Abbiamo incontrato Karl Popper molte volte nelle pagine di questo Blog, e non poteva essere diversamente, visto che chiunque voglia dire qualcosa nel difficile campo della filosofia della scienza, si deve incontrare (o scontrare) con lui. Abbiamo apprezzato il suo anti-dogmatismo, il suo amore per l’universalismo culturale e per la fantasia applicata alla scienza. Non di meno ci siamo accorti che, in qualche maniera, la sua opera ha impedito il libero accesso a campi fondamentali del pensiero scientifico. Analizziamo più da vicino le ragioni del nostro dissenso.

Il metodo popperiano è essenzialmente basato sulla critica: tutto parte secondo lui da una teoria o da un problema preesistente, non esiste la pura osservazione dei fenomeni, vi è sempre un preconcetto di partenza che accompagna tale osservazione. Il lavoro dello scienziato, critico o autocritico che sia, è dunque quello di ricercare i limiti delle teorie esistenti, i loro punti deboli. E’ un lavoro di collaudo a tavolino in cui la validazione di una teoria è basata sul tentativo di invalidarla. Come si diceva in precedenza, egli ribalta il concetto aristotelico del processo logico-deduttivo, ma per introdurre semplicemente una sua variante. Poco spazio egli lascia all’osservazione dei fenomeni a cui noi, invece, annettiamo un’importanza fondamentale. Infatti Popper non crede agli osservatori “puri”, che si illudono di osservare i fenomeni, privi di idee preconcette per costruire alla fine, e solo alla fine, una teoria. Non esistono per lui osservatori che non abbiano idee preconcette, consapevoli o no, noi operiamo sempre all’ombra di teorie. Ogni osservazione scientifica è un’interpretazione dei fatti alla luce di questa o di quella teoria, le teorie vanno verificate e, se necessario, modificate. Non ignorate. Ma se la critica di Popper agli osservatori “puri” è senza dubbio corretta, altrettanto non credo si possa dire sulla sua critica all’aspetto osservazionale della ricerca. Analizziamo questo aspetto della filosofia di Popper che egli fonda su una critica alle idee di Francis Bacon.

Bacone con ogni probabilità ha direttamente frequentato la cultura alchemica o, comunque, ne è stato fortemente influenzato e l’ha rielaborata sviluppando una sua forma di panteismo in cui natura e Dio si identificano. Si potrebbe molto discutere (come fa Bertrand Russell) della sua coerenza di uomo, forse non eccezionalmente onesto. Comunque egli, come filosofo, riprende il concetto tipico dell’Alchimia secondo cui la natura si rivela a chi lo merita, e, su di esso costruisce la teoria degli “idola“: solo chi si accosterà alla natura con mente pura, senza alcun pregiudizio, cioè dopo aver scacciato dalla sua mente ogni tipo di “idola“, sarà premiato dalla natura stessa, che prontamente rivelerà i suoi segreti più reconditi.

Se saremo capaci di eliminare dalla nostra cultura le idee preconcette che la cultura, la religione, i costumi ci hanno imposto, potremo aprire con successo il grande libro della natura, osservando e descrivendo ciò che vediamo, con obiettività assoluta, amore e dedizione. E l’essenza dei fenomeni che osserviamo si svelerà a noi.

Questa visione delle cose scatena la critica di Popper: se per Bacone la mente del ricercatore deve essere una “tabula rasa”, se ogni traccia di teorie precedenti deve essere rimossa per presentarsi con mente pura al confronto con la natura, Popper obietta, come abbiamo visto, che non è possibile fare a meno delle teorie scientifiche.

Popper non si pone il problema di indagare più a fondo sul concetto baconiano della mente pura e libera da teorie perché ritiene che questa sia un’indicazione metodologica. In realtà, nella visione della scienza di Popper vi è poco posto per gli stati d’animo. E’ chiaro che Bacone mutua un principio spirituale dell’Alchimia, ma poiché è un filosofo, lo amplia, lo deforma e ne fa un metodo pratico ingenerando grandi equivoci: è ben diverso il concetto di purezza mentale da quello di assenza di idee preconcette. Facciamo un esempio molto pratico: Pasteur, quando ipotizza che i processi putrefattivi sono dovuti a microrganismi che circolano liberamente nell’ambiente, non ignora le teorie precedenti anzi, le conosce perfettamente. Semplicemente non si fa condizionare nei suoi studi dalle convenzioni, dall’autorità dell’Accademia, magari dall’opportunità di comportarsi come un conformista; nulla di tutto ciò disturba la sua osservazione, il suo dialogo con la natura procede con intensità, con passione, egli genera così un rapporto sinestesico con la natura. E la natura risponde alle sue domande.

Ritorniamo dunque a Popper, egli è oggi il caposcuola di una grande sebbene composita scuola di pensiero che, nella storia dell’epistemologia risulta spesso vincente: per questa scuola il valore del processo logico-deduttivo è superiore a quello dell’induzione-intuizione. Quest’idea è propria di chi la scienza la frequenta solo in teoria. Non escludo che il metodo popperiano sia di oggettiva utilità in campi della scienza alle prese con grandi problematiche teoriche, come in certe branche della fisica o l’astronomia. Certo, serve a poco nella scienza pratica, che si trova quotidianamente ad avere a che fare con il “problem-solving”. Qui l’osservazione, il contatto stretto, fisico e sinestesico, con il fenomeno naturale è il primum movens di ogni costruzione teorica e di ogni critica ad essa.

In conclusione, liberarsi dai pregiudizi, e dalle teorie vuol dire ritornare ad una spiritualità perduta, ritrovare un’energia psichica nascosta, soffocata dal nostro consueto modo di essere razionali, riscoprire un rapporto diretto e, per certi versi, spirituale con la natura, espressione per Bacone della divinità (o divinità essa stessa). Liberandosi dalle incrostazioni che ci trasciniamo con noi, si ritorna alla visione sinestesica del mondo che ha il bambino, con tutte le sue immense potenzialità. Ma ciò non impegna l’aspetto teorico: osservare con tutto sé stesso un fenomeno naturale, essere capaci di una visione più profonda, cogliere nessi che altri non hanno colto, rompere legami logici che altri non hanno osato rompere, non vuol dire trasformare questo in teoria o confrontarlo con teorie precedenti, significa mettere in gioco altre potenzialità della mente.

2 Risposte to “Popper e l’osservazione della natura”

  1. riccardo Says:

    Condivido alla grande!
    Anzi, personalmente rincarerei la dose.
    Vorrei osservare come il nucleo essenziale del pensiero di Popper tenda, in campo scientifico, ad un certo irrazionalismo (sia pure, credo, non voluto).
    Dico questo perchè penso che la critica all’induzione formulata dal Nostro rischi di farci sprofondare in uno sperimentalismo quasi fine a sè stesso o comunque infinito… di stampo, paradossalmente, baconiano… e come tale, lontano dalla scienza galileiana ed insomma, da quella moderna.
    Thomas Kuhn ha quindi ragione (ne “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”) di dire che il metodo di Popper ci porterebbe ad abbandonare “ogni “teoria “ad ogni momento”, non appena dovessimo riscontrare un solo caso che la contraddica.
    Sul versante poi filosofico, credo che Popper abbia voluto esaminare Bacone come se l’Inglese fosse un positivista o un razionalista di tipo cartesiano.
    Ma a me risulta che Bacone era parecchio ben disposto verso gli “esperimenti cruciali” e le congetture… insomma, forse era un popperiano ante litteram!
    Addirittura, Bacone non considerava la matematica granchè utile, come strumento di indagine e di conoscenza; era un empirista con un animo da poeta… e sappiamo quanto, per lo stesso Popper, l’elemento creativo sia importante ai fini del lavoro scientifico.
    Ciao e grazie per l’articolo, davvero chiaro e documentato.


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