“Da una goccia d’acqua un logico può far derivare la possibilità dell’oceano Atlantico o delle cascate del Niagara senza aver sentito parlare né dell’uno né delle altre”
Da A: C: Doyle, “Uno studio in rosso”

La storia del grande investigatore Sherlock Holmes è, in fondo, una storia di medici. Ma è anche una storia che ha profondamente, e inaspettatamente, influenzato il pensiero scientifico moderno. Sembra incredibile ma, dopo la nascita di questo personaggio, nessun ricercatore, consciamente o inconsciamente, ha potuto fare a meno di confrontarsi, almeno una volta nella sua vita, con il metodo del grande detective residente al 221B di Baker Street. Pochi filosofi della scienza hanno fatto altrettanto.
Ma iniziamo dal suo autore: sir Arthur Conan Doyle è un medico, laureatosi ad Edimburgo nel 1885. Non brillò mai particolarmente dal punto di vista professionale: dopo la laurea si imbarcò su una baleniera come medico di bordo. Successivamente, tornato in patria, aprì uno studio a Southsea. Ma, per nostra fortuna, egli aveva pochi pazienti e molto tempo libero. Così, per ingannare le attese, iniziò a scrivere romanzi. Anche il nome di Sherlock Holmes si ispira con tutta probabilità a quello di un medico realmente esistito: Oliver Wendell Holmes, clinico e letterato americano molto noto all’epoca. Medico è anche l’alter ego di Holmes, il dottor John Hamish Watson. Ma il medico che ha avuto il maggior ruolo nella genesi del grande investigatore è stato certamente il professor Joseph Bell, maestro di Conan Doyle ai tempi dell’università.
Bell era certamente un medico di eccezionali capacità: egli era il rampollo di una dinastia di chirurghi scozzesi che esercitava da oltre 150 anni. Fu un ottimo chirurgo, ma anche un rinomato medico legale. Indagò attivamente sugli omicidi commessi da Jack lo squartatore, il famoso serial killer dell’Inghilterra vittoriana. Il metodo di lavoro del professor Bell era tutto incentrato sul ruolo dell’osservazione. Egli non si limitava a studiare il malato. Ne osservava ogni dettaglio: l’aspetto, le movenze, i vestiti, le scarpe, le macchie sul corpo e sugli indumenti…Sir Arthur Conan Doyle nella sua autobiografia ci racconta come Bell insegnasse ai propri studenti l’arte dell’osservazione:
“Certo, voi siete un militare, e più precisamente un sottufficiale”, disse il dottor Bell ad un suo paziente, “ed avete prestato servizio alle Bermude. Ora, Signori, come faccio a saperlo? È entrato nella stanza senza togliersi il cappello, come se entrasse in fureria, da cui ne ho dedotto che era un militare. L’aria leggermente autoritaria, abbinata all’età, mi ha fatto supporre che fosse un sottufficiale. Per finire, l’eruzione cutanea sulla fronte mi ha indicato che era stato alle Bermude, in quanto quel tipo di infezione della pelle colpisce solo in quel luogo”.
Sempre nella sua autobiografia, Conan Doyle ci racconta un altro episodio:
Il dottor Bell fece entrare un paziente. Appena lo vide, disse: “Ve la siete goduta la passeggiata a West Rings? come faccio a saperlo? Semplice. C’è della terra rossa sulle vostre scarpe e quella è l’unica zona dei dintorni in cui c’è quel tipo di suolo”.
Nel linguaggio letterario Sir Arthur definisce questo metodo “deduttivo” (“Elementare, Watson”…).In realtà non è così e lo abbiamo visto nelle altre pagine. Quella che praticano Bell e Sherlock Holmes è pura inferenza induttiva: si parte da una serie di indizi per costruire una teoria. Successivamente, nella fase della deduzione, si costruirà un sistema sperimentale per verificare questa teoria riportando, con un meccanismo inverso, i dati ricavati dall’osservazione, alla teoria prodotta. Qui, nella finzione letteraria, è il momento in cui si “incastra” il colpevole mettendo alla prova le proprie ipotesi. Naturalmente, nei romanzi di sir Arthur le teorie che Holmes costruisce, spesso da minimi dettagli, sono inevitabilmente esatte.
Ma le cose stanno realmente così? E se le scarpe sporche di terra rossa gli fossero state prestate dal cognato? E se l’infezione cutanea si fosse diffusa in un quartiere di Londra a causa della presenza di una famiglia di recente provenienza dalle Bermude? E se quel signore autoritario che non si toglie il cappello in pubblico fosse solo un tantino cafone? Nel film “Sherlock Holmes” di Guy Ritchie, il grande investigatore (in arte Robert Downey Jr) si becca un bicchiere di vino in faccia dall’adirata fidanzata di Watson perché, in una carambolesca prova di inferenze induttive, conclude che la ragazza fosse stata lasciata dal suo precedente fidanzato. In realtà il fidanzato era morto. Bicchierata meritatissima e grande prova di acume da parte del regista: l’inferenza deduttiva è ad altissimo rischio di errore e il percorso dell’investigatore è irto di difficoltà e richiede tempo, pazienza, verifiche e molte, molte prove.
La presunzione di Sherlock Holmes è la stessa che Bacone imputava ad Aristotele: non è legittimo saltare da pochi dati di osservazione a grandi teorie generali fidandosi solo delle proprie capacità intellettuali. Ma per questo rimando al mio “breve compendio di filosofia della scienza”.
In realtà, le teorie scientifiche, come ci ricorda lo psichiatra inglese Michael Sheperd autore del libro “Sherlock Holmes e il caso del dottor Freud” sono assai simili ai miti dell’antichità. Per Sheperd i ricercatori sono grandi costruttori di miti. E non vi è nulla di male. Salvo poi a sottoporli alla prova dei fatti. Dunque, dice Sheperd la scienza non si muove secondo un metodo, ma secondo un “mitodo”. Anche Sherlock Holmes, durante le sue indagini, è un grande costruttore di miti.
Il mito peraltro è capace di mobilitare grandi risorse della fantasia, e di liberarci dai blocchi mentali costituiti dalle paure, dalle convenzioni, dai pregiudizi, massimi ostacoli alla ricerca di nuove idee:
“Per la scienza il valore del mito consiste nel fornire un cambiamento di metafora che crea un nuovo punto focale, un nuovo insieme di termini per trattare il materiale intellettuale, e così serve sia a risolvere i blocchi mentali, sia a fornire creatività nella ricerca delle risposte. Le soluzioni di problemi scientifici spesso richiedono metafore che a volte non sono state ancora concettualizzate”.
Dunque, alla base del metodo, o del “mitodo” di Sherlock Holmes c’è la costruzione di una storia. E su questo stesso filone si muove Gianrico Carofiglio, geniale autore di legal thriller, ma anche raffinato teorico dell’investigazione. Egli fa dire al suo protagonista, l’avvocato Guerrieri, “le storie sono tutto quello che abbiamo”. Nei suoi romanzi gli autori si muovono come scienziati, raccogliendo indizi e collegandoli tra di loro in storia. E qui Carofiglio non ha dubbi: “il ragionamento giudiziario ha la forma di una inferenza induttiva e non di un processo deduttivo” dice nel suo libro “L’arte del dubbio”, in cui affronta direttamente il problema del rapporto tra ricerca nella scienza e ricerca nell’aula giudiziaria. Quindi nel momento in cui l’investigatore costruisce una storia entra in quel processo di induzione-intuizione di cui abbiamo parlato. Così facendo, l’investigatore nostrano diventa l’investigator nel senso anglosassone del termine, che è quello di ricercatore.
Ma tra le tante possibili verità, come si potrà sapere quale sarà la storia vera, il mito vero? Quello che ha costruito il giudice da una parte della barricata, o quello che ha costruito l’avvocato difensore dall’altra? Che poi è come dire, nel mondo della scienza: quale fra le possibili ipotesi scientifiche è quella in grado di spiegare meglio un dato fenomeno della natura? Per Carofiglio il sistema è il medesimo suggerito da Popper in campo scientifico: quello della falsificazione. “Di nessuna verità storica, come peraltro di nessuna verità scientifica è impossibile predicare il contrario” dice sempre ne “L’arte del dubbio”. Dunque, quando le due verità si confrontano e si scontrano nella cross-examination all’anglosassone, l’avvocato e il pubblico ministero, si “falsificano” a vicenda e vince, almeno si spera, la storia, il mito più resistente al’opera distruttiva della falsificazione.
Certo, noi uomini di scienza dobbiamo dare atto che, in campo giudiziario è tutto molto più difficile che in campo scientifico perché, come dice Carofiglio, “le verità che produce il processo sono verità storiche e non scientifiche”. Cosa vuol dire questo? Che lo scienziato studia in genere fenomeni che si ripetono un gran numero di volte. Così egli li può osservare a suo piacimento, li può catalogare, li può determinare egli stesso sperimentalmente, li può trasformare in modelli matematici. La verità storica invece arriva una volta sola e non torna più. Carofiglio ricorda il film Rashomon, di Kurosawa. Nel film un samurai viene assassinato e quattro soggetti diversi, l’assassino, la moglie del samurai, il boscaiolo che assiste al delitto e lo stesso samurai evocato da una maga, raccontano quattro storie completamente diverse. Quale sarà quella vera? Il problema è che, se crediamo, in qualche misura, al principio di uniformità della natura, se crediamo cioè che la natura obbedisce a leggi universali, allora dobbiamo ammettere che il fenomeno scientifico è un evento che si ripete all’infinito. Il fenomeno storico non si ripete mai più nell’identico modo.
Ad avvicinare i laboratori di ricerca alle aule giudiziarie è comunque lo stesso Popper. Egli ritiene infatti che le leggi universali, in fondo, non esistano e che le ipotesi non possano mai venire definitivamente verificate. Tutta la scienza per Popper è destinata a rimanere per sempre un sapere congetturale; la scienza progredisce senza sosta, ma non può mai avere la certezza di aver raggiunto la verità.
Comunque continuo ad essere convinto che sia un po’ più facile la ricerca della verità per lo scienziato che per l’avvocato…
Ma vi prego di tornare alla citazione da “Uno studio in rosso” con cui ho aperto il capitolo: “Da una goccia d’acqua un logico può far derivare la possibilità dell’oceano Atlantico o delle cascate del Niagara senza aver sentito parlare né dell’uno né delle altre”. Credo siano state evidenti le ragioni per cui prendo le debite distanze da quell’affermazione: non è per nulla detto che una goccia d’acqua possa farci necessariamente risalire a oceani e cascate. Ma vorrei dirigere la vostra attenzione su un altro dettaglio: Sherlock Holmes dà una precisa definizione di sé stesso, quella di “logico”. In effetti il detective londinese opera secondo canoni di assoluta razionalità: ogni suo passaggio è caratterizzato da una logica impeccabile: nulla è lasciato all’intuizione e alla fantasia. Almeno così sembra, perché abbiamo visto che, in fin dei conti, Sherlock è un grande costruttore di miti. E Dio salvi i miti, oltre che la Regina!
C’è un grande detective della letteratura che non ha nessun problema ad attingere a piene mani, nel corso delle sue indagini, al mondo del’intuizione, del sogno, della fantasia: è il commissario Salvo Montalbano, nato dalla prolifica penna di Andrea Camilleri. Nelle pagine successive le citazioni che troverete non sono nella loro lingua originale, cioè in quella sublime mescolanza d‘italiano e siculo che solo Camilleri riesce a realizzare. Molto più modestamente le frasi tratte dai suoi libri saranno tradotte in italiano corrente, perché la loro bellezza letteraria non sia contaminata dall’uso funzionale che farò dell’ opera del suo autore, cioè quella di provare ad estrarre da essa quei segreti della mente umana che consentono di scoprire la Verità in tutto ciò che ci circonda. Mi scuso per la violenza al testo.

A differenza del collega Sherlock Holmes, Montalbano, probabilmente, non ha in particolare considerazione la classe medica anche perché spesso ne incontra di boriosi, cialtroni o addirittura disonesti. Tuttavia ha idee straordinariamente chiare su ciò che il medico dovrebbe essere ma, soprattutto sulle analogie che vi sono fra il suo mestiere e quello dei medici:

“Una volta avevano chiesto a Montalbano quale fosse, secondo lui, la qualità di uno sbirro, la dote essenziale. Il dono dell’intuizione? La costanza della ricerca? La capacità di concatenare fatti apparentemente tra di loro estranei? Il sapere che se due più due fa sempre quattro nell’ordine normale delle cose, invece nell’anormalità del delitto due più due può anche fare cinque? “L’occhio clinico” aveva risposto Montalbano. E tutti ci avevano fatta una bella risata. Ma il commissario non aveva avuto l’intenzione di fare lo spiritoso. Solo che non aveva spiegato la sua risposta, aveva preferito sorvolare dato che tra i presenti c’erano anche due medici. E il commissario, con “occhio clinico” aveva voluto intendere proprio la capacità dei medici di una volta di rendersi conto, a colpo d’occhio, appunto, se un paziente era malato o no. Senza bisogno, come oggi fanno tanti medici, di sottoporre uno a cento esami diversi prima di stabilire che quello è sano come un pesce”.
(Gli arancini di Montalbano: La revisione, pag 200).
Trovo sublime il suo rapportarsi alle figure dei medici di una volta, depositari di una sapienza perduta e tutta da recuperare. E ancora:
Il suo maestro “…era uno sbirro vero, di quelli che si accorgevano a prima botta se la persona che avevano davanti diceva la verità o sparava fandonie. Come i medici che una volta avevano il cosiddetto occhio clinico e diagnosticavano la malattia del paziente solo a guardarlo e che oggi invece se prima non hanno tra le mani decine e decine di analisi fatte da macchine all’avanguardia tecnologica non riescono a capirci un’amata minchia, manco di una semplice e tradizionale influenza”. (La prima indagine di Montalbano pag. 102).
E’ sempre in questa stessa novella che Salvo mette a punto, da perfetto filosofo della scienza, la sua convincente teoria sul rapporto tra ragionamento e intuizione:

Il commissario si ferma a ragionare su una frase di Borges: “Il fatto stesso di percepire, di porre attenzione, è di tipo selettivo: ogni attenzione , ogni fissazione della nostra coscienza, comporta una deliberata omissione di ciò che non interessa”. Questo era vero, si disse, in linea generale. Ma nel suo caso particolare, di sbirro cioè, la selezione tra ciò che interessa e ciò che non interessa non doveva essere contemporanea alla percezione, sarebbe stato un errore grave. La percezione di un fatto, in un’indagine, non può consistere in un scelta contestuale, deve essere assolutamente oggettiva. Le scelte si fanno appresso, faticosamente e non per percezione, ma per ragionamenti, deduzioni, comparazioni, esclusioni. E non è detto che non comportino lo stesso il rischio dell’errore, anzi. Ma, in percentuale, la possibilità di errore è più bassa rispetto alla scelta dovuta a un’istintiva selezione percettiva. Però d’altra parte, a ben considerare, in cosa consisteva quello che Hammett chiamava “l’istinto della caccia” se non nella capacità di una fulminea selezione all’atto stesso della percezione? Allora che cosa avrebbe potuto scrivere e consigliare in un ideale Manuale del perfetto investigatore? Che forse la virtù stava nel mezzo, come al solito. E cioè che la scelta percettiva bisognava tenerla in gran conto perché era la prima cosa da discutere fino alla sua negazione.
Il ragionamento del commissario di Vigata ricorda molto da vicino le teorie di Jules Henri Poincarè sulla nascita di una scoperta scientifica: per il grande matematico i criteri che devono guidare la scelta degli scienziati sono estremamente sottili e delicati. Più che formularli bisogna sentirli. Per Poincarè la selezione è operata da quello che egli definì l’”io subliminale” una proprietà sovrarazionale dell’uomo di scienza capace di valutare un numero enorme di possibili soluzioni, ma far salire al dominio della coscienza solo quelle degne di essere prese in esame.
Le pagine di Camilleri sono inaspettatamente ricche di esempi di come l’intuizione possa affiancare la razionalità per giungere alla scoperta della Verità. Vediamone qualcuno:
Ne “Il giro di boa”, Montalbano, dopo aver recuperato un cadavere in acqua mentre nuota, ricapitola dei dettagli che lo guideranno nella scoperta di come l’uomo era stato ucciso. Il momento cruciale della sua scoperta avviene in un momento in cui certamente non è la razionalità pura a dominare i suoi ragionamenti, cioè prima di addormentarsi:
“Prima d’inoltrarsi nel paese del sonno, gli capitò di fare, del tutto involontariamente, una specie di ripasso del suo incontro col cadavere…la sua pellicola mentale s’arrestò e tornò indietro, come in un tavolo di montaggio. Braccio sollevato, costume infilato, costume aggrovigliato…Stop. Braccio sollevato, costume infilato…E qui il sonno ebbe la meglio.” Pag. 35.
E ancora sul sogno: “Si era persuaso che, mentre era nel sonno, una parte del suo cervello restava vigilante a pensare a un qualche problema” (“Un mese con Montalbano”, pag 35).
Anche in quest’altro passaggio, i dettagli delle osservazioni che ha fatto non vengono analizzati razionalmente, ma sono sottoposti ad un’elaborazione di tipo intuitivo:
“ Mentre si faceva la barba, gli tornarono in testa le scene della sera avanti sulla banchina . E principiò ad avvertire, via via che a mente fredda gli passavano davanti, un senso di fastidio, di disagio. C’era qualche cosa che non quadrava, un dettaglio fuori posto”. (“Il giro di boa”, pag 69).
In vari episodi Montalbano chiarisce bene il ruolo del lato sovrarazionale della mente nella sua ricerca:
“ Si ritrovò a diritta, che rifaceva di corsa la strada fatta e quasi quasi non sapeva perché. O almeno il perché lo sapeva, ma non voleva ammetterlo, il lato razionale del suo cervello rifiutava quello che il lato irrazionale stava in quel momento comandando di fare al resto del corpo, vale a dire ubbidire a un assurdo presentimento.” (“Il giro di boa”, pag 104).
“…in questo consistevano il suo privilegio e la sua maledizione di sbirro nato: cogliere a pelle, a vento, a naso, l’anomalia, il dettaglio impercettibile che non quadrava con l’insieme, lo sfaglio minimo rispetto all’ordine consueto e prevedibile”. (“Il topo assassinato”, pag. 287).
E, se è vero che le teorie scientifiche sono simili ai miti, il commissario Montalbano ne ha perfetta coscienza, e lo dice esplicitamente ne “Il cane di terracotta”, prima di spiegare la sua ipotesi:
“…devo fare una premessa: il mio è un romanzo. Nel senso che non ho manco l’ombra di una prova di quello che dirò” (pag. 178)
E’ da un mito, un romanzo che parte il ricercatore, costruito con gli indizi di cui dispone. E con quel mito egli costruisce una rete, con cui proverà a pescare, come pesci, tutte le prove che gli serviranno. E come il mito, ogni ipotesi è ambigua e ingannevole. Lo ricorda Gianrico Carofiglio con i molti volti di Rashomon. Bisognerà esserne coscienti, E capire qual è il suo vero volto. Che spesso non è mai il più ovvio:
“Se vediamo un uomo steso sul marciapiede siamo portati a credere che sia caduto lì. Questo non è un fatto. Il fatto inconfutabile è che quell’uomo si trovi in quel punto. Può darsi che sia caduto altrove e che sia stato portato lì. Può essere tante altre cose. E se, mentre piove, ci entra in casa un uomo con i vestiti bagnati, si può legittimamente supporre che sia stata la pioggia a bagnarlo, ma anche questo non è un fatto: può darsi che qualcuno gli abbia versato in testa un catino pieno d’acqua”. (“Sostiene Pessoa”, pag 59).
Che coltivare il metodo scientifico significhi anche leggere buoni romanzi gialli?

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4 Risposte to “Scienziati e detective: da Sherlock Holmes a Montalbano, passando per Carofiglio”

  1. Abra Says:

    Molto affascinate, molto!


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