cervello in allenamento

 

L’età media della popolazione occidentale, si sa, è in progressiva crescita. E, con ogni probabilità, in futuro la nostra società sarà costituita da una maggioranza di anziani e di grandi anziani. Ma già oggi vediamo sempre più spesso brillanti e iperattivi ultraottantenni sedere ai vertici di banche, grandi aziende, istituzioni pubbliche e private. Dunque non c’è da stupirsi se la scienza voglia conoscere meglio il funzionamento del cervello dei vecchi, grazie anche all’ aiuto di nuovi e sofisticati strumenti, come la risonanza magnetica funzionale. Forse quello che davvero può meravigliarci è l’apprendere che il cervello degli anziani funziona molto meglio di quanto si credesse nel passato. Ma l’aspetto più interessante di questi studi è che ci stanno aiutando a capire meglio i meccanismi alla base del pensiero creativo e dell’intuizione. Ma procediamo con ordine.
Innanzi tutto è bene abbandonare da subito ogni falsa illusione: l’invecchiamento cerebrale esiste e come. Non solo, ma inizia anche prima di quanto comunemente si creda: il cervello comincia il suo lento declino già a partire dai 45 anni e, fino ai 49 le attività di ragionamento e di memoria calano del 3,6%, sia negli uomini che nelle donne. Tra i 65 e i 70 anni poi, l’attività cerebrale arriva a perdere il 9,6% negli uomini e il 7,4% nelle donne. E, in tutto questo, ovviamente, alcol, fumo, droga, alimentazione scorretta e mancanza di esercizio mentale giocano un ruolo decisivo.
Ma se la vecchiaia ci fa perdere inesorabilmente neuroni, il nostro cervello non si arrende facilmente al suo declino e mette in atto sofisticati meccanismi di compenso. Il calo delle funzioni cerebrali è infatti parzialmente vicariato da una sostanziale riorganizzazione delle sue attività. Nel cervello degli anziani infatti, particolarmente negli ultraottantenni, i due emisferi cerebrali, destro e sinistro, si vengono reciprocamente in aiuto, come quelle coppie di anziani coniugi che uniscono sempre più le loro residue energie per far fronte alle difficoltà sopraggiunte con la vecchiaia. Ma questa cooperazione non genererà un semplice potenziamento funzionale: i risultati sono davvero sorprendenti perché le funzioni dell’emisfero destro e di quello sinistro sono sostanzialmente diverse. Così, un cervello riorganizzato tra destra e sinistra comincerà a funzionare in modo differente.
Gli emisferi cerebrali sono le strutture nervose più recenti dal punto vista evolutivo. E parlano tra di loro tramite un enorme fascio di fibre che li collega, chiamato corpo calloso. Per molto tempo abbiamo ritenuto che essi rappresentassero un classico modello di coppia di opposti che, interagendo, costituisce un’ unità funzionale che ha permesso all’uomo di evolversi e di adattarsi nel corso della sua storia evolutiva di milioni di anni. Sebbene oggi sappiamo che le differenze tra i due emisferi non sono così nette come si credeva, possiamo ancora, almeno per semplificare il ragionamento, considerarli come due elementi sostanzialmente diversificati. L’emisfero sinistro controlla i movimenti e la sensibilità della parte destra del corpo. Il destro controlla la parte opposta. Ciò avviene perché le fibre nervose provenienti dai due emisferi cerebrali si incrociano a livello della parte terminale dell’encefalo (il midollo allungato).
Ma le differenze tra i due emisferi non si limitano al controllo del movimento e della sensibilità del corpo. Riguardano anche diverse specializzazioni rispetto alle funzioni cognitive. Per fare semplice una cosa molto complessa possiamo dire che l’emisfero sinistro controlla la lingua e la comunicazione, mentre il destro controlla la vista e lo spazio. Questa diversa specializzazione dei due emisferi risale ad alcuni milioni di anni fa, ed è stata probabilmente successiva alla conquista della stazione eretta. Quando l’uomo è riuscito a restare in piedi sulle sue gambe ha avuto la possibilità di controllare meglio lo spazio circostante, e di utilizzare le mani per manipolare gli oggetti in maniera fine. Questo ha spinto le due metà del cervello a diversificasi e specializzarsi in funzioni differenti. Probabilmente è proprio da questo che nasce la specializzazione del’emisfero sinistro nelle funzioni di comunicazione: in origine il linguaggio era soprattutto di tipo gestuale e l’emisfero sinistro è proprio quello che controlla la mano destra, quella più abile nelle attività motorie fini. Quando poi la comunicazione è diventata di tipo verbale, l’emisfero sinistro ne ha mantenuto il controllo sorvegliando anche le funzioni linguistiche.
L’emisfero sinistro è stato per molto tempo il più studiato dai medici per la semplice ragione che, quando si ammala, si osserva facilmente il venir meno di precise funzioni. Già nel 2500 a.C. circa, i medici egiziani segnalavano la stretta associazione tra paralisi del lato destro del corpo e disturbi del linguaggio. Questo emisfero sembrerebbe avere anche la capacità di scomporre figure, ma anche problemi e concetti nei suoi elementi costituenti. Insomma a lui sono affidate le attività di analisi.
L’emisfero destro invece è stato assai meno studiato perché, quando si ammala, non dà sintomi altrettanto evidenti. Solo da pochi anni abbiamo capito che è specializzato nelle attività visive spaziali e, cosa che in questo momento ci interessa di più, negli aspetti affettivi ed emotivi del comportamento. Sembra che i ruoli dell’emisfero destro siano essenzialmente due. A lui è stato affidato il duro compito di vigilare sul territorio di appartenenza, con comportamenti di paura, attacco, lotta; ma anche quello di rappresentare mentalmente lo spazio fisico in maniera opposta rispetto al suo partner sinistro. Infatti, mentre quest’ultimo, come abbiamo visto, è specializzato nell’analizzare i concetti, quello destro ha il compito di sintetizzarli. In altre parole, partendo dagli elementi che compongono un’immagine, una figura, un problema o un concetto, l’ emisfero destro unisce l’insieme dei dettagli e ci restituisce l’elemento nel suo insieme. Questa capacità gli permette anche di ruotare una figura, di ricollocarla in altri contesti, e ancora di riconoscere i volti e loro le espressioni interpretandone il loro stato emotivo. Inoltre, a lui è affidato l’ascolto e la produzione della musica.
Come dicevamo prima, è certamente riduttivo attribuire all’emisfero sinistro tutto il pensiero logico e razionale ed al destro il pensiero creativo ed artistico. I due emisferi funzionano come un’unica struttura. Tuttavia è innegabile che si siano, almeno in parte, diviso i compiti nella gestione delle attività superiori. Dunque possiamo certamente dire che il modello “emisfero sinistro = pensiero razionale, emisfero destro = pensiero creativo”, se non viene inteso in maniera troppo rigida, è in realtà un modello utilizzabile.
A questo punto è facile immaginare che quando cade il muro tra i due emisferi, come accade dopo una certa età, il risultato è un grande potenziamento dell’unità razionale-intuitiva. E questa riorganizzazione funzionale è di particolare vantaggio nelle attività artistiche e nel pensiero creativo in genere.
Un classico esempio di collaborazione tra i due emisferi è rappresentato dalla produzione di una metafora. La metafora è un ponte tra un’immagine ed una parola e, come è facile immaginare, è una tipica attività in cui il cervello destro collabora con il sinistro. E’ una antica sapienza in cui eccelleva il Maestro Dante, e che oggi sembra non sapersi usare più. La Divina Commedia, in realtà, è una miniera di metafore. Per quanto possa essere stato arduo rincorrere le metafore dantesche sui banchi del liceo, il loro valore comunicativo è immenso perché sostituiscono un concetto astratto, complesso, con un’immagine, di più immediata comprensione. La produzione di metafore, ci dicono gli studiosi, aumenta con l’età, man mano che cresce la collaborazione tra l’emisfero destro e il sinistro.
Altre interessanti scoperte sono state fatte studiando con la risonanza magnetica funzionale (d‘ora in avanti la chiameremo fRMN) persone impegnate a risolvere anagrammi. Come tutti noi sappiamo, quando ci cimentiamo in questo genere di passatempi, la soluzione può arrivare alla nostra mente per due strade diverse. Facciamo un esempio molto semplice. Se dobbiamo risolvere l’anagramma AMOR, la nostra mente può trovare la soluzione all’improvviso, in forma di intuizione immediata: ROMA! Oppure facendo un passo alla volta, cioè seguendo un ragionamento logico: proviamo R come prima lettera, poi ci mettiamo accanto la O, poi forse la M… finché, per tentativi, risolviamo il problema. E’evidente che la via della soluzione immediata è quella che appare più interessante: è la più rapida e, soprattutto, diciamoci la verità, è quella che ci dà la maggiore soddisfazione. L’intuizione immediata, quella che gli anglosassoni chiamano insight solution o pop-up solution è un importante esempio di pensiero creativo. E’l’idea improvvisa da cui nascono le opere artistiche, e non è affatto estranea alla genesi delle grandi scoperte scientifiche.
Ma torniamo ai nostri signori che, sotto la fRMN sono intenti a risolvere i loro anagrammi. Nell’esperimento, hanno a disposizione due pulsanti. Devono premerne uno se la risposta arriva alla loro mente attraverso un ragionamento logico, e l’altro se è frutto di un’ intuizione. Lo studio delle immagini alla fRMN ha rivelato che, nel primo caso, l’attività cerebrale proviene solo dall’emisfero sinistro, nel secondo si attivano entrambi gli emisferi. E non solo: si registra anche un’attività in aree del cervello deputate all’emozione, come l’insula e il tronco cerebrale. E questo spiega anche quell’ineffabile piacere che avvertiamo quando abbiamo un’ intuizione. Perché anche l’emozione entra in gioco. Insomma, più i nostri emisferi dialogano, più produciamo intuizioni. Più utilizziamo il nostro pensiero intuitivo, più piacere intellettuale proviamo. Questo ci stimola ad utilizzarlo sempre di più. E tali attività sembrano particolarmente congegnali agli anziani.
La conoscenza di come queste due parti del nostro cervello interagiscono, ci spiega perché a volte ci capita di tentare di risolvere un problema la sera, senza riuscirci, e svegliarci la mattina con la risposta giusta. Quando dormiamo, la corteccia cerebrale prefrontale si riposa. Quest’area ha il compito di consolidare ed integrare le nostre conoscenze, ma anche quello di mantenere in linea le altre regioni del cervello. Una specie di vigile urbano che, razionalmente, dirige il traffico dei nostri pensieri. Di questo momentaneo calo della vigilanza da parte del cervello razionale ne approfitta un’altra area cerebrale: quella occipitale, un’area molto creativa, che ha il compito di elaborare le informazioni sotto forma visuale e simbolica. Durante la notte questa parte del nostro cervello è libera di costruire storie, idee non convenzionali, trovare soluzioni impreviste, e proporcele sotto forma di sogni o, semplicemente, di suggerircele al nostro risveglio, prima che la corteccia prefrontale, più logica, torni al lavoro. Negli anziani, ma anche nei creativi, tutto questo avviene anche di giorno. Come dire che riuscire a eludere il dominio della metà razionale del nostro cervello può avere i suoi vantaggi.
La creatività dunque resiste all’usura del tempo, anzi aumenta con gli anni e aiuta il cervello a vivere più a lungo. Un cervello attivo, lo sappiamo bene, si mantiene lucido più a lungo, resiste alla demenza e agli altri disturbi neuro cognitivi tipici dell’età che avanza. Al contrario, una mente annoiata, depressa, pigra è più soggetta a disturbi, anche fisici. E gli studi di neurobiologia ci stanno dimostrando con evidenze sempre maggiori che le menti creative tendono a vivere più a lungo. Gli esempi nella storia non mancano: pensiamo a menti geniali come Pablo Picasso, Igor Stravinsky, Frank Lloyd Wright o Benjamin Franklin, che hanno continuato a produrre opere geniali fino a tarda età.

Bibliografia
Kluger J. The art of living. Time Sept 23, 2013.
Singh-Manoux A, Kivimaki M, Glymour MM, Elbaz A, Berr C, Ebmeier KP, Ferrie JE, Dugravot A. Timing of onset of cognitive decline: results from Whitehall II prospective cohort study. BMJ. 2012 Jan 5;344:d7622.
Global versus local processing: is there a hemispheric dicotomy? Boles D.B. in Neuropsychologia 22: 445-455, 1984.
Hemispheric laterality in animals and the effect of early experience. Denenberg V.H. in “Behavioural and Brain sciences”, 4; 1-149, 1981.

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