul pianeta Terra che sul più lontano asteroide in viaggio verso l’infinito. Perché l’universo è un grande unico corpo vivente e pulsante, fatto della medesima materia, che costituisce il vostro corpo, come le stelle, i fiori, gli animali e le rocce. E le grandi leggi che lo regolano non possono non essere le stesse tanto in alto quanto in basso. Insomma, quello a cui mi sto riferendo sono le grandi cosmogonie che noi studiosi dell’antichità generavamo. E così, studiando un fiore a Crotone, ci poteva capitare di capire cosa accadeva su Marte. Ma anche molto più lontano”.
“E ora invece?”
“E ora voi avete spezzettato il sapere in milioni, miliardi di particelle, così che non sapete nulla di cosa sa lo studioso della porta accanto. Come pensate mai di poter volare alto? Forse comprenderete qualcosa della briciola di sapere che vi è stata affidata. Ma non potrete più aspirare a comprendere il tutto. E nemmeno ad avvicinarvi al tutto ”.
“Un momento, un momento. Senta signor Pitagora, se lei intende trattarci come tre ragazzini ignoranti, sappia per sua norma e regola che noi siamo tre ingegneri laureati con il massimo dei voti nelle più prestigiose università statunitensi…”
“E anche specializzati. Ingegneria aerospaziale immagino. Vero signor Michael? Perdonatemi se vi ho dato questa impressione, ma non intendevo minimamente porre in dubbio la vostra competenza scientifica. Cercherò di spiegarmi meglio. Voi certamente sapete assai meglio di me cosa sono i pixel. Ebbene, se noi ingrandiamo sempre più un’immagine, per poterla analizzare meglio, ci troviamo a vedere un numero infinito di quadratini, o rettangoli, di colore diverso. Conosceremo in dettaglio ogni singolo pixel. Ma ci sfuggirà senz’altro l’immagine che i pixel compongono. La scienza negli ultimi quattrocento anni ha fatto esattamente questo: si è concentrata sempre più sul dettaglio, facendosi sfuggire il grande quadro d’insieme. L’universo è un immensa scacchiera. Se voliamo basso non vedremo altro che quadrati bianchi e neri. Ma se saliamo in alto, allora si che cominciano a vedersi, sempre più chiaramente i grandi disegni che quei quadratini compongono. Alcuni di noi, nell’antichità, hanno semplicemente fatto questo ”.
“Ragazzi, sentite il mio consiglio, salutiamo e torniamocene a casa”
“Si, Buzz, mi sembra la cosa migliore da fare”
“Arrivederci mister Pitagora”
“Ciao ragazzi. E cercate di capire, se potete”
Fine della registrazione.

“Pazzesco…”
“Hei, Julian, cosa vuoi farne di questa roba?”
“Cancella tutto”
“Ma stai scherzando?”
“No che non scherzo. Chi vuoi che ci prenda sul serio se diffondiamo questo documento? Penseranno tutti che sia una bufala. Così noi ci facciamo la figura dei grandissimi bugiardi e non ci crederà più nessuno, qualsiasi cosa diciamo”
“Mi sa che hai proprio ragione, Julian”.
Delete.

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delfi

E’ chiaro ormai che, in Italia, fornire un parere scientifico su un rischio, è diventato, di per sé, un rischio. Come è noto, a fine ottobre 2012, un magistrato italiano ha deciso di condannare sei scienziati esperti in terremoti, a sei anni di carcere, per aver sottovalutato il rischio di terremoto all’Aquila e aver semplicemente rassicurato il pubblico in una conferenza stampa. Secondo la sentenza, molte vite umane si sarebbero potute risparmiare se le famiglie, anziché essere tranquillizzate, fossero state indotte ad allontanarsi dalle loro case. E’evidente che il problema centrale di tutta questa tragica vicenda è quello di tutelare con ogni mezzo le vite umane. Ma a questo punto diventa di fondamentale importanza indicare con chiarezza qual è la divisione di responsabilità tra lo scienziato che esprime un’opinione e l’amministratore che prende una decisione. Altrimenti si correrà il rischio concreto, in futuro, che, per paura di finire in galera, un esperto rifiuterà di esprimere un’opinione, di formulare una previsione o, magari, semplicemente un’ipotesi. Ma la vicenda va analizzata con molta attenzione.

Un primo aspetto di questo dolorosi episodio che merita una riflessione, è l’evidente deresponsabilizzazione di chi, per mestiere, dovrebbe trasformare le valutazioni scientifiche in decisioni operative: cioè i nostri amministratori. Un uomo di scienza che prevede un evento, sia esso un terremoto, un’epidemia, o una precipitazione meteorologica, esprime, per definizione, una probabilità statistica, formulata alla luce dei dati in suo possesso e delle conoscenze scientifiche disponibili in quel momento. Quante probabilità ho che mi venga un infarto se non fumo, se ho una sana alimentazione e se la mia pressione è buona? Pochissime. Ma l’infarto mi può venire lo stesso. E posso comunque decidere di farmi una bella assicurazione per tutelare me e i miei familiari. Così è per le decisioni politiche. Le decisioni politiche sono altra cosa rispetto alle valutazioni che fa la scienza: il sindaco può decidere di spargere il sale sulla strada in previsione di una nevicata anche se sé cosciente che vi è una probabilità residua, sebbene minima, che il sole, quel giorno, spacchi le pietre. Se ha deciso così è perché ritiene che debba prevalere un principio di precauzione. Viceversa (e questo è successo) può decidere di non chiudere le scuole, pur in previsione dell’arrivo di un’importante epidemia d’influenza perché valuta che il panico procurato da questo provvedimento, il disagio per le famiglie, i giorni di studio da recuperare nei mesi successivi siano un prezzo troppo alto da pagare rispetto a qualche giorno di febbre. Le ragioni della scienza non possono essere quelle della politica. Una decisione politica non può essere demandata alla scienza. E l’uomo di scienza, se sbaglia previsione, non può essere punito, perché la probabilità di errore è parte integrante della sua previsione. Ma ormai per noi non è una novità che politici ed amministratori abdichino sistematicamente a favore del tecnico o dello scienziato di turno.

Tuttavia fermare l’analisi a questo punto sarebbe un errore. C’è un secondo problema, assai più importante alla base di quanto è successo. E’più importante perché affonda tenacemente le sue radici nella cultura e nelle convinzioni della maggior parte delle persone: l’opinione diffusa è che la scienza non può e non deve sbagliare, perché la Dea Scienza è infallibile. E se sbagli vi sono, questo è dovuto ai suoi indegni sacerdoti. Perché molta gente la pensa così? E perché questa visione così grossolanamente distorta è diventata addirittura una verità giudiziaria? Innanzitutto perché, in Italia, ancor oggi, il bagaglio culturale di un cittadino medio non prevede la benché minima infarinatura di ragionamento scientifico e dunque, se non si conosce neanche un minimo un territorio, non se ne conoscono neppure i suoi limiti e confini. E poi perché, in fondo, l’idea di una scienza onnipotente che ha contagiato la cultura dominante è stata diffusa proprio da alcuni influenti ambienti scientifici, cioè dai detentori di quello che Foucault definiva biopotere. Questa idea di scienza è molto conveniente perché muove grandi interessi economici, attira l’attenzione mediatica sui suoi grandi sacerdoti e conferisce ad essi un immenso potere. Oggi paghiamo le conseguenze anche della cattiva gestione del biopotere.

In ultimo, ma non per ultimo, voglio accennare ad un’altra ragione di questa pericolosissima sacralizzazione della scienza, che l’ha fatta diventare l’ultimo oracolo, salvo poi a voler gettare nella fossa dei serpenti gli oracoli che sbagliano: una società che ha perso il senso del sacro finisce per sacralizzare la scienza. In fondo, molti anni fa, ce lo ricordava Gaetano Salvemini: una cultura che non ha il senso del sacro è destinata all’arretratezza. E quella dell’Italia, soprattutto nel Mezzogiorno, crede di coltivare il sacro ma coltiva solo la superstizione. E se lo diceva un grande laico come Salvemini, possiamo davvero crederci.

Lo scorso novembre il noto quotidiano statunitense Wall Street Journal ha dedicato un articolo al romanzo “Quell’estate prima della fine del mondo”, opera del brillante e immaginifico avvocato barese Enzo Varricchio. Il libro in questione si ispira ai gialli del filone paranoide alla Dan Brown, facendone una garbata parodia. Ma in realtà parla di molte altre cose. In particolare, quello che ha colpito il giornale economico è stata una serie di scenari previsti per il futuro e puntualmente realizzatisi dopo l’uscita del libro, dalle proteste di piazza degli indignados, alla caduta del governo Berlusconi, fino all’elezione bipartisan di un governo tecnico. Il bello sarà se si realizzeranno anche le ulteriori previsioni fatte dall’autore, ben più sconvolgenti.
Al di là di tutto però, quello che ci ricorda Varricchio è che il mondo, almeno quello che noi conoscevamo, è ormai finito. Che ce ne siamo accorti o meno, che ci piaccia o meno, che il momento di rottura sia stato l’estate del 2011, anno dell’uscita del libro, o quella del 2012, anno della sua ambientazione, le cose stanno proprio così.
In realtà, a dispetto di quello che si pensa, le grandi epoche non sono quasi mai finite all’improvviso: spesso si inizia in sordina e, dopo un tempo imprevedibile, a poco a poco, ci si trova in un mondo completamente diverso. A volte vi à un episodio traumatico che segna un confine, a volte no. Chi ha occhi per leggere le cose del mondo si accorge di questo prima degli altri.
Che il mondo economico, sociale, energetico, del lavoro, in cui eravamo nati sia ormai finito e che si sia in una lunga e imprevedibile era di transizione, è ormai sotto gli occhi di tutti. La fine della scienza per come l’abbiamo intesa sino ad oggi è un evento assai meno visibile, e forse anche assai meno accettabile. Ma anche in questo caso molti dei paradigmi dominanti stanno venendo meno e siamo in piena epoca di transizione.
Sono ormai molti anni che serpeggia fra gli uomini di scienza, nella cultura, ma soprattutto fra la gente, un sottile e inconfessato malessere. Nel momento storico in cui il progresso scientifico sembra essere arrivato al suo apice, la sfiducia nei suoi confronti è crescente. Ebbene si, la scienza post galileiana, post newtoniana è in crisi, forse è già morta. Ma, a differenza dell’economia, del lavoro, della politica, delle energie, su questo argomento esiste una censura. Anzi, diverse censure, perché la crisi della scienza fa davvero paura. L’immagine di una scienza e di una medicina sempre vincente, capace di risolvere ogni problema, se non oggi certamente domani, è un immagine che, se messa in crisi, atterrisce i pazienti, blocca i finanziamenti pubblici e privati che muovono i settori industriali più grandi e potenti del mondo. Ma questa crisi non conviene molto neanche agli organi d’informazione, alla stampa, alla televisione, in altre parole a tutti quelli che formano l’opinione pubblica, a tutti quelli che determinano la cultura corrente. L’idea di una scienza che scopre le sue debolezze, che analizza i suoi limiti, che si compulsa sulle ragioni della sua perdita di credibilità, è un qualcosa che fa paura, ma non fa notizia. Anche la cultura dominante non ama far filtrare la notizia che la scienza è in crisi. Perché, nonostante tutto, l’immagine della scienza che circola tuttora è ancora quella che è uscita dalla grande ubriacatura positivista tra il XIX e il XX secolo, la scienza rassicurante delle “magnifiche sorti e progressive”, che nessuno avrebbe mai fermato.
Ma chi ha occhi per vedere quello che gli altri non vedono, intuisce già come sarà la scienza e la medicina del futuro. Questo è in realtà quanto oggi ci serve: occhi nuovi per leggere i segni che ci porta questa fine del mondo, per capire cosa sorgerà dalle macerie del passato. Occhi che siano capaci di leggere gli eventi da angolature diverse, inconsuete, occhi di uomini a testa in giù rispetto alla cultura dominante. Come suggerisce la copertina del libro.
Cosa ci porterà il nuovo mondo? Difficile dirlo ora. Una cosa è certa. Il futuro lo costruirà chi avrà salde e profonde radici nel passato, chi riuscirà a leggere la storia della nostra evoluzione scientifica non più in bianco e nero, come negazione di tutto ciò che è accaduto prima di Newton e Galilei ed esaltazione di tutto quello che è accaduto dopo. Ma come la storia di un unico cammino, che fa tesoro di tutto quello che gli serve per proseguire, da qualsiasi epoca e cultura esso provenga.

Ballando con Pistorius

8 gennaio 2012


Il 7 gennaio scorso Oscar Pistorius ha danzato in una popolare trasmissione televisiva. Come è noto, l’atleta è affetto da una malformazione congenita degli arti inferiori che ne rese necessaria l’amputazione all’età di 11 mesi. Ma questo non gli ha impedito di diventare un campione sportivo, utilizzando, al posto delle gambe, delle protesi costituite da lamine in titanio. Anzi, queste protesi gli hanno permesso di superare le prestazioni che avrebbe realizzato con degli arti naturali. Che egli riesca anche a danzare con maestria non può che essere motivo di gioia. Pistorius si è imposto al suo destino. E su quest’uomo c’è poco da discutere. Ma la notizia ci impone anche delle riflessioni sulle differenze tra scienza e tecnica. La tecnica, technè, per i greci, era la capacità di produrre qualcosa, la realizzazione di un’opera, di un ergon. Era attività artigianale, anche se nel senso più nobile del termine. Nella nostra cultura la tecnica si è sempre più fusa, e confusa, con la scienza. Tuttavia, a dispetto del fatto che i due termini sono spesso utilizzati come sinonimi, la differenza è netta, perché se tecnica è perizia costruttiva, scienza è invece conoscenza. Certo, il ruolo della medicina è quello di produrre, o riprodurre, salute. E la tecnica è spesso l’unica scorciatoia possibile quando la scienza-conoscenza non ci consente di farlo diversamente. Se la conoscenza non ci consente di prevenire, guarire, e nemmeno curare una malattia, allora la tecnica interviene in nostro aiuto, con un’azione artigianale, per produrre protesi e simulare uno stato di normalità, di salute originaria. Ma non dimentichiamoci mai che dietro una qualsiasi protesi, celebrata dalla scienza come vittoria della conoscenza, c’è sempre un corpo mutilato, malato, sofferente. La technè non è quasi mai una vittoria della salute. La conoscenza lo è quasi sempre.

Coming soon…

22 dicembre 2010

E’imminente l’uscita del mio ultimo saggio “Elogio dell’Induzione…e della Magia”, per i tipi delle edizioni Mediterranee. Il libro sarà nelle edicole da gennaio, ma è già in vendita su Internet (vedi il link sulla colonna a destra).
In maniera un po’ provocatoria faccio convivere nel titolo l’Induzione con la Magia. Che ci fa l’Induzione, termine coniato da Aristotele per indicare la fase in cui il ricercatore, partendo dai dati della sua osservazione costruisce un’ipotesi, insieme con la Magia, nome che fa storcere il naso e girare sdegnosamente la testa dall’altra parte a chiunque si interessi di Scienza?
In realtà, per la cultura rinascimentale e fino a Giordano Bruno, il Mago era “l’uomo sapiente e virtuoso”, colui che coltivava e perfezionava sé stesso per rendersi degno e pronto per indagare i segreti dell’universo e del corpo umano. Questa dimensione soggettiva della conoscenza si è via via perduta nei secoli successivi: in un’affannosa caccia all’oggettività della scienza, il soggetto, cioè l’uomo di scienza, è stato completamente perso di vista.
Insomma, con questo libro io mi propongo di esplorare non tanto la scienza, ma l’uomo che si occupa di scienza, la dimensione soggettiva del conoscere.
La mia ricerca fonda su un’ipotesi: la scienza moderna è in crisi, soprattutto la scienza medica, ed è difficile negarlo. E le teorie ufficiali della filosofia della scienza ormai non riescono più a dare risposte soddisfacenti.
Questo libro è un viaggio a ritroso nel tempo, alla riscoperta del pensiero dimenticato di quegli Uomini che, dal nulla, hanno costruito i pilastri su cui poggia la cultura scientifica moderna.
Quegli Uomini puntarono su una grande risorsa che la scienza moderna ha sistematicamente ignorato: le proprie capacità intellettuali e umanistiche, studiandole e perfezionandole con percorsi della mente che, con questo libro mi propongo di riscoprire.

La scommessa…

23 agosto 2010


“Verweile doch! Du bist so schön“
Fermati! sei così bello.
(Faust – W. Goethe)
“Che cosa non mi piace della morte? Forse l’ora.”
(W. Allen)

In un articolo pubblicato su “l’Espresso” del 29 luglio scorso, il politico-chirurgo Ignazio Marino ci ha ricordato di una storica scommessa fatta or sono dieci anni fa. I “giocatori” erano due biologi cellulari: Steven Austrad, di San Antonio – Texas e S. Jay Olshansky, di Chicago. L’argomento della scommessa tra i due scienziati era il seguente: è già nata o no la donna che vivrà 150 anni? La scommessa riguardava la donna e non l’uomo perché, come sappiamo, l’aspettativa di vita del cosiddetto sesso debole è leggermente superiore rispetto a quella del presunto sesso forte. La cifra scommessa all’epoca non era particolarmente elevata (300 dollari), ma lieviterà nel 2151 a circa mezzo milione di dollari che faranno la felicità di qualche erede di Austrad se, come molti ritengono (fra cui anche Marino), in quell’anno, in qualche parte del mondo, una donna avrà spento le fatidiche 150 candeline.
E’curioso, ma sembra che il progressivo allungamento della vita media, che stiamo osservando da alcuni decenni, sia direttamente proporzionale alla paura che abbiamo d’invecchiare e di morire: più a lungo campiamo e meno siamo soddisfatti della nostra attesa di vita. Insomma, la consapevolezza di poter vivere più a lungo non ci rende affatto più accettabile l’idea della morte. Anzi, accade il contrario. La cosa più paradossale è il ritrovare molta maggior serenità nei confronti della morte negli scritti di uomini vissuti in epoche in cui un quarantenne poteva già considerarsi ragionevolmente anziano. Sapere di essere ospiti di passaggio su questa terra dava nel passato l’urgenza di cercare un significato ai propri giorni.
Che il trovare il proprio ruolo, la propria eternità in vita sia un ottimo antidoto contro l’angoscia della morte, è spiegato mirabilmente da Ernest Becker in altra pagina di questi “Dialoghi”, e non tornerò sull’argomento. Ciò su cui volevo riflettere è invece il fatto che noi oggi siamo concentrati sull’obiettivo di allungare il più possibile la nostra aspettativa di vita, salute ed efficienza fisica (cosa in sé più che legittima), ed abbiamo perso di vista il fatto che ò proprio la contezza della brevità della nostra esistenza che ci spinge a cercare di darle un senso e, contemporaneamente, ad accettare l’ineluttabilità della nostra fine terrena.
I pensatori antichi sostenevano che, se ci sapessimo eterni, con molta probabilità, non sentiremmo più l’esigenza di lottare per un obiettivo, di interrogarci sul significato della vita. Diventeremmo una zattera alla mercé di una deriva senza più alcun costrutto.
Il tempo è quella sottile linea di confine tra la materia e lo spirito. Accettare il confronto con la morte vuol dire maturare la consapevolezza di questo confine, e da qui iniziare a porci quegli interrogativi che rendono nobile e sensata la nostra esistenza. La più grande delle libertà che si possa acquisire è quella dalla paura della morte.
La scienza in generale e la medicina in particolare, oltre a continuare a combattere questa doverosa battaglia per allungare l’aspettativa di vita e di salute, dovrebbero iniziare una riflessione sul significato da dare a questi anni in più che molti di noi si apprestano a trascorrere sulla terra.