Dall’ evidenza scientifica al patrimonio culturale comune

 Nel 1751 viene pubblicato il primo dei 27 volumi dell’ Encyclopedie ou Dictionairre raisonné des sciences, des arts et des metiers, curata da Denis Diderot e Jean D’Alembert, L’ Encyclopedie verrà ultimata nel 1772, nell’arco di ben 21 anni. Quest’opera monumentale e pionieristica era ispirata dal principio che un popolo non può definirsi veramente libero e non può aspirare al progresso se gli è negato il libero accesso alle fonti del sapere scientifico e tecnico. Non a caso, nel 1752 un Decreto regio ne censurava i primi due volumi, nel 1759 il Consiglio di Stato revocava la licenza alla stampa e il papa Clemente VIII ne proibiva l’acquisto e scomunicava i fedeli che ne avessero conservato copie.

Ma cosa ne è oggi, nel nostro Paese, a oltre 250 anni di distanza, dei principi che ispirarono la pubblicazione dell’ Encyclopedie? Siamo sempre convinti che l’accesso alle fonti della cultura e della scienza sia un diritto in un Paese libero? E come viene tutelato oggi questo diritto?

Capita a tutti noi di osservare che i mezzi di comunicazione di massa pullulano di esperti, o sedicenti tali, che ci propinano informazioni scientifiche, a volte di pessima qualità. Eppure il peso sociale delle informazioni scientifiche che provengono dai mezzi di comunicazione di massa è enorme. Sull’ informazioni scientifica si modella l’opinione pubblica in relazione a grandi tematiche come la bioetica, l’ambiente, le scelte energetiche. E’l’informazione scientifica che crea l’opinione comune. Ed è sempre l’informazione scientifica che genera quei grandi movimenti di   consenso, o di dissenso, attorno alle scelte dei legislatori.

Ma come nasce oggi un’evidenza scientifica, soprattutto in campo bio-medico? E quale percorso essa segue per divenire patrimonio culturale comune? Quali filtri essa incontra? E dove infine può celarsi l’insidia della censura o della manipolazione dell’informazione?

Proviamo a ricostruire il percorso della conoscenza bio-medica oggi.

Come nasce un’evidenza scientifica

Dall’ experience-based all’evidence-based medicine

Un tempo esisteva la medicina basata sull’esperienza. Ciò che faceva testo era soprattutto l’opinione dei grandi esperti, fondata spesso su decenni di professione e su immense casistiche personali. Vigeva insomma in questo campo il principio di autorità, con il suo valore, derivato dal portato dell’esperienza umana di grandi scienziati e clinici, ma anche con i suoi limiti, legati soprattutto alla difficoltà di verificare l’opinione  del leader scientifico. La medicina basata sull’esperienza, come vedremo,  non è stata oggi esclusa del tutto, ma è stata certamente posta in secondo piano rispetto alla medicina basata sull’evidenza, o evidence-based medicine.  La medicina basata sull’evidenza è una medicina che si fonda sui grandi numeri: su studi che hanno coinvolto migliaia di soggetti, fondati su metodologie rigorose e ben codificate, sul piano etico, come su quello statistico. Certamente i dati che derivano dall’ evidence-based medicine non sono necessariamente perfetti, nessuno può escludere del tutto errori di valutazione o addirittura manipolazioni da parte di “poteri forti”, come le multinazionali farmaceutiche, o da parte di scienziati senza scrupoli, ma  certamente sono dati più trasparenti, più facilmente verificabili, più “democratici”, da un certo punto di vista, rispetto all’insindacabile parere dell’esperto.

Il ruolo cardine delle riviste scientifiche

Uno studio scientifico, una volta completato, deve necessariamente giungere alla ribalta di una rivista scientifica. Se resta per sempre sulle carte del suo autore, è come se non fosse mai stato eseguito. Ma anche se il suo destino è solo quello di essere presentato ad un congresso o in una relazione scientifica, le cose non cambiano molto: solo la pubblicazione su una rivista scientifica ha il potere di “sdoganare” uno studio.

Anche le riviste scientifiche hanno le loro regole rigorose: il lavoro, prima di essere pubblicato sarà sottoposto al vaglio di due o più giudici, i cosiddetti referees i quali vengono scelti tra i massimi esperti della materia dal direttore della rivista, nel più assoluto anonimato e senza sapere l’uno dell’altro. A volte, dopo aver superato il giudizio degli esperti, il lavoro viene autonomamente esaminato anche da statistici di professione. E’inutile dire a questo punto, che solo pochi  lavori, tra quelli sottoposti ad una rivista, vengono poi accettati per la pubblicazione.

Le riviste scientifiche non sono tutte uguali. Alcune sono più prestigiose delle altre. E anche la graduatoria delle riviste è redatta, con grande rigore metodologico, in base ad un punteggio chiamato impact factor. In poche parole, l’ impact factor rappresenta letteralmente quanto impatto ha quella determinata rivista scientifica sull’opinione pubblica scientifica. E questo è stabilito in base ad un dato numerico: più quella rivista è citata da altre riviste scientifiche, maggiore è la sua influenza sulla comunità degli studiosi, ovvero il suo impact factor. L’obiettivo di ogni autore di lavori scientifici è, ovviamente, quello di pubblicare i propri dati su una rivista ad alto impact factor. Ma l’impresa è spesso assai ardua.

Anche in questo caso, il rigoroso metodo adottato rende assai difficile la frode scientifica, ma non  la esclude del tutto, E’ sempre possibile che potenti lobbies riescano a condizionare le scelte di riviste scientifiche anche assai prestigiose, soprattutto se riescono ad avere influenza sul loro direttore il cui potere è enorme, Perché è il direttore che riceve gli studi, è lui che sceglie i referees anonimi a sua assoluta discrezione e, comunque, a lui spetta l’ultima e insindacabile parola sulla decisione finale.

Uno strumento di immenso valore in termini di condivisione del sapere scientifico è oggidì costituito da Internet.  Grazie ad esso è possibile recuperare il riassunto, a volte l’intero contenuto, di tutti i lavori scientifici pubblicati dalle riviste dotate di impact factor. Esistono importanti motori di ricerca ad accesso gratuito (il più prestigioso in campo medico è Pubmed) che consentono, una volta digitate le opportune parole-chiave, di sapere tutto quello che è stato pubblicato sull’argomento. Non solo. Con lo stesso sistema è oggi possibile conoscere in pochi secondi la quantità è la qualità della produzione scientifica di ogni ricercatore al mondo, da qualsiasi altra parte del mondo.

Inevitabilmente per molte scoperte scientifiche la pubblicazione su una prestigiosa rivista è la meta finale, che è anche la più agognata. In alcuni casi invece, soprattutto nel campo della clinica, vi è un’ulteriore passaggio, che descriveremo nel prossimo paragrafo.

Dall’evidenza all’applicazione pratica: le linee-guida delle società scientifiche

L’ultimo passaggio di questo lungo e complesso percorso che porta i dati della ricerca dal banco del laboratorio fino alle scelte operate dal nostro medico di famiglia, è la formulazione delle linee-guida. Le linee-guida sono un elemento fondamentale della evidence-based medicine, poiché partono dal presupposto che ogni paziente, in ogni parte del mondo egli si trovi, ha il diritto di essere curato al meglio delle conoscenze scientifiche attuali (naturalmente, sempre che lo Stato gli garantisca l’assistenza, o che egli abbia i denari per acquistare le cure). Per far ciò, i massimi esperti mondiali delle diverse specialità si riuniscono periodicamente per formulare o aggiornare le proprie linee-guida. Ma facciamo un esempio pratico: gli esperti di polmoniti decidono di dotarsi di precise direttive su come curare al meglio questa malattia nei loro pazienti. Per far ciò essi indiranno periodicamente delle consensus conference, letteralmente “conferenze di consenso” in cui, sulla base della migliore letteratura scientifica sull’argomento si procederà ad indicare quali sono le procedure per diagnosticare e curare le polmoniti. I documenti di consenso sono stilati con grande rigore metodologico: ogni affermazione contenuta in una linea-guida è motivata dalla miglior letteratura sull’argomento. Proseguendo con il nostro esempio, e banalizzando molto, se la nostra linea guida sostiene che :“il medico che sospetta una polmonite dovrà sottoporre il paziente ad una radiografia del torace”, questa affermazione dovrà essere corredata, oltre che da opportune voci bibliografiche, anche da un preciso punteggio (il cosiddetto rate) che deve permettere di capire all’istante il valore reale di ogni singola affermazione. Il rate è infatti costituito da una lettera ed un numero. La lettera, che va dalla A alla C, indica la forza della raccomandazione, dove la lettera A indica che quel consiglio è fortemente raccomandato al medico, e la C indica che non vi sono molti elementi per sostenere quel dato consiglio. La lettera D indica che è opportuno non offrire al paziente quell’indagine o quella cura. Il numero (romano) indica invece la qualità dei dati che sono portati a sostegno di quel consiglio: I indicherà che, a supporto della nostra affermazione abbiamo a disposizione gli studi considerati oggigiorno quelli più attendibili per come sono stati condotti ( i trial clinici randomizzati), II se avremo studi eseguiti con metodologie meno solide (i trial non randomizzati o gli studi di coorte osservazionali ben disegnati che siano durati per un tempo sufficientemente ampio). Il numero III indica infine suggerimenti che non sono basati su studi solidi, ma cono comunque basati sul parere degli esperti.

Come vediamo, la medicina basata sull’esperienza, sebbene sia stata decisamente posta in secondo piano rispetto a quella basata sull’evidenza,  non è stata completamente chiusa in soffitta: la forza della raccomandazione, in fondo, è frutto del giudizio degli esperti. Inoltre, anche in assenza di studi sufficienti, alla luce dell’esperienza degli specialisti è comunque possibile introdurre un consiglio in linea-guida, sebbene con forza di raccomandazione III.

La tappa finale: la divulgazione scientifica

Abbiamo  visto come, al giorno d’oggi, Internet consente a chiunque di accedere ai contenuti delle riviste scientifiche più prestigiose e di reperire informazioni immediate e di prima mano sulla migliore letteratura scientifica. Tuttavia, non vi è dubbio che, tra il disporre liberamente di una pubblicazione scientifica e capire cosa mai questa voglia dire, c’è di mezzo un oceano, almeno per un profano dell’argomento. A colmare l’oceano che divide l’evidenza scientifica dal grande pubblico dei non addetti ai lavori ci pensano, o dovrebbero pensarci, i divulgatori scientifici. Ma chi sono costoro? I divulgatori delle cose della scienza sono, almeno in teoria, i professionisti dei mezzi di comunicazione di massa. Sono loro che scrivono articoli sui giornali che ci parleranno dell’ultima scoperta scientifica, ci metteranno in guardia su un nuovo pericolo per la salute o per l’ambiente, o ci porranno dubbi (legittimi o meno) su quanto sia etico costruire centrali nucleari o fare ricerca sulle cellule staminali. Saranno sempre loro poi ad assumersi la responsabilità di scegliere questo o quell’esperto da intervistare sulle pagine del loro giornale o da invitare ad una tavola rotonda nella loro trasmissione televisiva. Si tratta di una responsabilità enorme, una responsabilità che si sviluppa almeno su due piani: quello culturale e quello etico.

Le responsabilità culturali della divulgazione scientifica

Quello che colpisce qualunque frequentatore sistematico dell’argomento, è la pessima qualità della divulgazione scientifica in Italia. A parte, ovviamente poche illustri eccezioni, ci si imbatte spesso in articoli poco comprensibili, tanto che perfino un tecnico della materia a volte fa fatica a leggerli. Il più delle volte sono poi zeppi di imprecisioni o di veri e propri errori. A volta è più facile leggere i lavori scientifici in originale che la loro vulgata. Lo stesso non avviene all’estero. Soprattutto nei Paesi anglosassoni il giornalismo scientifico è di qualità decisamente superiore e fa realmente divulgazione. Il fatto non è casuale: in molti Paesi si cerca di formare il giornalista scientifico in scuole apposite. Spesso per accedere a questa carriera si richiede una doppia formazione: giornalistica, ma anche scientifica. Nel Bel Paese invece, capita spesso che giornalisti con solide formazioni umanistiche, e magari di scuola crociana, si riciclino dall’oggi al domani come divulgatori scientifici.

Etica e divulgazione scientifica

Non ha senso parlare di bioetica se non si estendono i confini di questo concetto anche alla divulgazione scientifica. Del resto, che senso ha applicare alla ricerca dei codici deontologici rigorosi, se poi i suoi risultati giungono distorti all’opinione pubblica, o non vi giungono affatto? Abbiamo visto mille volte accendersi i riflettori della ribalta su veri e propri ciarlatani, che fondavano le proprie tesi su dati scientifici del tutto inattendibili, mentre la ricerca scientifica seria era messa assolutamente in secondo piano. Quello che cavalca certa stampa, si sa, è la notizia. E’la notizia che fa vendere i giornali e fa scegliere il canale televisivo. E ciò che fa scalpore è più importante di ciò che non lo fa, indipendentemente dalla sua qualità. Perché ciò che fa scalpore fa notizia.

Ma forse il pericolo più insidioso è la manipolazione premeditata della divulgazione dei dati scientifici con l’intento di orientare l’opinione pubblica a fini ideologici o economici.

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