Questa profonda differenza fra l’induzione-intuizione (che sfrutta logiche differenti da quella tradizionale) e la deduzione (che batte strade più classiche),  spesso riflette la differenza fra le modalità di ragionamento degli autori di scoperte scientifiche e gli altri scienziati, cioè tra coloro che “chiudono i cerchi della conoscenza” e coloro che fanno proliferare dati da altri dati. Nel primo caso si tratta di persone che percorrono strade completamente diverse dagli altri, in grado di vedere con chiarezza cose che, pur sotto gli occhi di ciascuno, erano sfuggite a tutti gli altri. Personalità che magari possono apparire del tutto aberranti rispetto al senso comune. E’ noto infatti che molte grandi scoperte, al momento della loro nascita, sembravano non avere alcuna logica consequenzialità rispetto alle idee che le avevano precedute: quasi che nella storia del pensiero, al momento delle soluzioni finali, il pensiero stesso compia una brusca deviazione dalla retta via.

Abbiamo visto in precedenza che la teoria di Thomas Kuhn, interpreta la storia della scienza come un’altalena che oscilla fra periodi “normali”, in cui le teorie innovative vengono sistematicamente ignorate,  e periodi “rivoluzionari”, in cui esse vengono invece accolte. Ma questa teoria può spiegare solo il contesto per così dire “sociale” in cui una scoperta avviene, ma nulla ci dice sulla profonda dinamica della scoperta stessa.

In realtà, il mito dello “scienziato incompreso” è, almeno in parte, spiegabile alla luce di ciò che abbiamo visto precedentemente: è effettivamente difficile comprendere il risultato di ricerche ottenute utilizzando un tipo di logica del tutto differente dal proprio.

“Il mondo delle verità fisiche, come di quelle matematiche è chiuso come una sfera. Ogni nuova visione, se è profonda, è una fuga da questa specie di prigione: si possono avere delle resistenze a fuggire, oppure non se ne può vedere proprio la ragione”

(dal film: “Morte di un matematico napoletano”, di M. Martone)

Tuttavia il prototipo dello “scienziato incompreso” nella nostra cultura è quello di un uomo in lotta contro l’ignoranza, la superstizione religiosa, l’arroganza del potere e le cui armi sono le ragioni della logica: ho in mente in questo momento il Galileo Galilei dipinto da Bertold Brecht nell’opera omonima.

E’ verosimile però che, nella nostra epoca, dopo molti anni di assoluto e spesso arrogante dominio della razionalità, la figura dello “scienziato incompreso” sia piuttosto un’altra: quella di un uomo la cui capacità di approccio alla realtà si basa sulla fantasia, sulla sensibilità, su modalità empatiche e che i suoi nemici siano i sacerdoti della logica scientifica tradizionale.

Lo scopritore è il Folle del suo tempo. Erasmo, nell’Elogio della Follia, diceva che la Follia è tutto ciò che permette di agire, perché libera l’uomo dal pudore e dalla paura, le due massime remore all’ agire.

La sfera di Follia entro la quale il ricercatore agisce è nota a Karl Popper:

“I soli mezzi a nostra disposizione per interpretare la natura sono le idee ardite, le anticipazioni ingiustificate, le speculazioni infondate: sono il solo organo, i soli strumenti di cui disponiamo” dice Popper parafrasando e ribaltando il senso di un’affermazione di Francesco Bacone. Se egli dà tanta importanza a questi aspetti, non si comprende bene poi perché la sua epistemologia si rifiuti sistematicamente di analizzarli E’ apprezzabile il suo contributo alla fase deduttiva di verifica  di tali “idee, anticipazioni e speculazioni”, ma certamente è insufficiente ed ha lasciato una lacuna nell’attuale epistemologia, simile a quella lasciata da Kant con l’enigma del “noumeno”.

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