Una storia possibileUna storia possibile

 Nelle Terre-della-Vallata l’epidemia stava ricominciando. Avevano svegliato il dottore nel cuore della notte e lui era arrivato prima che albeggiasse. Ormai erano molti anni che, all’inizio dell’estate, la Gente-della-Vallata veniva colpita dalla terribile epidemia. Lo aspettavano almeno due mesi molto duri: nonostante le sue polveri e le sue tisane, come sempre, tanta gente sarebbe stata tormentata da febbri, dolori lancinanti all’addome e dissenteria. Molti sarebbero stati i morti, soprattutto tra i bambini, i vecchi e i malati. Poi, con l’arrivo di agosto, nei giorni più caldi dell’anno, improvvisamente, misteriosamente, l’epidemia sarebbe scomparsa. Tutti gli anni era così. Come arrivasse l’epidemia, invece, non era più un mistero per il dottore: lo aveva scoperto un pomeriggio di alcuni ani prima: lo avevano chiamato nella Vallata per ricucire un profondo squarcio nella gamba di un ragazzo che era stato ferito in una delle solite scaramucce al confine. Faceva un gran caldo e gli avevano portato una brocca d’acqua appena attinta dalla fontana al centro del paese: aveva un cattivo odore. Certamente era contaminata. Il dottore scoprì che in quelle terre aride, la fontana era l’unico luogo da cui era possibile attingere l’acqua nel raggio di molti chilometri. Scoprì anche che la grande cisterna sottostante la fontana si alimentava grazie alle acque piovane che provenivano dalle colline sovrastanti: le Terre-del-Nord. Alla fine della primavera le piogge erano sempre particolarmente abbondanti e riempivano sempre la cisterna assicurando l’acqua per tutta l’estate. Ma la pioggia trascinava con sé grandi quantità di stallatico dai campi degli Uomini-del-Nord, liquami dai loro canali di scolo e chissà quante altre lordure. Del resto gli Uomini-del-Nord non avevano mai brillato particolarmente per l’igiene personale e la cura dei loro luoghi. Brutto affare trovarseli a monte. Il dottore aveva provato a convincere la Gente-della-Vallata che occorreva bollire l’acqua prima di berla, ma questa era una cosa che solo poche famiglie ricche riuscivano a fare con assiduità. Ma il mistero era: perché in pieno agosto, quando il caldo faceva scoppiare dappertutto altre epidemie, quella della Vallata cessava? Aveva studiato l’acqua della cisterna : in quei giorni era ancora più torbida e maleodorante del solito: si sarebbe purificata spontaneamente solo all’arrivo dei primi grandi freddi. Ma allora perché la gente smetteva di ammalarsi? La cosa ancora più strana era che, improvvisamente, anche molti malati guarivano. A volte anche quelli più gravi.

Come ogni anno, anche quell’anno, l’epidemia passò. Era stata dura. Ogni anno sembrava sempre più dura. Forse era solo perché anche il dottore cominciava ad invecchiare. La Gente-della-Vallata voleva bene al suo dottore, come sempre, riempì il suo carro di doni: coperte, vestiti, cibo. Ma soprattutto tanti barattoli pieni di quella meravigliosa conserva di frutta per cui la Vallata andava giustamente famosa: in primavera i suoi alberi si riempivano di frutta meravigliosa che veniva raccolta in immensi cesti, portata nelle case e trasformata in conserva, con ricette antiche e segrete, una un po’ diversa dall’altra, che ogni famiglia custodiva gelosamente.

Nessun pasto nella Vallata finiva senza un pochino di conserva: da sola, sul pane, come ingrediente dei dolci, tutti la mangiavano era il cibo per i bambini, ma anche per i malati. C’è chi era convinto che avesse poteri magici. Sciocchezze. Il dottore era ghiotto di quelle conserve di frutta, ma in quella stagione, proprio non le poteva sopportare: il gran caldo faceva sviluppare sulla loro superficie un sottile strato di muffa che lui detestava e rimuoveva fino all’ultimo residuo. La Gente-della-Vallata invece, sembrava non farci un gran caso: rimestava la conserva nel barattolo con un cucchiaio finché la muffa spariva dalla sua superficie. Poi la mangiava .

Il dottore si meravigliava che questa disgustosa abitudine non portasse altre malattie nella Vallata. È curioso: quell’odioso strato di muffa, adagiato sulla superficie delle conserve, non sembrava portare malattie, anzi cominciava a formarsi nei barattoli poco prima che l’epidemia terminasse, verso la fine di luglio Che fosse davvero magica? Ora basta con le stupidaggini. Le battaglie al confine sono incominciate e certo nei prossimi giorni ci sarà da lavorare .

Il giorno dopo cominciarono ad arrivare i primi feriti. C’era da estrarre punte di frecce, da ricucire tagli, a volte non c’era proprio più nulla da fare. Il Comandante arrivò quando erano ormai passati diversi giorni dall’inizio dello scontro. La sciabolata sulla spalla l’aveva ricevuta il primo giorno. La fasciatura era fatta male e poi era piena di sangue raggrumato e terra. Non era una gran ferita, ma l’odore non faceva presagire nulla di buono e quando il dottore la scopri si accorse che era infetta. La pulì accuratamente con acqua bollita poi la medicò con l’aceto ma sapeva che non sarebbe bastato e sapeva anche come sarebbe andata a finire: presto sarebbero cominciate le febbri e il malato sarebbe probabilmente morto. Se si fosse trattato di una ferita ad un braccio o ad una gamba il Comandante se la sarebbe potuta cavare con un amputazione, ma in quel punto non c’era nulla da fare. Gran brutto affare continuare la guerra senza il Comandante. “ Dottore, cerca di rimettermi in piedi alla svelta, non possiamo permetterci il lusso che io muoia proprio adesso”.

È difficile dire perché in quel momento al dottore passò per la mente proprio quella strana idea, forse gli stava girando per il cervello già da qualche giorno, ma neanche lui aveva avuto il coraggio di ammetterlo a se stesso. Andò nella credenza. Non li aveva ancora buttati quei barattoli. Prese il più grosso e lo apri. Raccolse con la sua spatola di osso tutto l’abbondante strato di muffa che si era formato sopra e lo spalmò come se fosse un linimento sulla ferita del Comandante che lo guardò stupito. “Dottore, non avrai scambiato la mia spalla per una focaccia dolce?”.

Il dottore sorrise: “ne riparleremo domani”.

Il giorno dopo il dottore scopri la ferita. Era molto nervoso, ma non lo dava a vedere. Sul taglio il pus era scomparso, i bordi non erano più arrossati e gonfi come il giorno prima, il cattivo odore era scomparso. La ferita stava guarendo.

La scoperta degli antibiotici si deve al genio di Alexander Fleming che, nel 1928 ricavò la penicillina da una muffa. Tuttavia, fin dall’antichità più remota, molte civiltà già conoscevano il potere antibatterico delle muffe: nel 2500 AC i Cinesi utilizzavano la muffa della soja per curare infezioni superficiali. I Maya usavano muffe di cereali e nella medicina popolare di molte civiltà si usava il muschio. Nel 1895 Vincenzo Tiberio, un medico napoletano, scoprì che una famiglia veniva sistematicamente colpita da infezioni intestinali nei giorni immediatamente successivi alla pulitura dalle muffe dei serbatoi dell’acqua. Quando la muffa si riformava, le infezioni cessavano. Alexander Fleming , dopo aver ricevuto il premio Nobel per la medicina nel 1945, riconoscerà ufficialmente a Vincenzo Tiberio il merito di aver iniziato gli studi sul potere antibatterico delle muffe.

 

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