Non c’è niente da fare. La cultura dominante è figlia del positivismo, ma un positivismo di cattiva qualità. Ce ne accorgiamo quando televisione e giornali ci allietano con i loro servizi di divulgazione scientifica in generale e medica in particolare. Giornalisti vogliosi di aumentare le loro tirature e professionisti a caccia di clienti privati ci presentano un progresso scientifico inarrestabile, una medicina destinata a valicare i confini più impensabili. Quali malattie resisteranno all’inarrestabile progresso del sapere? Ben presto avremo farmaci idonei a risolvere qualunque problema di salute, avremo tecniche diagnostiche capaci di scrutare ogni angolo più nascosto delle nostre cellule. Avremo chirurghi capaci di sostituirci qualunque pezzo mancante o fuori uso. Così i pazienti si rivolgono al medico convinti della semi-onnipotenza della sua scienza. E se qualcosa poi va male? La colpa è della malasanità. Che esiste, per carità, nessuno  lo nega. Ma qualche distinzione è d’obbligo.

Molte malattie neoplastiche, immunitarie, infettive mantengono tuttora la loro tragica pericolosità. Se andiamo a ben guardare, infatti, ci accorgiamo che la medicina, più che “guarire”, è oggi in grado di “cronicizzare” molte malattie. Siamo riusciti a cronicizzare di tutto. Persino l’AIDS. Ma a guarire riusciamo molto meno. Inoltre, ad una seria analisi statistica ci accorgiamo che molti farmaci in uso, spesso celebrati dai loro prescrittori e, ovviamente da chi li produce, non pochi costosi esami diagnostici, atti chirurgici e ricoveri ospedalieri, sono ininfluenti sul decorso delle malattia, le quali migliorano o peggiorano indipendentemente da essi. Già negli anni sessanta il microbiologo francese Renè Dubos, ci insegnò che l’ allungamento dell’aspettativa di vita, da una media di 35 ad una che attualmente sfiora gli 80, non è tanto dovuto ai progressi della medicina, quanto al miglioramento delle condizioni generali di vita, che hanno soprattutto determinato un decisivo calo della mortalità infantile. Dunque non vi è stato alcun progresso nella cura delle malattie negli ultimi decenni? Il progresso c’è stato, e come. Ma non quanto ci vogliono far credere, e non in tutti i campi della medicina.

E la morte? Allontanata di qualche anno rispetto alle medie dei nostri nonni, sorella Morte è sempre lì, inesorabile, ad attenderci. Ma che posto le riserva la medicina moderna, ammesso che abbia l’intelligenza di riservarle un posto?

La morte oggi è divenuta un evento estraneo alla nostra visione dell’universo, accettabile al massimo per animali e piante, ma non per l’uomo e, comunque, non per noi. La consideriamo un incidente, anzi, il massimo incidente ipotizzabile, come ciò che non deve avvenire. E i medici si comportano d conseguenza.

La medicina oggi ha una serie di fronti avanzati: la terapia intensiva, i trapianti, la cura di malattie prima reputate mortali… lottiamo con tutti i mezzi a disposizione fino all’ultimo anelito di vita, con tutte le forze fisiche e tecnologiche a nostra disposizione. Ma entro quali limiti tutto ciò è giusto e quando è invece accanimento? Quando un medico si ostina a tenere in vita un ultranovantenne, un malato terminale, un paziente affetto da una malattia altamente invalidante, non sempre agisce mosso da una motivazione razionale, a volte si ribella inconsciamente alla limitatezza delle sue possibilità, alla caducità della sua stessa vita. Lottare per garantire la ragionevole aspettativa di vita e di salute ad un giovane è giusto e doveroso. Cercare di voler conservare la vita ad un vecchio o ad un malato il cui fisico è stato ormai minato irreparabilmente è una violenza contro un’armonia universale.

E se per la scienza ufficiale la morte, le malattie terminali, le sofferenze incurabili sono una verità scomoda che è meglio ignorare, la società civile fa di peggio. Infatti, finché è esistita la grande famiglia patriarcale, il malato terminale era accudito, vegliato amato, in altre parole, era accompagnato dolcemente verso la fine dall’affetto dei suoi cari. Si trattava di momenti d’intensa reciprocità in cui i membri di una famiglia, soprattutto i più giovani, nello scortare il loro congiunto verso l’estremo passaggio, imparavano a conoscere la vita, il senso profondo dell’avvicendamento degli esseri umani sulla terra, accettavano l’ineluttabilità della morte. In definitiva la morte nel seno della famiglia patriarcale era non solo accettabile sul piano della dignità umana, ma aveva in sé un qualcosa di sacro.

Nell’era della famiglia “nucleare”, il malato o, peggio, il morente, è terribilmente ingombrante. Nessuno è preparato ad assumersene il carico, né da un punto di vista organizzativo (siamo tutti così impegnati…) né da un punto di vista culturale. L’unica è liberarsene, spedirlo in qualche ospedale. Quel che è peggio, poi, è che gli ospedali oggi sono paradossalmente ancor meno preparati dei medici e delle famiglie a farsi carico della morte. Nell’ospedale la  morte non serve dal punto di vista scientifico e diventa assai imbarazzante dal punto di vista amministrativo, visto che l’ospedale deve tenere basse le percentuali di mortalità mentre i dati in salita devono essere quelli relativi agli interventi, ai trapianti, alle guarigioni.

Ma è stato sempre così? Qual’era nell’antichità il rapporto fra i medici, i filosofi, gli uomini di cultura e sorella Morte?

 “Critone, siamo debitori di un gallo ad Asclepio; pagaglielo, mi raccomando”. Queste furono le ultime parole di Socrate prima che la cicuta ultimasse i suoi effetti. Questa invocazione al dio Asclepio può sembrare contraddittoria, infatti i Greci usavano compiere sacrifici a questa divinità come ringraziamento per essere guariti da qualche malattia, non quando stavano morendo. E allora, di cosa Socrate voleva ringraziare Asclepio? Le ultime parole di Socrate rivelano tutta la sua filosofia: la vita è di per sé malattia, è un esilio a cui l’anima è sottoposta. La vita vera è conoscenza incorporea, ritorno al regno delle idee, al regno dell’Assoluto. Peraltro, lo stesso “dottor” Asclepio fu ucciso da Zeus per una grave “colpa professionale”: era andato oltre le sue competenze, aveva preso la pessima abitudine di riportare in vita i morti.

C’è un’antica leggenda:

Un uomo molto povero pregò la Morte di fare da padrino a suo figlio. La Morte acconsentì e prese a voler bene a quel bambino. Un giorno lo condusse in un bosco e gli insegnò a riconoscere un’erba molto rara, con grandi capacità terapeutiche. “Ti farò diventare un grande medico” gli disse, “ma stai bene attento: ogni volta che sarai chiamato al capezzale di un malato, io sarò lì con te e solo tu potrai vedermi. Se mi vedi alla testa del letto, dai al tuo paziente questa erba e lui guarirà. Ma se mi vedi ai suoi piedi, non fare nulla: quell’uomo è destinato a morire”. Ben presto il giovane divenne un medico ricco e famoso, grazie alle sue prognosi infallibili e fu chiamato dal re a ricoprire il ruolo di medico della Real Casa. Un giorno la figlia del re si ammalò gravemente. Il dottore, chiamato a visitarla, vide la Morte ai piedi dl letto. “Dottore, morirà?” gli chiese il re. “Non preoccupatevi, io la salverò” e, così dicendo, girò il letto di 180 gradi. La principessa guarì, ma alla Morte questo giochetto non andò giù. Così, adirata, trascinò il suo figlioccio in una profonda caverna dove ardevano migliaia e migliaia di candele. “Vedi queste candele, o medico sciocco? Queste sono le vite degli uomini: le più grandi, quelle appena iniziate, sono le vite dei bambini, quelle che si stanno consumando sono quelle dei vecchi”. “E la mia dov’è?” “Eccola, la vedi?” gli disse la Morte indicandogli un moccolo ormai quasi completamente consumato. In quel momento la fioca fiammella si spense e il medico cadde a terra senza vita.

Oggi la nostra impreparazione di fronte alla morte è totale. Eppure la scienza ci ha insegnato molte cose su di essa: si tratta di un evento necessario, tanto quanto la nascita. E’un qualcosa che rientra in un grande disegno biologico di cui siamo parte. E’ elemento necessario di un’armonia universale. La morte nasce insieme a noi, è dentro di noi. E’ scritta nel nostro codice genetico così com’è scritto che avremo due gambe e due braccia e un certo colore degli occhi. Questo vale per ogni essere vivente, è il concetto dell’apoptosi, della morte programmata, una grande realtà biologica di cui oggi sappiamo molto.

Dunque morire è un dovere biologico. E’necessario per far posto ad altre vite, per trasmettere ad essi la nostra esperienza genetica, un’eredità che renderà più forti le generazioni successive. E’una grande staffetta biologica su cui è basato il meccanismo della vita sulla terra. Tuttavia resta l’amara considerazione che oggi manca una seria e approfondita riflessione sul senso della morte, anche ai più alti livelli della cultura scientifica, anche fra i Maestri della medicina, veri o presunti che siano.

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8 Risposte to “Dialoghi sul fine vita”

  1. franki il bello Says:

    se il medico non avesse girato il letto cosa gli sarebbe successo ? sarebbe ancora in vita con la sua erba magica .però il medico forse a dimostrato in quel caso di non avere alcuna paura di morire o forse la voluta sfidare . forse non lo sapremo mai

    • paolomaggi Says:

      Verissimo. Ma la sfida alle Divinità è un altra storia, affascinante ed enigmatica. La affronto nell’epilogo del mio libro “elogio dell’induzione e della magia”.

  2. Tonio Frallonardo Says:

    Abbiamo bisogno di morire, e anche di sapre di dover morire per essere veramente vivi,

    D’altronde dobbiamo vivere come se fossimo immortali, altrimenti saremmo già morti.


  3. Leggerti è armonia per la mente e per l’anima. Sei un dono.


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