Lo scorso novembre il noto quotidiano statunitense Wall Street Journal ha dedicato un articolo al romanzo “Quell’estate prima della fine del mondo”, opera del brillante e immaginifico avvocato barese Enzo Varricchio. Il libro in questione si ispira ai gialli del filone paranoide alla Dan Brown, facendone una garbata parodia. Ma in realtà parla di molte altre cose. In particolare, quello che ha colpito il giornale economico è stata una serie di scenari previsti per il futuro e puntualmente realizzatisi dopo l’uscita del libro, dalle proteste di piazza degli indignados, alla caduta del governo Berlusconi, fino all’elezione bipartisan di un governo tecnico. Il bello sarà se si realizzeranno anche le ulteriori previsioni fatte dall’autore, ben più sconvolgenti.
Al di là di tutto però, quello che ci ricorda Varricchio è che il mondo, almeno quello che noi conoscevamo, è ormai finito. Che ce ne siamo accorti o meno, che ci piaccia o meno, che il momento di rottura sia stato l’estate del 2011, anno dell’uscita del libro, o quella del 2012, anno della sua ambientazione, le cose stanno proprio così.
In realtà, a dispetto di quello che si pensa, le grandi epoche non sono quasi mai finite all’improvviso: spesso si inizia in sordina e, dopo un tempo imprevedibile, a poco a poco, ci si trova in un mondo completamente diverso. A volte vi à un episodio traumatico che segna un confine, a volte no. Chi ha occhi per leggere le cose del mondo si accorge di questo prima degli altri.
Che il mondo economico, sociale, energetico, del lavoro, in cui eravamo nati sia ormai finito e che si sia in una lunga e imprevedibile era di transizione, è ormai sotto gli occhi di tutti. La fine della scienza per come l’abbiamo intesa sino ad oggi è un evento assai meno visibile, e forse anche assai meno accettabile. Ma anche in questo caso molti dei paradigmi dominanti stanno venendo meno e siamo in piena epoca di transizione.
Sono ormai molti anni che serpeggia fra gli uomini di scienza, nella cultura, ma soprattutto fra la gente, un sottile e inconfessato malessere. Nel momento storico in cui il progresso scientifico sembra essere arrivato al suo apice, la sfiducia nei suoi confronti è crescente. Ebbene si, la scienza post galileiana, post newtoniana è in crisi, forse è già morta. Ma, a differenza dell’economia, del lavoro, della politica, delle energie, su questo argomento esiste una censura. Anzi, diverse censure, perché la crisi della scienza fa davvero paura. L’immagine di una scienza e di una medicina sempre vincente, capace di risolvere ogni problema, se non oggi certamente domani, è un immagine che, se messa in crisi, atterrisce i pazienti, blocca i finanziamenti pubblici e privati che muovono i settori industriali più grandi e potenti del mondo. Ma questa crisi non conviene molto neanche agli organi d’informazione, alla stampa, alla televisione, in altre parole a tutti quelli che formano l’opinione pubblica, a tutti quelli che determinano la cultura corrente. L’idea di una scienza che scopre le sue debolezze, che analizza i suoi limiti, che si compulsa sulle ragioni della sua perdita di credibilità, è un qualcosa che fa paura, ma non fa notizia. Anche la cultura dominante non ama far filtrare la notizia che la scienza è in crisi. Perché, nonostante tutto, l’immagine della scienza che circola tuttora è ancora quella che è uscita dalla grande ubriacatura positivista tra il XIX e il XX secolo, la scienza rassicurante delle “magnifiche sorti e progressive”, che nessuno avrebbe mai fermato.
Ma chi ha occhi per vedere quello che gli altri non vedono, intuisce già come sarà la scienza e la medicina del futuro. Questo è in realtà quanto oggi ci serve: occhi nuovi per leggere i segni che ci porta questa fine del mondo, per capire cosa sorgerà dalle macerie del passato. Occhi che siano capaci di leggere gli eventi da angolature diverse, inconsuete, occhi di uomini a testa in giù rispetto alla cultura dominante. Come suggerisce la copertina del libro.
Cosa ci porterà il nuovo mondo? Difficile dirlo ora. Una cosa è certa. Il futuro lo costruirà chi avrà salde e profonde radici nel passato, chi riuscirà a leggere la storia della nostra evoluzione scientifica non più in bianco e nero, come negazione di tutto ciò che è accaduto prima di Newton e Galilei ed esaltazione di tutto quello che è accaduto dopo. Ma come la storia di un unico cammino, che fa tesoro di tutto quello che gli serve per proseguire, da qualsiasi epoca e cultura esso provenga.

Ballando con Pistorius

8 gennaio 2012


Il 7 gennaio scorso Oscar Pistorius ha danzato in una popolare trasmissione televisiva. Come è noto, l’atleta è affetto da una malformazione congenita degli arti inferiori che ne rese necessaria l’amputazione all’età di 11 mesi. Ma questo non gli ha impedito di diventare un campione sportivo, utilizzando, al posto delle gambe, delle protesi costituite da lamine in titanio. Anzi, queste protesi gli hanno permesso di superare le prestazioni che avrebbe realizzato con degli arti naturali. Che egli riesca anche a danzare con maestria non può che essere motivo di gioia. Pistorius si è imposto al suo destino. E su quest’uomo c’è poco da discutere. Ma la notizia ci impone anche delle riflessioni sulle differenze tra scienza e tecnica. La tecnica, technè, per i greci, era la capacità di produrre qualcosa, la realizzazione di un’opera, di un ergon. Era attività artigianale, anche se nel senso più nobile del termine. Nella nostra cultura la tecnica si è sempre più fusa, e confusa, con la scienza. Tuttavia, a dispetto del fatto che i due termini sono spesso utilizzati come sinonimi, la differenza è netta, perché se tecnica è perizia costruttiva, scienza è invece conoscenza. Certo, il ruolo della medicina è quello di produrre, o riprodurre, salute. E la tecnica è spesso l’unica scorciatoia possibile quando la scienza-conoscenza non ci consente di farlo diversamente. Se la conoscenza non ci consente di prevenire, guarire, e nemmeno curare una malattia, allora la tecnica interviene in nostro aiuto, con un’azione artigianale, per produrre protesi e simulare uno stato di normalità, di salute originaria. Ma non dimentichiamoci mai che dietro una qualsiasi protesi, celebrata dalla scienza come vittoria della conoscenza, c’è sempre un corpo mutilato, malato, sofferente. La technè non è quasi mai una vittoria della salute. La conoscenza lo è quasi sempre.

Coming soon…

22 dicembre 2010

E’imminente l’uscita del mio ultimo saggio “Elogio dell’Induzione…e della Magia”, per i tipi delle edizioni Mediterranee. Il libro sarà nelle edicole da gennaio, ma è già in vendita su Internet (vedi il link sulla colonna a destra).
In maniera un po’ provocatoria faccio convivere nel titolo l’Induzione con la Magia. Che ci fa l’Induzione, termine coniato da Aristotele per indicare la fase in cui il ricercatore, partendo dai dati della sua osservazione costruisce un’ipotesi, insieme con la Magia, nome che fa storcere il naso e girare sdegnosamente la testa dall’altra parte a chiunque si interessi di Scienza?
In realtà, per la cultura rinascimentale e fino a Giordano Bruno, il Mago era “l’uomo sapiente e virtuoso”, colui che coltivava e perfezionava sé stesso per rendersi degno e pronto per indagare i segreti dell’universo e del corpo umano. Questa dimensione soggettiva della conoscenza si è via via perduta nei secoli successivi: in un’affannosa caccia all’oggettività della scienza, il soggetto, cioè l’uomo di scienza, è stato completamente perso di vista.
Insomma, con questo libro io mi propongo di esplorare non tanto la scienza, ma l’uomo che si occupa di scienza, la dimensione soggettiva del conoscere.
La mia ricerca fonda su un’ipotesi: la scienza moderna è in crisi, soprattutto la scienza medica, ed è difficile negarlo. E le teorie ufficiali della filosofia della scienza ormai non riescono più a dare risposte soddisfacenti.
Questo libro è un viaggio a ritroso nel tempo, alla riscoperta del pensiero dimenticato di quegli Uomini che, dal nulla, hanno costruito i pilastri su cui poggia la cultura scientifica moderna.
Quegli Uomini puntarono su una grande risorsa che la scienza moderna ha sistematicamente ignorato: le proprie capacità intellettuali e umanistiche, studiandole e perfezionandole con percorsi della mente che, con questo libro mi propongo di riscoprire.

La scommessa…

23 agosto 2010


“Verweile doch! Du bist so schön“
Fermati! sei così bello.
(Faust – W. Goethe)
“Che cosa non mi piace della morte? Forse l’ora.”
(W. Allen)

In un articolo pubblicato su “l’Espresso” del 29 luglio scorso, il politico-chirurgo Ignazio Marino ci ha ricordato di una storica scommessa fatta or sono dieci anni fa. I “giocatori” erano due biologi cellulari: Steven Austrad, di San Antonio – Texas e S. Jay Olshansky, di Chicago. L’argomento della scommessa tra i due scienziati era il seguente: è già nata o no la donna che vivrà 150 anni? La scommessa riguardava la donna e non l’uomo perché, come sappiamo, l’aspettativa di vita del cosiddetto sesso debole è leggermente superiore rispetto a quella del presunto sesso forte. La cifra scommessa all’epoca non era particolarmente elevata (300 dollari), ma lieviterà nel 2151 a circa mezzo milione di dollari che faranno la felicità di qualche erede di Austrad se, come molti ritengono (fra cui anche Marino), in quell’anno, in qualche parte del mondo, una donna avrà spento le fatidiche 150 candeline.
E’curioso, ma sembra che il progressivo allungamento della vita media, che stiamo osservando da alcuni decenni, sia direttamente proporzionale alla paura che abbiamo d’invecchiare e di morire: più a lungo campiamo e meno siamo soddisfatti della nostra attesa di vita. Insomma, la consapevolezza di poter vivere più a lungo non ci rende affatto più accettabile l’idea della morte. Anzi, accade il contrario. La cosa più paradossale è il ritrovare molta maggior serenità nei confronti della morte negli scritti di uomini vissuti in epoche in cui un quarantenne poteva già considerarsi ragionevolmente anziano. Sapere di essere ospiti di passaggio su questa terra dava nel passato l’urgenza di cercare un significato ai propri giorni.
Che il trovare il proprio ruolo, la propria eternità in vita sia un ottimo antidoto contro l’angoscia della morte, è spiegato mirabilmente da Ernest Becker in altra pagina di questi “Dialoghi”, e non tornerò sull’argomento. Ciò su cui volevo riflettere è invece il fatto che noi oggi siamo concentrati sull’obiettivo di allungare il più possibile la nostra aspettativa di vita, salute ed efficienza fisica (cosa in sé più che legittima), ed abbiamo perso di vista il fatto che ò proprio la contezza della brevità della nostra esistenza che ci spinge a cercare di darle un senso e, contemporaneamente, ad accettare l’ineluttabilità della nostra fine terrena.
I pensatori antichi sostenevano che, se ci sapessimo eterni, con molta probabilità, non sentiremmo più l’esigenza di lottare per un obiettivo, di interrogarci sul significato della vita. Diventeremmo una zattera alla mercé di una deriva senza più alcun costrutto.
Il tempo è quella sottile linea di confine tra la materia e lo spirito. Accettare il confronto con la morte vuol dire maturare la consapevolezza di questo confine, e da qui iniziare a porci quegli interrogativi che rendono nobile e sensata la nostra esistenza. La più grande delle libertà che si possa acquisire è quella dalla paura della morte.
La scienza in generale e la medicina in particolare, oltre a continuare a combattere questa doverosa battaglia per allungare l’aspettativa di vita e di salute, dovrebbero iniziare una riflessione sul significato da dare a questi anni in più che molti di noi si apprestano a trascorrere sulla terra.

Ipazia di Alessandria

29 aprile 2010

Non senza qualche difficoltà, il 23 aprile è uscito anche sugli schermi italiani il film “Agora”: la storia di Ipazia, astronoma, filosofa neoplatonica e matematica alessandrina, condannata a morte nel 415 d.C. per eresia e stregoneria dal vescovo Cirillo (fatto poi santo e dottore della Chiesa). Tanto per la cronaca, va precisato che la filosofa venne scarnificata con cocci di conchiglie.
Il film è stato, non a torto, definito un atto d’accusa contro le intolleranze di tutti i tempi.
In realtà, il suo valore è anche un altro: fra le righe ci documenta la vivacità intellettuale della scienza antica in un epoca generalmente considerata di oscurantismo e di ignoranza. Ipazia probabilmente aveva intuito, assai prima di Keplero, il moto ellittico dei corpi celesti. Non possiamo esserne sicuri. Tuttavia il film ci ricorda anche molte ardite, e ampiamente misconosciute, intuizioni scientifiche degli antichi pensatori. Per esempio, Parmenide sosteneva che la terra, la luna ed il sole siano sfere, che la luna giri intorno alla terra, per quanto cerchi sempre ansiosamente i raggi del sole, da cui essa prende a prestito la luce che illumina le nostre notti. Ma anche Platone e Aristarco la vedevano più o meno così e pensavano che la terra ruoti su sé stessa e giri attorno al sole. Che la terra non fosse piatta ma sferica era un concetto assai diffuso nell’antichità. Più di 2000 anni fa, con un paletto e molta genialità Eratostene riuscì a calcolare il diametro della terra sbagliando solo di un centinaio di chilometri. Molti altri esempi di grandi scoperte della scienza antica (soprattutto nel campo della medicina) potrete trovarli, se siete interessati, nel capitolo “L’eredità delle scuole sapienziali” di questo blog.
L’oscurantismo di quei tempi non era dovuto all’assenza di idee e scoperte, ma alla censura che si abbatteva su di esse. E se delle sventure di Giordano Bruno e Galilei si parla da tempo, la storia di Ipazia molti di voi la conoscono solo ora.

 

Se dovessimo rispondere a questa domanda andando a cercare qualcosa che ricordi questo argomento, nei programmi di studi universitari dei futuri medici, non troveremmo assolutamente nulla.

Se dovessimo rispondere a questa domanda andando a cercare tematiche di metodologia medica nei percorsi  di aggiornamento dei medici, non troveremmo un rigo dedicato a questo argomento.

Se dovessimo rispondere a questa domanda andando a cercare nelle biblioteche libri dedicati alla filosofia della medicina o al metodo medico troveremmo pochissimo e, quel poco, scritto in genere da non medici e con un  linguaggio  arzigogolato, se non incomprensibile.

Se dovessimo rispondere a questa domanda andando a chiedere direttamente ai medici, scopriremmo che molti di loro si interrogano quotidianamente sul loro metodo. Molti di loro si domandano ogni giorno se operano  bene o male. Ma questi interrogativi non trovano alcuna risposta perché mancano del tutto punti di riferimento, manca una tradizione culturale su questo tema, mancano sedi fisiche o virtuali in cui si possa dibattere di questo argomento.

Ad eccezion fatta di una bioetica spesso monopolizzata da pochi gruppi di pensiero, di tematiche politiche o sindacali, non c’è nulla.

Molti medici  trascorreranno la loro intera vita professionale senza potersi fermare neanche un momento a riflettere sul loro metodo.

Dunque esiste una “filosofia della medicina”? La risposta è no. Ma ne sentiamo tanto il bisogno…