Secondo un principio universalmente accettato, il metodo logico attualmente utilizzato dalla scienza è il frutto di un’evoluzione che parte dal pensiero greco, soprattutto da quello di Aristotele duemila e quattrocento anni fa, e che si sviluppa in una serie di progressive modifiche che, come avrò modo di argomentare, sono in realtà tutte varianti successive sul tema.

Aristotele è, da sempre, il padre nobile di ogni metodo scientifico e, certamente, a modo suo, la scienza la portava nel sangue: figlio del medico personale di Aminta, il re di Macedonia e medico egli stesso, ha introdotto due fondamentali elementi nell’attività scientifica: il primo è quello descrittivo: l’uomo di scienza deve osservare e descrivere i fenomeni naturali così come un bravo magazziniere inventaria e classifica la propria merce.

Il secondo elemento è strettamente inerente al ragionamento, che Aristotele disegna secondo due principi- guida fondamentali: l’induttivo e il deduttivo. Il primo parte da singole osservazioni e, sulla base di queste, costruisce leggi generali. Il secondo segue il processo inverso, cioè riconduce le osservazioni empiriche a leggi generali. Essi vengono utilizzati alternativamente, prima per creare principi generali e poi per convalidarli, smentirli o modificarli parzialmente. Spiegate così le cose, i due principi sembrano, in effetti, due facce della stessa medaglia. In realtà le differenze tra loro sono radicali. Se infatti il principio logico- deduttivo è un sistema di verifica, l’induttivo è un sistema “creativo” e dunque prevede un tipo di ragionamento assai diverso e più complesso: l’”intuizione” delle leggi che regolano i fenomeni. L’induzione-intuizione richiede dunque qualità assai diverse dalla deduzione: richiede la capacità di “bucare” l’apparenza, di districarsi tra l’inevitabile complessità, contraddittorietà ed incompletezza del mondo fenomenico, per quello che ci appare.

Tuttavia il pensiero scientifico non ha mai preso per nulla in considerazione l’aspetto creativo dell’induzione. Semmai , come vedremo, è stato sottolineato da alcuni il possibile risvolto dogmatico ed arbitrario che potrebbe assumere l’induzione aristotelica, con la sua pretesa di desumere, da poche osservazioni, i concetti universali. E tuttavia, nella storia della scienza la dualità aristotelica induzione – deduzione, per quanto contestata, non è mai stata radicalmente rivoluzionata, ma solo arricchita.

La prima grande modifica nel metodo di approccio alla conoscenza si deve a Francis Bacon. Egli è il primo a costruire una dura critica alla fase induttiva del metodo di Aristotele: l’accusa che lui lancia all’induzione aristotelica è quella di lasciare un vuoto incolmabile fra i dati dell’osservazione e le proposizioni universali. In altre parole a Bacone non piace che Aristotele balzi da pochi dati di osservazione a pretesi principi generali solo sulla base di mere elencazioni numeriche. Effettivamente Aristotele era convinto che fosse possibile spiegarsi i fenomeni osservati attraverso il solo ragionamento, attraverso un esercizio di virtuosismo dialettico. Così, partendo dai dati di cui disponeva, il grande filosofo traeva acrobatiche generalizzazioni e, spesso…sbagliava di grosso.

La critica baconiana all’induzione per semplice enumerazione di Aristotele è ben espressa da Bertrand Russell nella sua “Storia della filosofia occidentale” con un piccolo aneddoto:

In un piccolo villaggio del Galles si svolse un censimento. I bravi cittadini, chiamati uno dopo l’altro, dichiaravano le loro generalità: si chiamavano tutti William Williams. Così, dopo un po’, il solerte funzionario, decise di interrompere quel noioso censimento visto che era ormai chiaro che, in quel villaggio di uomini con poca fantasia, tutti si chiamavano nello stesso modo. Così non si accorse che ve ne era uno che si chiamava John Jones.

Bacone contesta questo metodo: i sillogismi vanno costruiti in maniera graduale, attraverso un meccanismo di osservazione sperimentale della natura. Egli propugna l’abbandono del metodo basato su un approccio essenzialmente teorico alla realtà, a favore di un sistema completamente nuovo, di stampo pratico, sperimentale, che ci ponga a diretto contatto con la natura. Vedremo più in là quanto questa intuizione si debba all’influsso della cultura magico – alchemica.

Mentre dunque l’induzione aristotelica è un meccanismo essenzialmente scolastico e assiomatico, l’induzione baconiana è pratica e sperimentale, basata sull’osservazione dei fenomeni naturali, delle occasioni in cui essi si verificano e di quelle in cui non hanno luogo, come sulle variazioni della loro intensità. Per Bacone non dobbiamo infatti essere né come ragni, che srotolano dal proprio interno ciò che serve loro, né come formiche, che si limitano ad accumulare, ma come api, che raccolgono e dispongono opportunamente.

Bacone dunque ritiene che lo scienziato debba iniziare il proprio lavoro effettuando un certo numero di osservazioni. Queste osservazioni devono essere obiettive, complete, riproducibili, raccolte in assenza di pregiudizi e quanto più possibile quantitative. In una parola, devono riflettere le cose come stanno, senza venire distorte da alcuna opinione personale (i suoi famosi idola). Dai fatti osservati il ricercatore passa a formulare una legge o un’ipotesi generale. Successivamente, da questa legge o da queste ipotesi vengono dedotte alcune conseguenze osservabili. Quindi le osservazioni possibili vengono verificate. Se queste vengono riscontrate, la legge o l’ipotesi viene confermata altrimenti viene respinta.

Bacone, si sa, non fu mai un grande scienziato e, soprattutto la matematica non fu mai il suo forte. Tuttavia egli seppe interpretare nel modo giusto e al momento giusto la tensione di un mondo in grande espansione culturale, verso la scienza e le aspettative generate dal suo sviluppo che iniziava una fase di rapida ascesa.

Un contributo assai notevole al metodo sperimentale giunse da uno scienziato vero: Galileo Galilei, contemporaneo di Francesco Bacone.

Egli riprende l’analisi dell’approccio sperimentale baconiano e ne distingue tre fasi.  In una prima fase lo scienziato osserva i fenomeni cercando di quantificarli: è questa la fase di “misurazione dei fenomeni”. In una seconda fase egli formula delle ipotesi e, in una terza fase, di “cimento”, le sue ipotesi vengono verificate, servendosi, se possibile, di modelli sperimentali. Come possiamo vedere, il metodo di Galileo (come pure quello di Bacone) può comunque essere considerato un arricchimento di quello aristotelico: infatti le due prime fasi possono essere comprese nel momento induttivo, che egli arricchisce inserendo il principio di “misurabilità” dei fenomeni naturali. mentre la terza fase corrisponde a quella deduttiva, in cui egli, continuando l’esempio di Leonardo, introduce l’uso di modelli sperimentali. Egli stesso, per altro, a differenza di Bacone, non ha la pretesa di rompere la continuità con Aristotele. Galileo dice: “Io sono il vero aristotelico: se Aristotele tornasse in vita seguirebbe il mio metodo, cioè quello di interrogare la natura, non il loro, che è quello di interrogare vecchi libri”.

Cartesio, contemporaneo di Bacone e Galileo, come è noto, irrompe nel dibattito scientifico con una tematica che assumerà un risalto progressivamente crescente nei secoli successivi: la ricerca di un metodo oggettivo e inoppugnabile, diciamo un Metodo con la emme maiuscola. La concezione del Metodo cartesiano si basa infatti su tre asserti fondamentali:

In primo luogo, egli ritiene che la scienza si distingue da ogni altra attività intellettuale perché può contare su di un Metodo universale e preciso, basato su regole certe e facili. Scrive nel suo “Regulae ad directionem ingenii“:

“Io per Metodo intendo regole certe e facili che, esattamente osservate, non potranno mai far scambiare per vero ciò che è falso; così chiunque (…) giungerà alla vera conoscenza di tutte quelle cose di cui sarà capace.”

Per Cartesio, solo l’applicazione rigorosa del metodo garantisce il raggiungimento dello scopo della scienza. Infatti quello che fa della scienza un’impresa cognitiva razionale è il Metodo. Ma comunque anche Cartesio, con il suo appello al Metodo, non sconvolge certo il costrutto aristotelico anzi, ne rafforza l’utilità. Semmai lo ribalta. Infatti, come è noto, la sua costruzione logica parte dal famoso principio del “cogito ergo sum” cioè dalla convinzione che esistono concetti intuitivamente auto-evidenti. Per questa ragione Cartesio fa partire il suo costrutto logico dalla deduzione, cioè da concetti assiomatici, che non hanno bisogno di dimostrazione sperimentale.

 Una profonda innovazione al metodo scientifico è stata quella apportata in tempi assai più recenti da Karl Popper.

Egli, innanzi tutto riprende il dibattito sull’induzione, con l’idea di metterne in seria discussione l’esistenza stessa. Popper trova infatti nei concetti di induzione di Aristotele, ma soprattutto di Bacone, un che di arbitrario e dogmatico. Egli cioè sostiene che dall’osservazione di principi particolari non si può evincere alcuna regola generale. Solo dalle ipotesi, dichiaratamente provvisorie è possibile iniziare la costruzione deduttiva, senza correre il rischio di cadere nel dogma. Dunque da asserzioni singole non è legittimo risalire a principi universali, come già sosteneva David Hume con un suo noto asserto: se vedo solo corvi neri questo non vuol dire che in giro non vi sia un corvo bianco, dunque non posso dire che tutti i corvi sono neri.

  Come si vede questa sua contestazione somiglia molto a quella che già Bacone faceva ad Aristotele (ricordate la storiella del censimento nel villaggio gallese ricordata da Russell), ma le sue conclusioni sono ben diverse:

 “Non c’è induzione, perché le teorie universali non sono mai deducibili da asserzioni singolari. Ma le teorie possono essere confutate da asserzioni singolari, da descrizioni di fatti osservabili…Dunque non c’è induzione, il nostro ragionamento non procede mai da fatti a teorie, se non per confutazioni o «falsificazioni».”

 Da: “Logica della scoperta scientifica”.

 E ancora:

“ Se, con Reichenbach, distinguiamo tra una «procedura del trovare» e una «procedura del giustificare» un’ipotesi, dobbiamo dire che la prima procedura, la procedura del trovare un’ipotesi, non può essere ricostruita razionalmente. Tuttavia, secondo me la procedura del giustificare le ipotesi non ci conduce a nulla di cui si possa dire che appartiene a una logica induttiva. Infatti una teoria dell’induzione è superflua. Non ha alcuna funzione in una logica della scienza…non c’è neppure bisogno di menzionare l’induzione”

 In realtà, nella stessa opera, egli ammette l’esistenza di una “tendenza” al processo induttivo quando, a seguito dell’affinamento delle conoscenze, si raggiunge un livello di universalità delle conoscenze progressivamente maggiore:

 “Sarà forse meglio, perciò, descrivere quella tendenza – il progresso verso teorie di un livello di universalità sempre più alto – come «quasi induttiva».

 Per Popper dunque, non esistono “fatti puri”, l’induzione , in realtà, è un mito.

Oltre a contestare dunque non tanto l’esistenza, quanto l’interesse della fase induttiva per l’epistemologo (ma sarà poi vero?) egli introduce una profonda innovazione nella fase deduttiva con il suo “principio di falsificabilità”: quanto più le nostre teorie sono falsificabili, tanto più sono valide: esse infatti devono essere formulate in modo da poter essere potenzialmente colte in fallo e rimpiazzate da altre. Dunque la loro validità si misura dalla capacità di resistere ai tentativi di falsificabilità.

Le ipotesi inoltre non possono mai venire definitivamente verificate, tutta la scienza è destinata a rimanere per sempre un sapere congetturale; la scienza progredisce senza sosta, ma non può mai avere la certezza di aver raggiunto la verità; il progresso della scienza si realizza attraverso il passaggio da una teoria a un’altra teoria migliore. Una teoria t2 è migliore di un’altra teoria t1 quando permette di spiegare più fatti e di fare previsioni più precise, e quando anticipa i fatti non previsti dalla teoria precedente. Il vero motore della scienza non è costituito dal ritrovamento delle teorie “vere”, ma dalla ricerca e dalla eliminazione degli errori presenti nelle teorie esistenti e dalla sostituzione delle teorie errate con altre teorie che, contenendo meno errori, sono più verosimili.

Se si comprende la concezione di sapere di Popper, tutta basata sulla provvisorietà delle conoscenze umane, continuamente soggette a revisione, è facile comprendere anche il senso della sua “allergia” al concetto di induzione: non gli va bene né quella aristotelica, fondata sul presupposto che, grazie alla sola osservazione, l’uomo possiede la capacità di intuire il meccanismo degli eventi, né quella baconiana, che fa discendere questa capacità dallo studio attento e sperimentale dei fenomeni. E non gli interessa per nulla studiare i meccanismi dell’intuizione.

Anche in questo caso, però, Aristotele non è stato del tutto spiazzato: Popper ha modificato in questo modo quel processo che ho precedentemente disegnato, ma non lo ha rivoluzionato.Dunque, come ho messo in evidenza anche nel capitolo precedente, l’epistemologia moderna non annette molta importanza al momento della nascita delle nuove idee scientifiche, cioè a quella che io chiamo la “fenomenologia della scoperta scientifica” e che ritengo il vero motore della fase aristotelica dell’induzione: Popper, dopo aver liquidato (del tutto o in parte) l’induzione, ne liquida anche questo aspetto come “psicologismo” e lo elimina a priori dal panorama della sua riflessione filosofica:

 “Come accada che a un uomo venga in mente un’idea nuova – un tema musicale, o un conflitto drammatico, o una teoria scientifica- può rivestire un grande interesse per la psicologia empirica ma è irrilevante per l’analisi logica della conoscenza scientifica. Quest’ultima prende in considerazione non già questioni di fatto (il quid facit di Kant), ma soltanto questioni di giustificazione, o validità (il quid juris di Kant) “

A questo punto deve essere definitivamente chiaro un aspetto fondamentale: quando Popper parla di “induzione” si riferisce essenzialmente all’operazione per cui da osservazioni singole lo scienziato ricava principi generali. Per converso, io intendo valorizzare invece l’aspetto “intuitivo” (induzione-intuizione), quello in cui nasce, nella mente dello scienziato, l’idea che porta alla comprensione del fenomeno che sta osservando o, se vogliamo esprimerci con Popper, quella “psicologia empirica” che per molta parte dell’epistemologia è robetta di poco conto.

 Ma torniamo all’evoluzione del pensiero scientifico. Nel XX secolo, sull’onda della critica popperiana, un duro attacco è stato sferrato alla certezza cartesiana del metodo da due epistemologi: Kuhn e Lakatos.

Per Thomas Kuhn esistono due tipi fondamentali di ricerca: quella che si effettua in periodi di “scienza normale” e quella che si effettua in periodi di “scienza rivoluzionaria”. In periodi di scienza normale la grande maggioranza dei ricercatori accetta senza discussione alcune grandi tesi generali che costituiscono la cultura dominante di una certa epoca. In queste fasi la grande massa della ricerca che viene condotta consiste soltanto nel risolvere dei puzzle, vale a dire nel dare risposta a domande facilmente prevedibili che nascono e possono venire sollevate nell’ambito del paradigma dominante.

Quando, come sempre accade, la ricerca mette in luce qualche fenomeno che non si inquadra nella teoria dominante o che addirittura contrasta con questa, i ricercatori, invece di considerare confutata questa teoria, considerano il fenomeno aberrante come un’anomalia, accantonandolo o dimenticandolo. Tuttavia, poiché con il passare del tempo le anomalie vanno aumentando di numero e di importanza, la situazione della teoria dominante si va facendo sempre più difficile, fino a che un ricercatore più geniale, più deciso o semplicemente più fortunato degli altri, propone una nuova teoria che, rivoluzionando le idee della comunità scientifica, sostituisce l’antico paradigma e spiega sia i fatti che erano già spiegati da questo, sia le anomalie che erano andate accumulandosi. Dunque la metodologia della scienza, pur essendo unitaria, assume aspetti diversi a seconda che il ricercatore operi durante periodi in cui vige la scienza normale o durante una rivoluzione scientifica. In periodi di scienza normale il suo lavoro non necessita di particolari doti di fantasia, mentre in quelli di scienza rivoluzionaria si può trovare obbligato a ristrutturare tutto il suo apparato teorico e a riconsiderare alla luce delle nuove idee l’insieme dei risultati sperimentali ottenuti.

Dunque per Kuhn la fantasia, la creatività nella scienza è importante, ma solo in periodi storici ben precisi!

Imre Lakatos sostiene invece che, nella realtà, gli scienziati non hanno mai seguito le regole. Infatti poiché nessuna osservazione scientifica è priva di osservazioni che la contraddicono e poiché queste anomalie vengono di fatto quasi sempre accantonate e non usate per confutare la teoria stessa, alla luce del “falsificazionismo” ortodosso la scienza sarebbe un’impresa irrazionale e gli scienziati si comporterebbero irrazionalmente.

Quando i ricercatori, nel loro lavoro, effettuano un esperimento falsificante, la falsificazione viene in genere diretta contro una delle ipotesi ausiliarie invece che contro il nucleo teorico centrale. In questo modo quindi gli asserti centrali del programma di ricerca permangono e il programma può progredire sostituendo l’ipotesi ausiliaria con un’altra ipotesi ausiliaria migliore. Quando l’ipotesi successiva predice tutto ciò che era previsto dall’ipotesi precedente e qualche altro fatto in più e quando questa predizione viene corroborata, allora ci si trova davanti a uno “slittamento progressivo di problema”, espressione di un reale progresso della ricerca scientifica. Secondo Lakatos un’analisi adeguata del metodo della scienza non dovrebbe prendere mai in considerazione una singola teoria scientifica, ma dovrebbe valutare sempre una serie di ipotesi che nel tempo si rimpiazzano l’un l’altra: H1, H2, H3, H4…L’insieme di queste teorie successive costituisce un “programma di ricerca”. Ogni programma di ricerca è costituito da un nucleo centrale rappresentato da pochi asserti fondamentali e da un certo numero di ipotesi ausiliarie che costituirebbero la “cintura protettiva” del nucleo.

 In sostanza, se vogliamo sintetizzare questa rapidissima e, inevitabilmente incompleta, carrellata nella storia del pensiero scientifico, potremmo trarre tre concetti essenziali su cui svilupperemo il nostro successivo discorso: l’attuale impianto del  ragionamento scientifico si basa sul pensiero aristotelico, molto criticato, mai del tutto sovvertito; le principali critiche al pensiero di Aristotele si sono concentrate sulla fase induttiva del suo metodo; infine, nonostante i ripetuti tentativi per dare al metodo scientifico regole certe e rigorose, possiamo probabilmente dire che il Metodo scientifico, inteso secondo Cartesio, non solo non è mai esistito, ma probabilmente non esisterà mai.

 Ma se questo descritto sin qui è il percorso del pensiero scientifico ufficiale, c’è chi alla razionalità scientifica non ha mai creduto. E si è sempre posto al di fuori di questo filone. Il padre e capostipite di tutti loro è sempre stato considerato, a ragione o a torto, Platone. In contrapposizione ad Aristotele infatti, Platone denuncia una profonda sfiducia nel mondo dei fenomeni, che considera un mondo di “ombre” e propugna la ricerca della verità all’interno dell’animo umano e, per questo, viene generalmente considerato l’antesignano di tutti gli avversari della scienza. In realtà la contrapposizione tra Aristotele e Platone non è una sfida tra scienza e anti-scienza, ma tra due diversi approcci alla conoscenza: l’approccio puramente empirico di Aristotele e l’indagine profonda della realtà operata da Platone. Platone è alla ricerca di tutto ciò che è nascosto all’interno dei fenomeni: il mondo che ci viene rivelato dall’esperienza sensibile non è falso, le ombre di cui egli ci parla nel mito della caverna non sono una finzione. Il problema è che la realtà è assai più complessa di quello che appare e il compito del saggio, egli dice, deve essere quello di comprenderla sviluppando il pensiero astratto, che utilizza  la matematica e la geometria.

Ma riprenderemo l’analisi di questa contrapposizione in chiusura del testo.

In realtà c’è chi tenta di uscire dal dualismo tra Aristotele e Platone, come Feyerabend e lo stesso Pirsig, che  “liquidano” entrambi, accusandoli di correità nell’aver fatto della razionalità una vera e propria religione e nell’aver seppellito la tradizione pre-aristotelica che, invece, attingeva a fonti quali il mito ed il simbolismo Anche in questo caso, come vedremo, la contrapposizione potrebbe essere solo apparente poiché, nella ricerca della verità, il simbolo e il mito possono essere strumenti assai validi di conoscenza in una logica non ancorata al tradizionale metodo aristotelico.

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4 Risposte to “Piccolo compendio di filosofia della scienza”

  1. Umberto Says:

    complimenti, molto preciso, l’ho trovato molto utile per una ricerca scolastica, grazie!

    • paolomaggi Says:

      Grazie a Lei per i complimenti, anche tenendo conto del fatto che questo è uno scritto nato non in un ambito di ricerca flosofica, ma, per così dire, nella trincea di un ospedale. Noi “rubiamo” dalla filosofia ciò che ci serve per poterci migliorare ed essre più utili alla società. Grazie ancora.

  2. Vincenzo Says:

    Grazie al suo compendio ho avuto 10 all’approfondimento di Filosofia. Complimenti!


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